Se nella politica manca anche il rumore

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Gianpaolo Carbonetto
Gianpaolo Carbonetto è giornalista e responsabile di programmi culturali e di formazione, studioso dei fenomeni più rilevanti della cultura e della democrazia.

Un bel tacer non fu mai scritto. Questo usatissimo modo di dire è stato tanto apprezzato che molti lo hanno attribuito a Dante, mentre in realtà è figlio di Jacopo Badoer, un librettista del XVII secolo. Comunque, se decine di proverbi, aforismi, frasi celebri esaltano il silenzio – o almeno lo consigliano caldamente – sicuramente una ragione ci sarà, tra cui la più probabile è che si ritiene che meno si parla, meno sciocchezze si possono dire. Ma se questo principio può avere qualche valenza nei comportamenti personali, la stessa raccomandazione perde qualsiasi validità se la si inserisce come ammaestramento a livello sociale e, in special modo, se ci si riferisce al vivere in una democrazia in cui il silenzio è addirittura un veleno efficace e terribile che mina il corpo di qualsiasi convivenza fino a indebolirla e a farla morire.

È anche vero che la democrazia si nutre di politica e che la politica spesso preferisce non parlare, o per nascondere qualcosa, o per evitare di allontanare possibili elettori, o perché non sa proprio cosa dire e preferisce prendere tempo. Ma, se queste scelte sono accettabili a livello sporadico, diventano terribilmente pericolose quando si tramutano in una costante. E in questo periodo il silenzio della politica appare tanto assoluto da essere assordante.

Per capire il perché dell’assurdità del silenzio nei luoghi deputati alla democrazia – cioè praticamente dappertutto – basterebbe pensare che sono pochissimi i casi in cui il silenzio è imposto come regola: questo succede, per esempio, nei conventi e nei monasteri, in quanto la religione pretende di avere già dato tutte le risposte a tutte le domande, e in questa condizione lo stesso parlare e sentir parlare può far nascere dei dubbi che sono, già di per sé stessi, peccato. In democrazia, invece, il peccato è proprio non avere dubbi e in un unico caso il tacere non soltanto è accettato, ma anzi è obbligato: alla vigilia e durante le elezioni, in quel “silenzio elettorale” ideato come eccezione per consentire un momento di riflessione libero dal martellare delle propagande; un silenzio che sembra talmente innaturale da essere non soltanto regolarmente violato, ma la cui trasgressione non porta mai a sanzioni di alcun tipo.

Per il resto tutti sanno che lo stare in silenzio è paragonato al non fare nulla, ma non tutti percepiscono che, come il non fare nulla è già fare qualcosa, e che il non scegliere è già una scelta – quantomeno quella di lasciar scegliere gli altri – anche il non parlare inevitabilmente può essere preso come una presa di posizione. Ma, in più, c’è il difetto che le interpretazioni possono essere varie, se non addirittura diametralmente opposte. Nel silenzio della politica, quindi, ogni interpretazione del silenzio può avere non soltanto un peso del tutto sproporzionato al suo reale valore, ma può anche indirizzare verso obbiettivi assolutamente sbagliati.

Fernando Savater, nel suo Dizionario filosofico, si è chiesto in cosa consista la rivoluzione democratica e si è dato questa risposta: «Nel trasformare gli individui in vettori del senso politico della società». Il vettore, in matematica e fisica, permette di descrivere un’entità quantitativamente, con un valore numerico e, nello stesso tempo, qualitativamente rendendo esplicito anche il suo orientamento, con una direzione e un verso.  Questo concetto, insomma, si adatta benissimo all’attività umana in campo politico, in cui ognuno agisce nella direzione e nel verso indicati dai suoi valori etici e sociali e con la forza della sua passione. Sono due caratteristiche che possono essere cambiate, o anche azzerate, soprattutto da influenze esterne, come quelle portate dalle parole, pronunciate o scritte che siano. Il silenzio, insomma, favorirebbe la stagnazione, l’inattività, la disaffezione verso tutte le pratiche democratiche, tra cui il voto: lo si è visto recentissimamente anche a Monza dove, per designare un senatore, si è presentato ai seggi meno del venti per cento dell’elettorato.

C’è anche da tener presente che noi parliamo di silenzio della politica, mentre sarebbe più giusto parlare di silenzi della politica, al plurale, perché, per esempio, c’è una profonda differenza tra la mancanza di parole della maggioranza e quella della minoranza.

Nel primo caso il silenzio di chi governa può rivelare, tra le altre cose, il fastidio di vedersi obbligati a discutere con chi ha idee diverse dalle proprie, o, anche, la determinazione a non attrarre l’attenzione su cose scomode. Nel caso dell’opposizione, invece, la scarsità di interventi può mettere in luce la rassegnazione di chi sa che comunque le proprie idee non saranno accolte: ma può anche nascondere, o meglio rivelare, la mancanza di idee.

E questi silenzi si stanno combinando in maniera eclatante nel nostro Paese in cui da non pochi anni c’è un Parlamento che – ossimoro vivente – non parla, e non soltanto perché c’è un governo che non lo lascia parlare e che, a sua volta, si limita a fare proclami e propaganda. 

Ne consegue una povertà, o un’assenza di discussione che non è soltanto perniciosa per lo sviluppo di qualsiasi democrazia, ma che è anche dannosissima per la vita stessa del Paese e dei cuoi cittadini che, in quasi assoluta mancanza di confronto tra idee diverse e di reciproca contaminazione fruttifera tra volontà che non sono mai del tutto giuste, o del tutto sbagliate, sono legati a decisioni che scaturiscono da analisi e ragionamenti inevitabilmente monchi.

Le tanto vituperate ideologie almeno costringevano a confronti perché tra i loro scopi principali c’era anche la volontà di fare un proselitismo che ovviamente non poteva concretizzarsi nel silenzio e, quindi sfociava in proposte forti e orientate davanti a qualsiasi problema da affrontare e risolvere.

Ma ci sono ancora altre puntualizzazioni da fare sui silenzi possibili: possono essere attivi, nel senso che si decide di non parlare, oppure passivi, se non si vuole sentire.

Un silenzio attivo, per esempio, può essere pieno di parole, ma vuoto di senso e allora, pur parlando, si finisce per non dire niente. Che lo si faccia volutamente, o meno, raggiunge lo scopo di non dare il via ad alcuna discussione, perché manca proprio la base sulla quale confrontarsi. E lo si può fare sia perché si tenta di evitare un argomento, sia in quanto ci si ritiene troppo superiori (per voti a disposizione, più che per superiorità intellettuale) per abbassarsi a discutere con coloro che vengono ritenuti già sconfitti.

In questo particolare campo, poi, non sono pochi coloro che considerano la libertà di parola come un privilegio e non come un diritto. Ne conseguono inevitabilmente delle forme di censura che quasi mai sono superbamente esplicite, ma che, pur sotterranee, non perdono assolutamente di efficacia.

Ma il silenzio della politica riguarda anche coloro – sia maggioranza, sia opposizione – che, come fossero sordi, non vogliono sentire chi la pensa diversamente. E a rendere paradossalmente ancora più facile il silenzio, inteso come assenza di comunicazione, sono arrivati i social nei quali obbligatoriamente, se si decide di rispondere, ci si deve esprimere con messaggi stringati in cui è praticamente impossibile andare al di là del “mi piace”, o di qualche messaggio di contrarietà, se non di odio. In più, visto anche che alcuni dopo un giorno scompaiono, si sente l’obbligo di rispondere immediatamente, dove l’etimologia dell’avverbio fa venire in testa il concetto di subito, ma anche e soprattutto quello di senza mediazione di un pensiero, di un ragionamento, ma soltanto con una reazione istintiva, senza riflessione.

Insomma, il silenzio, nelle sue varie forme, blocca qualunque confronto, ogni discussione e, quindi, anche la cultura che è l’insostituibile motore del progresso, non può più avanzare e spalancare paesaggi fino a quel momento sconosciuti nei quali trovare spazi per far migliorare le condizioni di tutto il genere umano e per assicurarne il futuro.

Visto, però, che il silenzio non è soltanto assenza di parole, ma di qualunque rumore, balza agli occhi che questa nostra epoca vede agire una politica – ammesso che possiamo ancora definirla così riferendoci a una polis che ormai è sminuzzata – che non soltanto non parla più, ma non si fa più nemmeno sentire agitandosi e andando a infrangere rumorosamente alcune tranquillità imposte. 

Insomma, ci si è anche dimenticati che il silenzio della politica può essere rotto anche senza possedere grandi capacità oratorie, ma avendo la determinazione a far vedere e sentire il proprio dissenso, magari riempiendo, come una volta, strade e piazze, riassumendosi la responsabilità, che tocca a ognuno di noi, di non lasciar affogare la democrazia in un soporifero oceano di silenzio. 

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