Vivere la vita mille volte minuto per minuto,
e anche lasciare spazio al dolore,
spazio che non può essere piccolo, oggi.
(Etty Hillesum, Diario 1941-43)
Parlare di “ferita” significa inevitabilmente parlare di “ferite”, perché non ne esiste una sola, ma tante quante le persone in cui si incarnano. Ogni ferita si incarna in un corpo, che prova dolore anche quando non si tratta di una offesa al corpo, ma alla mente e all’anima.
Sulle ferite si può lavorare, come si dice in termini psicologici, con l’obiettivo di non farle più sanguinare, anche se la cicatrice spesso rimane e torna a farsi sentire.
Parlare di ferita significa quindi occuparsi degli infiniti modi in cui questa viene vissuta ed elaborata ed anche di come la persona si trovi, anche se la ferita guarisce, a convivere con una cicatrice.
Avvicinarsi al dolore è sempre molto difficile perché, anche senza volerlo, si può fare male: basta una frase sbagliata per riaprire una cicatrice, per rinforzare la convinzione di non poter essere capiti, per evocare ricordi dolorosi o anche per riattualizzare quel senso di ingiustizia e quegli interrogativi (perché proprio a me? Cosa ho fatto di male?) che alla ferita spesso si accompagnano.
Di fronte al dolore bisogna farsi piccoli piccoli e lasciarlo parlare o essere pronti ad ascoltarne i silenzi, aspettando il momento in cui il dolore sente di potersi trasformare in parole.
Per questo, invece di scrivere sulla ferita, condividerò la lettera di una persona, che, in modo toccante, racconta la storia di un malessere psicologico ad esordio precoce.
Quando ho chiesto di poter condividere questo scritto, la risposta è stata: «Si, ci sto, a condizione che non ci sia alcun riferimento all’essere donna o uomo perché il sentire riguarda l’essere umano; le manifestazioni, i sintomi e le strategie per contrastare il malessere possono essere diversi nel sesso maschile e femminile, ma il sentire di cui parlo è comune».
Importante sottolineare l’esordio precoce del disagio in questione, perché un esordio in età adolescenziale o nella giovane età adulta può condizionare il corso della vita di una persona, generando una ferita che lascia una cicatrice per sempre.
Sarebbe bello che queste parole arrivassero e toccassero con delicatezza, più che “gli esperti del settore”, tutte le persone che possono riconoscersi in questo tipo di ferita e che, ferma restando una personalizzata eziologia multifattoriale dei disturbi depressivi, si trovano spesso ad avere tratti comuni: una sensibilità profonda, un bisogno di andare oltre le apparenze, di relazionarsi in modo autentico, di sgombrare la realtà da finzioni e ipocrisie, di rendere visibile l’invisibile, con un occhio lucido sul mondo e un’attenzione per l’Altro e i suoi bisogni.
Richiamando il modello biopsicosociale come approccio alla salute, che considera la malattia come il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali, non possiamo fare a meno di sottolineare come le condizioni sociali e relazionali dei tempi in cui viviamo vengano ad essere fattori che slatentizzano o aggravano le condizioni di chi è vulnerabile a questo disturbo.
In un periodo storico in cui, richiamando Erich Fromm, l’avere prevale sull’essere, in cui siamo tutti connessi, ma sempre più soli, in cui bisogna apparire per esistere, in cui vige l’imperativo della felicità a tutti i costi, come ci ricorda Byung Chul Han nel suo libro La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, diventa molto difficile non sperimentare vissuti depressivi.
Parlare di sofferenza non significa crogiolarsi nella sofferenza, ma il contrario: essendo il dolore condizione ineliminabile dell’esistenza, renderlo visibile e condividerlo ci rende più umani e più uniti per depotenziarlo e sublimarlo.
Dopo questa breve premessa, mi faccio piccola piccola e do spazio alla lettera, che ci consente di entrare in una ferita e di farne un’analisi fenomenologica.
«Scrivo per raccontarle la mia storia e per avere un confronto con lei sul misterioso tema della depressione.
Secondo me sarebbe opportuno che qualcuno rendesse visibile il dolore che deriva da questa condizione così sfuggente, che è stata appellata con tanti nomi da molti grandi letterati che ne hanno sofferto: “male oscuro” (Gadda e Berto), “sole nero” (Kristeva), “male di vivere” (Pavese), “cognizione del dolore” (Gadda), “cane nero” (Churchill), “Cosa Brutta” (Foster Wallace), “Demone del meriggio” (Solomon). Scrivo per dare voce ad un male invisibile agli occhi dei più: un malessere che non ti blocca immobile in un letto o su un divano al buio per settimane o mesi, ma che comunque, in un profilo ad (apparente) alto funzionamento condiziona la vita, fin da quando sei bambino, oserei dire. Io soffro (ma ho ancora la speranza di liberarmene) di quella forma depressiva o di altro male, a questo punto non so più: un male di vivere contro cui devi combattere quasi ogni giorno, tranne periodi in cui ti dà tregua o in quei momenti in cui alcuni tipi di stimoli riescono a trascinarti fuori.
Sono una persona che, da sempre, gli altri vedono “normale”, anzi forse anche di più, però fatico a vivere: spesso il mio corpo, soprattutto al mattino, è un peso da muovere, la bocca dello stomaco è come oppressa da una pressione angosciosa, una sorta di nausea/vertigine che accompagna ogni azione, mentre la mente lotta contro pensieri, rimuginazioni e anche una visione perfino troppo lucida della vita, che ti entra dentro e provoca una tristezza che copre con un velo tutti gli avvenimenti; una condizione che ti allontana dal mondo e ti fa vivere in una dimensione altra, in una sorta di costante derealizzazione.
Fortunatamente non sempre è così, ci sono giornate e periodi migliori e lì riconosci te stesso, e provi una indescrivibile gioia di vivere, forse anche più intensa degli altri: ti sembra di volare.
È sempre stato così? Ricordo echi di tristezza fin dall’infanzia e poi ad un certo punto della mia vita, intorno ai 16 anni, ho cominciato a combattere con una sensazione di vuoto, di mancanza di senso che mi provocavano una tristezza profonda e pervasiva che non sapevo come fronteggiare. Questo stato era difficilmente condivisibile con i coetanei, con i genitori: come si poteva verbalizzare, come si poteva spiegare? Ciò determinava un vissuto di profonda solitudine interiore e spesso anche un bisogno di vivere in solitudine per non dover fare l’ulteriore fatica di partecipare a forme di socialità che sentivi non corrisponderti. Ho cominciato a sentire il bisogno di riempire quel senso di vuoto e l’ho fatto mangiando… abbuffandomi, riempiendo il mio stomaco fino a farlo scoppiare per poi eliminare quanto avevo ingurgitato provocandomi il vomito. Tale condotta era diventata una delle mie ragioni di vita perché era l’unico modo per “sentire pieno”. Compensavo il vuoto con questo pieno di cibo, cercando di mettere a tacere quegli interrogativi che continuamente risuonavano nella mia testa. Sono io o è il mondo che va al contrario? Sono io che non so adattarmi ad una realtà che pare priva di senso e di quei valori che sono per me fondanti? Sono io troppo sensibile o sono gli altri anestetizzati? Sono io che ho troppo bisogno di stare in relazione o sono gli altri che sono appagati unicamente dal nutrimento del proprio ego?
Ho smesso le condotte bulimiche quando, a 19 anni, ho iniziato una cura con uno psicofarmaco insieme ad una psicoterapia.
Questo malessere ha condizionato il corso della mia vita, eppure nessuno sembra comprenderlo fino in fondo perché chi non prova non può capire: chi lo prova vive un altro tipo di vita. Tutti hanno difficoltà, ciascuno le sue, ma questa è un’altra cosa.
Tutto questo non mi ha mai fermato. Ho studiato, ho lavorato, ho fatto esperienze, ho gioito, ho avuto molti amori. Ho avuto sempre curiosità e rispetto per gli altri, cercando sempre di prestare attenzione ai loro bisogni, soprattutto di coloro con meno strumenti. Il mio sentire è stato ed è ancora oggi il motore per vedere il mondo con occhi diversi, con una profondità e una sensibilità diverse. Tante delle persone che mi conoscono mi vedono sensibile, forte, brillante, un sole che illumina.
Ho fatto e faccio “tutto” nonostante tanta fatica.
Qualcuno mi ha detto: non puoi soffrire di depressione, quello che fai tu un depresso vero non può farlo e io rispondo che non è vero o che forse non si tratta di depressione, ma di un altro male dell’essere cui ancora non si è dato un nome.
Vorrei anche sottolineare che la depressione non è solo e forse non è neanche primariamente un disturbo dell’umore, perché, come troviamo scritto nei libri specialistici, altera non solo la condizione affettiva dell’individuo, ma compromette pervasivamente il funzionamento psichico globale, cognitivo, cenestesico, talora anche percettivo e ideativo.
Nelle giornate no, si fa fatica a studiare, a concentrarsi, ad ascoltare, a parlare, a trovare nella mente le informazioni, perché la tua mente e il tuo corpo sono sempre affaticati, un po’ come quando hai passato una o forse più notti non dormendo. A questo si aggiunge spesso la frustrazione di non essere capiti, creduti e di passare per persone complicate e incontentabili. Ti ritrovi a volte a non sentire neanche più quello che vuoi perché non hai neanche la forza di volere. Dimenticavo: una ulteriore grande fatica è quella di sembrare “normali” e funzionanti agli occhi degli altri diventando esperti nell’arte del camouflage.
Soffrire di questo tipo di depressione ti costringe a combattere con qualcosa di invisibile che ti succhia energia e lucidità. La mancanza di energia e lucidità ti porta a fare scelte sbagliate o a scegliere soluzioni “a risparmio energetico”, ogni scelta finisce per diventare una non scelta, generando una catena di conseguenze e/o mancanze che nella persona producono una ferita profonda.
Venendo a noi… perché le scrivo? Perché, secondo me, occorre dare voce e volto anche a queste depressioni invisibili, anche per dare conforto alle persone che ne soffrono, per farle sentire meno sole… la chiamo depressione invisibile, perché ancora non so come sia giusto chiamarla, nonostante ne abbia parlato con tanti specialisti.
Rendiamo visibile ogni ferita invisibile perché il condividerla e il renderla visibile sono la prima forma di umanità e di cura».

