Scampia. Dall’umiliazione al riconoscimento del paesaggio vivente

Autore

Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

Ma nei rifiuti del mondo, nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c’è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore…
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo

Chissà se qualche abitante del quartiere Scampia, nella periferia Nord di Napoli, in particolare tra gli inquilini dei sette edifici conosciuti come le “Vele”, per la forma che li caratterizzano, abbia mai saputo che lo stile architettonico delle loro abitazioni fosse noto come brutalismo. Al netto dell’amara ironia, parliamo di una corrente importante dell’architettura di metà Novecento, la cui denominazione deriva dal béton brut, ossia dall’utilizzo del cemento a vista, adottato per la prima volta a Marsiglia, nel 1950, nell’Unitè d’Habitation dall’architetto francese Le Corbusier, pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, tra i maggiori esponenti dell’architettura del XX secolo.

Scampia e il “brutalismo”

Sono gli anni nei quali si fa strada nell’architettura il principio di “comunità” e di “aggregazione”, per cui si progetta, anche per rispondere alla nuova domanda abitativa di massa, la creazione di grandi e massicci edifici fuori dai centri storici, corredati di verde, servizi e spazi pubblici comuni. Una sorta di rivincita dell’etica sulla dimensione estetica, come si coglie dalle parole di uno degli epigoni inglesi di tale corrente, Peter Smithson, che negli anni ’50, ebbe ad affermare: “Il Brutalismo cerca di fronteggiare la società della produzione di massa traendo una rude poesia dalle forze potenti e confuse che sono in giro. Finora si è discusso del Brutalismo stilisticamente, ma la sua essenza è etica”. (Thoughts in progress: the New Brutalism, in “Architectural Design, 1957).

In Italia le opere più conosciute, ispirate al brutalismo sono la Torre Velasca sita nel centro di Milano, lo Stadio San Paolo di Napoli – oggi intitolato a Diego Armando Maradona – e i complessi abitativi di Corviale nella periferia di Roma, dello Zen in quella di Palermo, del Gallaratese a Milano, e, appunto, quello delle cosiddette “Vele” a Scampia, nella periferia Nord di Napoli, una realtà quest’ultima che continua a far parlare di sé come fosse il contenitore dei peggiori mali della città.

Certo vivere a Scampia non è affatto facile. Questo luogo ha, infatti, vissuto negli anni ogni sorta di degradazione sociale e ambientale e di strumentalizzazione mediatica e politica, a tutto danno dei suoi abitanti. Un’opera partita negli anni ’70 col piede sbagliato, visto che solo in parte venne realizzato il progetto originario, affidato all’architetto e urbanista Franz Di Salvo; un progetto rimasto incompiuto, perché mancante di importanti opere di urbanizzazione e servizi alla collettività, proprio quelle infrastrutture che avrebbero dovuto caratterizzare in modo innovativo, sociale, aggregativo, la forma dell’abitare che il brutalismo proponeva.

Ma il colpo di grazia al progetto residenziale di Scampia fu dato dalle conseguenze non governate del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980. Molti nuclei familiari rimasti senza un tetto nelle zone del sisma vennero infatti trasferiti a Napoli nel Rione 167 – come spesso viene anche chiamato il quartiere Scampia con riferimento alla legge sull’edilizia popolare del 1962 – per cui d’improvviso crebbe esponenzialmente la densità abitativa, andando a gravare sui problemi strutturali già esistenti, ulteriormente appesantiti dall’occupazione abusiva di altre unità abitative presenti nel medesimo quartiere.

L’umiliazione degli abitanti di Scampia: “cornuti e mazziati”

Scampia, nel tempo, è diventato un vero e proprio ghetto; un quartiere che ha scontato l’indifferenza della politica, rimasto isolato dal resto della città per la scarsità dei collegamenti e il malfunzionamento dei mezzi pubblici, e divenuto un luogo propizio, ideale, per i traffici illegali e criminali della camorra, assurta quest’ultima a vero e proprio “brand” negativo della zona, ormai identificata, in maniera superficiale e cinica da una parte di pubblicistica e di produzioni di fiction televisive, come “Gomorra”. In proposito, è necessario, a nostro avviso, distinguere l’opera meritoria, in termini culturali e di conoscenza popolare del fenomeno camorristico nei suoi connotati di “sistema” che prima Roberto Saviano con il suo libro, quindi Matteo Garrone con il suo film, hanno realizzato, dalla successiva produzione televisiva proposta da Sky Tv (e altri prodotti affini) che di quel sistema hanno finito per farne una sorta di caricatura, con effetti eminentemente negativi sull’immagine di Scampia.

“Cornuti e mazziati”, si direbbe a Napoli. L’umiliazione subita in questi decenni dagli abitanti di Scampia è molto grave, in quanto hanno dovuto fare i conti, da un lato, con le conseguenze di una scelta urbanistica rivelatasi fallimentare, costretti a vivere in carenza dei servizi essenziali, e dall’altro, dovendo scontare un fortissimo disagio sociale, a causa dell’ambiente colonizzato dai clan della camorra e diventato nel tempo una piazza di spaccio della droga tra le più grandi d’Europa. Una penalizzazione dolorosa soprattutto per le giovani generazioni, particolarmente esposte in un contesto nel quale la transizione all’età adulta diventa un percorso a ostacoli e un processo a forte rischio di devianza, se costretti, per mancanza di alternative, a seguire le orme paterne e materne di affiliati ai clan. Anche le evidenze statistiche parlano chiaro, se si pensa che, rispetto alla media della città di Napoli, a Scampia sono molto più alti i tassi di disoccupazione, soprattutto quelli dei giovani e delle donne, quelli relativi alla dispersione scolastica, alla povertà e alla disuguaglianza.

Il paesaggio come costrutto sociale

L’aspetto maggiormente critico che si ricava da storie come quelle di Scampia è che di fronte al fallimento di una politica urbanistica, minata alla base dall’assenza di partecipazione sociale nella progettazione dell’abitare e delle forme di vita, la politica e le istituzioni continuano a non considerare l’importanza, nella riqualificazione delle periferie e nella definizione degli spazi e luoghi di vita, della cultura, dei desideri e del senso di appartenenza a una comunità degli abitanti del luogo. L’abitare, infatti, non può essere ridotto alla disponibilità di un alloggio, ma, come scrivono efficacemente in un recentissimo pamphlet Johnny Dotti e Chiara Nogarotto, diviene “l’opportunità di ridare senso e significato a ciò che è stato scartato, realtà che sono andate deteriorandosi, dal punto di vista umano, sociale, architettonico (..) Sono la comunità abitante e i portatori di interesse e di senso a rappresentare il principale ecosistema per la rigenerazione. Una rete articolata di relazioni, che viene consolidata nel tempo, e capace di attivare processi di welfare generativo” (J. Dotti, C. Nogarotto, Generare luoghi di vita. Nuove forme dell’abitare, Paoline, 2022) .

A Scampia invece abbiamo in questi anni assistito alla demonizzazione costante delle “Vele”, che alla fine si è trasformata in una sentenza politica, acclamata a gran voce dall’opinione pubblica, che ha portato al loro abbattimento (ne rimarrà in piedi solo una con altra destinazione d’uso). Un atto che sa tanto di autoassoluzione della politica e delle istituzioni, inutilmente riparativo e pieno di sensi di colpa per non aver saputo accompagnare adeguatamente – per usare un eufemismo – un processo sociale enormemente complesso, presentatosi peraltro anche come un’occasione (non colta) di ripensamento e riprogettazione condivisa delle periferie. Scampia è una storia dolorosa di abbandono delle persone e di una intera comunità, che per essere riscattata deve superare una concezione urbanistica astratta, ideologica, inadatta alla declinazione in contesti differenti, come si è rivelato il brutalismo nelle periferie delle città del nostro paese. Va invece aperta una stagione nuova in tal senso, affidandosi ad una progettazione dal basso, partecipata dalla popolazione, in sintonia con le migliori pratiche dell’architettura, in un contesto generale peraltro nel quale si fanno urgenti e non più rinviabili scelte di sostenibilità integrale: sociale, ambientale, economico-finanziaria.

Da questo punto di vista Scampia non parte da zero, perché in questi decenni ha accumulato un cospicuo sapere sociale, grazie alla presenza sul territorio di una solida rete di associazioni e luoghi che, malgrado le complesse problematiche e le ostilità incontrate, hanno tessuto una trama di relazioni capaci di dare un linguaggio vivente, non ideologico, alla comunità. A valorizzare Scampia, che simbolicamente ne potrebbe rappresentare anche altre, in particolare nel Sud del nostro paese, è stata recentemente anche l’associazione di promozione sociale La bottega delle mani, che in collaborazione con importanti realtà locali ha voluto realizzare nell’ottobre scorso a in quel quartiere di Napoli la settima edizione di “Scuola sul Paesaggio/Festival di Paesaggio” dal titolo significativo Pericentro-paesaggi orbitanti. L’obiettivo, come hanno spiegato Ugo Morelli e Mario Pagliaro, creatori e animatori del progetto, è il racconto del Paesaggio come luogo di vita, fuori dalle retoriche, a favore dell’inserimento nella filiera produttiva dei beni culturali di tutti quei luoghi che, ancora, si considerano “marginali”. “Un luogo – sottolineano gli organizzatori della Scuola/Festival parlando di Scampia – felicemente anomalo dove, chi immagina di trovare solo gomorre o plaudire ad università recintate, sforzandosi di guardare oltre, può accorgersi dei tanti cittadini, gruppi civici e associazioni, ognuno con la sua specifica utopia che, invece di andare a caccia di finanziamenti o aderenze politiche producono diritto alla gioia, sempre ed esclusivamente in rete tra loro…”. (https://www.bottegadellemani.com/festivaldipaesaggio)

I significati estetici del paesaggio: per una “coscienza dei luoghi”

Se si esce dalla retorica prevalente della pubblicistica, che in genere riguarda i contesti sociali più complessi, in particolare a Napoli, si può scoprire che il cambiamento non solo è possibile, ma è già in atto. E’ necessario tuttavia mutare lo sguardo sulla realtà, abbandonando stereotipi e conformismo, per rendersi conto dello scarto che esiste tra processi reali e discorso pubblico, tra fatti e certe narrazioni giornalistiche. A Scampia, come al Rione Sanità, o nella zona Est di Napoli (Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, ecc.), e in altri quartieri popolari, c’è una vitalità culturale/progettuale e pratiche di accoglienza dell’altro e di cittadinanza attiva nelle quali, quotidianamente, malgrado la fatica, le frustrazioni, i conflitti, passa vita, offrendo opportunità di partecipazione e condivisione per la costruzione del vivere in comunità. Ciò si realizza – potremmo dire con Ugo Morelli – laddove esiste una “coscienza dei luoghi” che non sono semplici spazi geografici, ma “capaci di diventare paesaggi grazie al processo di traduzione simbolica che noi operiamo accoppiandoci con essi (…) I luoghi che traduciamo comunque in paesaggi si caratterizzano e definiscono per la loro vivibilità, per noi che siamo parte del tutto (…) Non solo ma appare sempre più necessario ricomporre la separazione dualista tra ‘razionale’ ed ‘emozionale’, così come quella tra ‘naturale’ e ‘artificiale’ nella considerazione del paesaggio, dell’ambiente, dei luoghi di vita” (Riconoscere il paesaggio: consapevoli eppure resistenti al cambiamento, in G. Cepollaro, U. Morelli, Paesaggio e vivibilità, Edizioni ETS,2017).

L’invivibilità di molte periferie napoletane, la percezione (fondata) di un controllo del territorio da parte della criminalità camorristica, la scarsa presenza delle istituzioni, accresce la paura nella popolazione e la spinge a richiudersi in casa, alimentando l’isolamento e quindi anche la conoscenza di cosa offra il territorio, limitando la possibilità di creare un’opera collettiva, politica, a partire dalle prassi innovatrici di trasformazione urbana. Scampia, come ben illustrato anche dai diversi eventi del Festival/Scuola di Paesaggio, si mostra in questo senso un territorio attivo, capace di forte creatività sociale, grazie alla presenza di centri culturali e educativi, di imprese e cooperative sociali, e di un significativo tessuto di associazioni di promozione sociale. Tra queste realtà spiccano, solo per citarne alcune, il Centro territoriale educativo Mammut, l’associazione costituita da rom e italiani Kumpania, il Centro Hurtado dei Gesuiti, la Palestra Maddaloni, messa in piedi dall’omonimo campione olimpico di boxe, l’associazione Chi Rom e …chi no, la realtà ambientalista del Circolo La Gru, e i pionieri di Scampia del GRIDAS acronimo di Gruppo risveglio dal sonno, che a inizio anni ’80, ispirandosi alla frase del Goya “Il sonno della ragione genera mostri”, diede inizio ad un’attività sociale utilizzando l’arte di strada, oggi ancora viva, in particolare con l’appuntamento annuale del Carnevale di Scampia giunto alla quarantesima edizione. Fondatori del GRIDAS furono il muralista Felice Pignataro, scomparso vent’anni fa, e sua moglie Mirella La Magna, insegnante, la quale, recentemente a proposito dell’importanza dei luoghi di vita in quartieri come Scampia ricordava che bisogna innanzitutto cambiare la scuola: “c’è da inventarsi un altro modo di farla, uscendo fuori dalle aule, ma anche dal mondo web, andando per le strade a conoscere il proprio territorio, quello che esso offre, gli altri infiniti luoghi di cultura, che non è solo quella dei libri o delle ricerche. Alcuni maestri e professori già lo fanno, forse da sempre: che diventino un esempio e la scuola si arricchisca del prezioso lavoro delle associazioni che possono supportarla nella scoperta di luoghi vicini e del tutto ignorati. È da qui che nasce il cittadino consapevole e capace di elaborare un proprio pensiero critico e di saperlo sostenere e argomentare” (https://www.ilmondodisuk.com/5-domande-per-napoli-mirella-la-magna-gridas-di-scampia-bisogna-diventare-cittadini-consapevoli-e-capaci-orgogliosi-di-essere-partenopei/).

Oltre gli archistar: gli inventori delle nuove forme dell’abitare

Esplorare nuove forme di vivibilità è il messaggio forte che arriva anche da Scampia e che il Festival/Scuola di Paesaggio del 2022 ha inteso raccogliere e rilanciare nella prospettiva non di “resistere” nella difficile realtà data, quanto di immaginare, progettare e generare l’inedito. L’abitare, in questa chiave, ha un ruolo decisivo, se è capace di affrancarsi da un approccio ideologico attingendo alle pratiche virtuose – che sono già frammenti di nuova politica – emergenti dal basso, quasi mai riconosciute peraltro dalle amministrazioni locali. “E’ l’uomo a dare forma all’abitare, con la sua presenza e il suo movimento, intrecciando il tessuto dell’essere e tingendolo grazie alle relazioni con l’altro. Così lo spazio diviene luogo perché abitato dal Noi attraverso l’incontro”, chiosano in proposito Johnny Dotti e Chiara Nogarotto (Generare luoghi di vita, op. cit.)

Dalle periferie vive delle città, come accade a Scampia e in tanti altri luoghi che disegnano traiettorie inedite quanto sostenibili del vivere insieme, possiamo estrarre un sapere inedito per realizzare forme dell’esistenza più vicine ai desideri individuali e di comunità, per giungere a quella felicità pubblica della quale parlava Antonio Genovesi, il fondatore dell’economia civile. A maggior ragione oggi, anche di fronte al radicale mutamento delle forme del lavoro e al superamento, soprattutto da parte dele giovani generazioni, delle culture del lavoro del Novecento. Emerge, sia pure in maniera non lineare e spesso contraddittoria, la ricerca di una più stretta connessione tra significati del lavoro e senso dell’esistenza, che vede come parte integrante la definizione, anche in connessione tra loro, degli spazi e dei luoghi del lavorare e dell’abitare. Se ne ricava che questa progettazione del ben vivere non può più essere soltanto appannaggio di tecnici, professionisti, politici, senza l’apporto partecipativo, cooperativo, dal basso, di chi già pratica forme di cittadinanza attiva all’altezza delle questioni emergenti.

Chi inventa i luoghi dove abiteremo? E’ la domanda che recentemente si è posta l’urbanista del Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile, Elena Granata, nel libro dal titolo Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi, 2022. In suo recente articolo sulla questione, Granata concludeva che non sarà più solo l’architettura a svolgere tale ruolo – avendo peraltro perso “la sua capacità di trasformazione reale dei luoghi e delle città, la sua capacità di generare visioni di lungo periodo” – ma quelle figure sociali che lei definisce placemaker, ossia figure sociali capaci di connettere, re-inventare, rigenerare, e di agire non solo “sugli spazi fisici ma anche sui comportamenti umani e sulla natura, sui sentimenti e gli stili di vita” (Chi inventa i luoghi dove abiteremo? Vita e Pensiero, 2/2022). E, tra gli altri, cita un esempio assai significativo di placemaker, che arriva proprio da Napoli. Si tratta del parroco del Rione Sanità, don Antonio Loffredo, che in questi anni, costruendo alleanze progettuali e promuovendo imprese cooperative, ha dato luogo al recupero delle Catacombe di San Gennaro, del II secolo d.c., fulcro attorno al quale negli anni sono nate altre attività sociali ed economiche tese a rispondere ai bisogni e alle aspettative sociali emergenti degli abitanti di un quartiere che oggi appare totalmente trasfigurato. Come scrive Elena Granata, un luogo abbandonato è diventato, al Rione Sanità, un’occasione per rigenerare spazi, generare bellezza, attivare cooperative edilizie e turistiche, promuovere cultura: “Loffredo non inventa nulla, ricuce, apre spazi, attiva processi, si muove tra una dimensione creativa e una imprenditoriale, perché capisce che se le idee non diventano progetti, imprese, posti di lavoro, cambiamento reale nella vita delle persone, le idee non servono a nulla”.


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