L’ARTE DI RICONOSCERE I NOSTRI ERRORI COME CIFRA MORALE FONDAMENTALE
Ogni seria riflessione etica non può prescindere – almeno implicitamente – dalla coscienza viva di due assiomi, capaci di esprimere in modo molto plastico ed eloquente la paradossalità della condizione umana. Il primo di essi dice che l’uomo è un essere irresistibilmente attratto dalla verità e che la ricerca di un fondamento aletico stabile accompagna ogni stagione della sua vicenda storica; il secondo afferma che questa stessa creatura – pur tendendo all’indefettibilità del vero – è irrimediabilmente esposta alla possibilità di sbagliare, di fraintendere, di cadere. L’interrelazione tra le due polarità è umanamente insuperabile (almeno nel nostro status viatorum). Da un lato, siamo consapevoli dei nostri errori perché abbiamo in qualche modo notizia della verità (Agostino, con il suo acume, lo esprime con limpidezza nel De civitate Dei1: non ci si sbaglia se non su uno sfondo veritativo; chi fosse totalmente estraneo al suo orizzonte non potrebbe esser per nulla conscio di mancarlo o di corrispondervi); dall’altro, è innegabile pure il fatto che l’uomo possa conoscere autenticamente se stesso solo passando nel crogiolo del proprio errore. La cognizione che abbiamo di noi stessi non può nascere e svilupparsi che nella ferita: noi diventiamo consapevoli della nostra identità non quando tutto procede senza intoppi, bensì quando siamo costretti a misurarci con i nostri fallimenti, con le scelte avventate, con i giudizi affrettati che rivelano i limiti del nostro sapere e del nostro volere.
Si può ritenere – senza timore d’essere smentiti – che la nostra stessa identità morale prenda forma nello spazio che si apre tra le dimensioni del desiderio ardente della verità e della certezza (vera) della nostra fallibilità. Sostare nel campo di tensione che le separa, ossia riconoscere la propria fallibilità – tanto sul piano noetico, quanto su quello morale – è uno dei segni più alti della nostra dignità: è un’esperienza senz’altro dolorosa ma generativa, giacché scoprirsi vulnerabili per davvero significa anche scoprire di non coincidere con la nostra stessa vulnerabilità, ma di essere qualcuno in grado di attraversarla. Non ci basta sapere – beninteso – che potremmo sbagliare; occorre fare esperienza dell’errore per accoglierlo e tornare – come si dice – sui nostri passi. Quest’atto non è mera resa, ma un dialogo interiore con una verità che ci precede e ci trascende. Come osserva Paul Ricoeur nelle sue indagini sul rapporto tra memoria e oblio, riconoscere il proprio errore, la propria colpa, non significa semplicemente autoaccusarsi: è un atto narrativo2. Chi ammette l’errore non si limita a dichiarare un fatto, ma riorganizza la propria storia, integra il passato in una trama che può diventare generatrice di nuova vita. Senza questa rielaborazione, la revisione della propria posizione (o il rimorso, quando l’errore è morale) resta mutismo sterile; con essa – al contrario – il rimorso si trasforma in pentimento creativo, in motore di riconciliazione. L’ammissione dell’errore diventa così un gesto di forza, perché richiede il coraggio di guardare la verità in faccia e di lasciarsi da essa guarire.
La confessione dell’errore – vale la pena specificarlo – non è qualcosa che debba rimanere confinato alla sola sfera interiore. Essa è chiamata a configurarsi come un atto intersoggettivo, dal momento che le nostre azioni sono sempre iscritte in una rete di relazioni. Riconoscere i propri sbagli significa allora – ne abbiamo fatto spesso esperienza, credo – riattivare la fiducia negli altri, riannodare legami, riaprire il futuro che un torto o una menzogna sembravano aver chiuso. La consapevolezza del limite può diventare davvero pratica capace di tessere nessi comunitari. Quando i membri di una comunità riconoscono i loro errori, la verità smette di essere un possesso da difendere e si rivela come un incontro da custodire. Solo una società che sa di poter errare è capace di promesse e di perdono, di quell’intreccio delicatissimo che rende abitabile il mondo. Chi conosce il proprio limite non teme l’altro; chi lo ignora finisce, prima o poi, per trasformarlo in un nemico. L’arte di riconoscere l’errore non è allora un lusso per coscienze raffinate o per anime belle, ma il presupposto di ogni convivenza che voglia dirsi autenticamente umana. Ammettere un errore significa, in definitiva, prendere sul serio l’altro, riconoscerne la capacità di interpellarci: è un atto di rispetto sublime verso l’alterità, perché passo in grado di concederle il potere di giudicare, di correggere e di aprire prospettive che da soli non saremmo neppure capaci di scorgere.
In questa luce la fallibilità diventa condizione etica della convivenza: non un inciampo da nascondere, ma il punto di partenza della fiducia reciproca. Chi si crede autosufficiente, chi si illude di essere immune dall’errore, si rinchiude in una bolla di autocompiacimento che soffoca ogni scambio concreto. La relazione, per fiorire, ha bisogno di un varco, e quel varco è la consapevolezza di non avere la verità in tasca, ma di essere tutti insieme – come scrive Giuseppe Barzaghi – in tasca alla verità3. Se ci si pensa, ogni vincolo sociale è, in chiave umana, un patto tra imperfetti, una sorta di reciproca dichiarazione: non siamo dèi, possiamo ferire e possiamo essere feriti. Solo chi accetta la propria provvisorietà può fondare regole giuste, perché resta disponibile alla correzione, pronto a rivedere le decisioni, a cambiare rotta. Una comunità viva, in questo senso, non è quella che non sbaglia mai, ma quella che sa riconoscere i propri sbagli, che costruisce meccanismi di revisione, che accoglie la critica come proprio nutrimento. Senza questa coscienza del limite, la politica degenera in culto dell’infallibilità, e l’infallibilità è sempre il preludio della violenza: dove non è ammesso l’errore, il dissenso diventa minaccia, e la verità si riduce a propaganda.
La stessa logica vale nella trama minuta della vita quotidiana. Amicizie, relazioni affettive, collaborazioni professionali si reggono su equilibri fragili, costantemente minacciati da incomprensioni, parole mal dette, scelte improvvide. Se non coltiviamo la prontezza a riconoscere l’errore, questi rapporti rischiano di irrigidirsi in rancori silenziosi o in ostinazioni sterili. La consapevolezza del limite qui è decisiva; è come dire: «Posso mancare, e proprio per questo la tua esperienza, la tua ragione, il tuo giudizio sono per me una risorsa». Ciò che mi conduce a vedere nell’altro qualcuno che (forse) ha qualcosa da insegnarmi è proprio il riconoscimento che la verità non coincide esclusivamente e assolutamente con me. Ancora Ricoeur, con la sua idea del sé come altro, lo esprime con chiarezza: l’identità personale si compie solo nel dialogo, e il dialogo schietto nasce dalla disponibilità a lasciarsi trasformare4. Ora, questa trasformazione è impossibile senza la consapevolezza di poter sbagliare. Non è un caso che le culture del perdono insistano sulla necessità del riconoscimento reciproco: la riconciliazione non è l’oblio dell’offesa, bensì l’atto coraggioso di chi ammette il male commesso e si espone al giudizio dell’altro.
Questa antropologia della fallibilità, in un’epoca che idolatra la precisione algoritmica e l’efficienza calcolabile, suona come una significativa lezione di realismo. Noi non siamo macchine, d’altra parte: siamo esseri che bramano la verità sapendo di poterla soltanto intendere e mai possedere in maniera totalizzante e definitiva. È giusto questa tensione a renderci umani e, proprio perché non siamo macchine, la libertà che ci è data non coincide con l’assenza di errore, ma con la capacità di rimettere in questione noi stessi. Ritornare sui propri passi non è, sotto tale profilo, un ripiegamento di sé al ribasso, ma l’esercizio di una libertà vissuta fino in fondo: la libertà di ricomporre il legame tra verità e responsabilità, di assumere il passato senza rimanerne prigionieri, di aprire il presente a un futuro che non è semplice ripetizione. Nel gesto, umile e insieme audace, del ritornare indietro si manifesta la statura più autentica dell’uomo. Non quella di un essere infallibile, quanto quella di chi, sapendo di poter sbagliare, non smette di cercare la verità che lo trascende e insieme lo fonda. Qui la fragilità non è sconfitta, ma sorgente di senso; qui la fallibilità diventa non il marchio di una condanna, ma la possibilità stessa di un incontro che rinnova tutte le cose, di un cammino sempre riaperto, che passa attraverso il coraggio di riconoscere gli abbagli presi e la gioia, sorprendente e serena, di lasciarsi trasformare da essi.
NOTE
- Cfr. Agostino, La città di Dio, XI, 26, Milano, Rusconi 1984, pp. 548-549.
- Cfr. P. Ricoeur, Sé come un altro, Milano, Jaca Book 1993, pp. 244-257.
- Cfr. G. Barzaghi, La fuga. Esercizi di filosofia e di anagogia, Bologna, Esd 2020, p. 33.
- Cfr. P. Ricoeur, Sé come un altro, pp. 244-257.


Bella qanto imprescibilile la consapevolezza dei limiti antropologici rispetto all’altro da se’, nella tua trattazione filosofica!
Dei limiti che sono anche la bellezza e la unicita dell’essere umano…