Matteo Meschiari, Landness. Una storia geoanarchica, Meltemi, Milano 2022

Autore

Ugo Morelli
Ugo Morelli, psicologo, studioso di scienze cognitive e scrittore, oggi insegna Scienze Cognitive applicate al paesaggio e alla vivibilità al DIARC, Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli; è Direttore Scientifico del Corso Executive di alta formazione, Modelli di Business per la Sostenibilità Ambientale, presso CUOA Business School, Altavilla Vicentina. Già professore presso le Università degli Studi di Venezia e di Bergamo, è autore di un ampio numero di pubblicazioni, tra le quali: Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione, Allemandi & C, Torino 2010; Mente e paesaggio. Una teoria della vivibilità, Bollati Boringhieri, Torino 2011; Il conflitto generativo, Città Nuova, Roma 2013; Paesaggio lingua madre, Erickson, Trento 2014; Noi, infanti planetari, Meltemi, Milano 2017; Eppur si crea. Creatività, bellezza, vivibilità, Città Nuova, Roma 2018; Noi siamo un dialogo, Città Nuova Editrice, Roma 2020; I paesaggi della nostra vita, Silvana Editoriale, Milano 2020. Collabora stabilmente con Animazione Sociale, Persone & Conoscenza, Sviluppo & Organizzazione, doppiozero, i dorsi del Corriere della Sera del Trentino, dell’Alto Adige, del Veneto e di Bologna, e con Il Mattino di Napoli.

Perché più che un libro hai voluto realizzare un marchingegno che crea un’esperienza immersiva in chi legge?

La trasformazione richiesta dalla nostra condizione, quella che abbiamo creato usando la Terra, la nostra casa, senza considerazione e senza limiti, non è e non sarà cosa facile. Le semplici riflessioni o la costernazione che esprimiamo di fronte alle catastrofi che noi stessi causiamo non possono bastare.

E il linguaggio che utilizzi?

È parte integrante del tentativo di raggiungere chi legge, di scombinare la normale attenzione e trasformarla in presa di coscienza attiva. È frutto della consapevolezza che mito e pensiero, che richiamano entrambi la parola, possano essere utilizzati in sintonia per esprimere qualcosa che giunga alla profondità del sentire da parte di chi scrive e, auspicabilmente, di chi legge.

La territà è una categoria interpretativa originale…

Non ti sembra curioso che lo sia? Cos’altro dovremmo essere se non appartenenti alla materia dalla qual ci siamo generati e voluti come forma di vita?

Per millenni ci siamo concentrati sull’umanità, ma è di territà che dovremmo parlare. La questione è urgente, riguarda la comprensione dei tempi e la salvezza di ogni specie. Landness non è la vecchia Terra rivisitata o un nuovo gadget concettuale, è il Cosmo che prende coscienza di sé attraverso l’immaginazione di Homo sapiens, è un paradigma che lievita in noi dalle ombre della preistoria. 

Qual è il ruolo di homo sapiens in tutto questo?

Non sono d’accordo sulla neutralizzazione delle distinzioni della nostra specie, riducendole a quelle delle altre specie. Non siamo superiori, ma ci distinguiamo per alcuni aspetti che divengono cruciali oggi. Abbiamo potuto mettere in discussione la vivibilità sul pianeta utilizzando il nostro linguaggio verbale articolato e le nostre competenze simboliche. Quelle stesse distinzioni ci vedono oggi responsabili speciali nel cercare di creare condizioni per una diversa vivibilità per noi e per tutto il sistema vivente.

Che posizione bisogna assumere?

Solo chi ha frequentato i margini dei saperi e della vita ha potuto sperimentare la potenza eversiva della landness. Perché per coglierla ci vuole fortuna, occorre lasciarsi alle spalle le regioni sicure, bisogna imboccare sentieri impervi. Lo avevano capito Élisée Reclus, Pëtr Kropotkin, Mosè Bertoni, geografi anarchici dell’Ottocento. Nel secolo successivo, alcuni “scrittori della Terra” come James Kilgo, Lorand Gaspar e Kenneth White hanno aggiunto frammenti alla mappa. Ma questa storia geoanarchica non può essere raccontata solo con i morti, ha bisogno di un supplemento di vita. Percorrendo i sentieri della Theory Fiction, in bilico tra memoir e romanzo-saggio, Per questo in Landness ho cercato di raccogliere due decenni di esplorazioni, due secoli di pensiero geografico, duecento millenni di immaginazione.

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