Il concetto di “ritorno” è frequentemente associato a un’idea di ciclicità, di ricorrenza, di un cerchio che si chiude su sé stesso. Ogni giorno le nostre vite ripetono gesti, pensieri, emozioni. È bello e, forse, confortevole — soprattutto nei momenti di maggiore pressione verso il cambiamento — pensare che potremo tornare ai luoghi certi, accoglienti e ospitali dei nostri pensieri ricorrenti e delle nostre consuetudini. Il cambiamento in sé, invece, impone fatica e non è sempre necessariamente associato al nuovo: spesso, anzi, ci appare inspiegabilmente come un regredire verso trascorse fatiche.
Questa riflessione ha assunto contorni chiari nelle mie considerazioni degli ultimi giorni, in cui si è paventato per me il ritorno a una condizione lavorativa in presenza, dopo alcuni anni di attività in remoto che mi hanno consentito di conciliare serenamente professione e vita familiare. Al di là di ogni possibile considerazione sulla sensatezza di una scelta che appare aziendalmente anacronistica, quest’obbligo mi è parso subito, piuttosto che una novità, un tuffo nel passato.
La ciclicità, pur essendo parte dell’esperienza comune della nostra vita, può infatti diventare talvolta una zavorra. Come sosteneva Nietzsche, con la sua concezione dell’eternamente ricorrente, la vera sfida non è tanto la ripetizione stessa, quanto la nostra reazione ad essa. «Cosa avresti da dire sulla tua vita se fosse destinata a ripetersi esattamente nei minimi dettagli per l’eternità?». Questa provocazione ci esorta a esaminare il nostro vissuto e a cercare una reinterpretazione dei percorsi passati.
Sembra riecheggiare il dramma vissuto dal saggio Qoèlet dell’Antico Testamento: «Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da cui risorgerà / Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà / Non c’è niente di nuovo sotto il sole»: una constatazione che amareggia – e ancor di più, forse, opprime.
Non è tuttavia solo il ritorno in sé, spesso obbligato, ma ciò a cui scegliamo di tornare che può dare una nuova direzione alla nostra esistenza. Ritornare a cosa? Questa domanda è cruciale. E se fosse solo concentrandosi su ciò che significano i nostri ritorni che potessimo sottrarci a questa dinamica di ciclicità? Il ritorno, per essere fecondo, dovrebbe indirizzarci verso nuove esperienze e nuove consapevolezze. Come Bergson, potremmo considerare il tempo come un processo creativo, non come una semplice successione di eventi: «La vera vita è quella che si vive nel tempo». Questo implica la consapevolezza che, sebbene il passato possa influenzarci, mai potrà definirci.
Per uscire dal vortice della ripetizione, forse, è necessario abbracciare la speranza e nutrire una visione chiara del futuro. «Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni», affermava Eleanor Roosevelt. Esiste dunque una “stella polare” dell’anima, una mèta verso cui dirigere i nostri passi, inamovibile, che non sia un’illusione temporanea ma durevole e che possa guidarci attraverso le tempeste del dubbio e dell’incertezza?
Forse per ‘deformazione professionale’, la scienza mi ha sempre offerto angolature interessanti di meditazione sui miei vissuti: «La vita è un ciclo di apprendimento e adattamento», afferma il biologo Richard Dawkins, ponendo l’accento sulla capacità di evolversi in risposta agli stimoli esterni. Ogni esperienza, sia essa positiva o negativa, diventa così opportunità per apprendere e progredire verso un futuro rinnovato.
Ritornare al nuovo, dunque, non significa semplicemente alienare il passato con le sue frustrazioni e ferite, ma piuttosto imparare da esso, senza permettergli di imprigionarci. E se provassimo a rielaborare le nostre esperienze, trasformandole in strumenti di crescita personale? In versi leggeri, scriveva Emily Dickinson: «La speranza è quella cosa piumata che si posa nell’anima». Tornare a sperare implica un gesto di apertura e accettazione, una fiducia nel futuro che ci spinge ad orientarci verso orizzonti inesplorati.
In conclusione, il viaggio della nostra vita può porsi, sempre, come un cammino di liberazione e riscoperta. Esso richiede coraggio, ma anche un’assunzione di responsabilità rispetto alle scelte che facciamo. Superando la logica ciclica che ci imprigiona, possiamo scoprire che ogni ritorno porta con sé la potenzialità di una nuova ripartenza.
Posso entrare nella novità dei miei giorni, lasciandomi ancora una volta il passato alle spalle, ma inevitabilmente quanto costruirò è edificato con i mattoni – più o meno ben riusciti – che la vita mi ha già regalato; si tratta forse di capire come meglio assemblarli in un edificio che risplenda di novità e futuro. Usando le parole di Kierkegaard: «La vita può essere compresa solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti». La sfida è quella di provare a riconoscere il valore dei nostri ritorni e trasformarli in momenti di nuovi significati e possibilità.

