La cura come arte di accostare le ferite (altrui e proprie)

Autore

Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

MEDITANDO SU UNA VENERANDA TRADIZIONE NIPPONICA

Il kintsugi è un’antica tecnica giapponese di riparazione della ceramica: consiste nel ricomporre utensili andati in frantumi utilizzando una lacca mescolata a polvere d’oro1. Tramite tale accorgimento, le linee di frattura di questi oggetti, invece di essere camuffate o nascoste, vengono evidenziate e trasformate in affascinanti reticoli luminosi che raccontano la loro storia. Si può dire che, oltre che cancellare il danno che va a sanare, il kintsugi lo assuma e lo valorizzi, convertendo le rotture in elementi forieri di una bellezza inedita e assai originale: più che un metodo di restauro, tale procedimento si propone come una forma di pensiero incarnato, inscritto in una sensibilità di ampio respiro e atto a riconoscere nell’imperfezione non un difetto, ma una modalità autentica dell’essere. 

Tanto nella tradizione più antica quanto nelle sue riletture contemporanee, la pratica in questione si colloca al crocevia tra un fare materiale e una prassi simbolica: da un lato, essa si pone come un insieme di gesti precisi, lenti e regolati, che conduce a recuperare la preziosità dei diversi frammenti, a ricomporli e sigillarli in una vera e propria opera d’arte; dall’altro, si configura come una pratica contemplativa che trasforma da dentro il nostro stesso sguardo sulla vita e che ci insegna come le ferite che la lacerano non siano accidenti da dissimulare o eliminare, ma eventi da abitare e interpretare come luoghi di senso profondo. È a partire da quest’intuizione che mi pare plausibile assumere il kintsugi come paradigma etico e, nella fattispecie, come figura della cura, intendendo con tale termine una postura esistenziale capace di abbracciare la fragilità per accompagnarla.

«Per l’uomo – nota puntualmente Carmelo Vigna, con il quale vogliamo istituire una sorta di dialogo a distanza – la cura è anzitutto una maniera di rapportarsi al reale: quella maniera che protegge dal male qualcosa e (soprattutto) qualcuno [che, per sua natura, è] vulnerabile»2.

Tale osservazione coglie con precisione la dialetticità caleidoscopica della cura, lasciando emergere la ricchezza semantica del termine: dal ventaglio delle sue molteplici accezioni, emerge con potenza quella della cura intesa come relazione dell’io con il tu. La cura si staglia, qui, come un atteggiamento etico di apertura e di responsabilità nei confronti della vulnerabilità dell’altro, da affiancare non attraverso meri gesti assistenziali, ma con un coinvolgimento che implica attenzione, ascolto ed empatia3.

«Chi cura – continua Vigna – protegge colui che gli sta innanzi dal negativo, cioè dal male per lui. Egli cura che il soggetto in cura ritrovi lo star bene, se lo ha perduto, o permanga nello star bene, se già lo possiede. Chi cura, se veramente cura, è dunque un essere per altri, giacché la sua mira è il benessere altrui. (…) Perciò chi cura deve prendere sempre altri come fine e mai semplicemente come mezzo: questo implica che il fondamento del suo agire sia il bene d’altri; implica cioè che tutte le sue azioni di cura traggano senso dalla realizzazione della fioritura dell’altro»4.

Il parallelismo metaforico istituito tra il kintsugi e la cura verso altri si rivela particolarmente fecondo nel renderne esplicite alcune iridescenze. Sostando anzitutto sul gesto del ricomporre con l’oro i vari frammenti rotti, possiamo intuire come le ferite a cui l’io può approssimarsi ponendosi accanto ad un tu non siano soltanto qualcosa da rimarginare: nell’atto di cura dell’io verso l’altro, questi non viene ridotto alla sua mancanza o al suo dolore, ma, attraverso il dispositivo morale della reciprocità, viene accompagnato affinché possa integrare la fatica del suo limite nella propria identità e riesca, così, a scoprire maggiormente se stesso. 

«In ogni rapporto di cura – scrive di nuovo Vigna – è necessaria una certa reciprocità, anche se il rapporto di cura è, di suo, un rapporto asimmetrico. Un essere umano infatti sta in relazione ad un altro essere umano solo se viene interpellato come un soggetto. Altrimenti si ritrae, perché si sente violato nella propria dignità. La violazione sta nel fatto dell’oggettivazione. Uno viene oggettivato se viene cosificato, non riconosciuto nella sua infinita apertura intenzionale al mondo. Se non viene, appunto, riconosciuto come un soggetto. Quando, invece, viene riconosciuto come un soggetto, un essere umano si sente onorato e confermato nella propria dignità»5.

Vi è poi un ulteriore aspetto che rende il kintsugi una metafora etica particolarmente efficace: il tempo necessario alla ricomposizione dei vari frammenti, che richiede lentezza e dedizione. Analogamente, la cura dell’altro non può essere imposta né accelerata o interpretata secondo logiche efficientistiche, poiché esige una presenza costante e capace di attesa. In questo senso, prendersi cura dell’altro significa anche accettare una certa impotenza e riconoscere che la guarigione non è mai totalmente nelle mani di chi cura, ma nasce da un intreccio delicato di relazioni, libertà, natura e interiorità.

«Quando si cura qualcuno – leggiamo ancora in Vigna – deve venire innanzi la capacità di durare nell’attesa che spera. Liberarsi dal male [fisico, psichico o spirituale che sia] è un compito lungo e deve essere eseguito da un soggetto a volte indebolito nelle capacità di autonomia. Questo può indurre chi cura alla sensazione dell’inefficacia o addirittura dell’inutilità dei propri sforzi. Continuare, nonostante le smentite a breve e i comportamenti discutibili, una relazione di fiducia e di sostegno significa guardare lontano»6.  

Da ultimo, il kintsugi mostra come ogni atteggiamento di cura lasci una traccia indelebile anche in chi lo attua: la relazione di cura è infatti capace di trasformare reciprocamente i soggetti coinvolti. Chi si espone alla vulnerabilità dell’altro non rimane inerte, ma viene scosso, modificato e, in qualche misura, a sua volta ricomposto: la cura si rivela, allora, non solo un essere-per-l’altro, ma anche un processo di co-trasformazione, in cui le fragilità del tu e dell’io si incontrano e, lungi dall’annullarsi, s’illuminano reciprocamente. 

Il fatto è che, nel prenderci cura delle ferite altrui, entriamo inevitabilmente in contatto con le nostre. Non si tratta soltanto di una coincidenza psicologica o di un effetto collaterale: come l’artigiano che, maneggiando frammenti infranti, affina uno sguardo capace di riconoscere le linee della frattura, così chi espone se stesso alla vulnerabilità altrui sviluppa una sensibilità che lo rende progressivamente più consapevole anche delle proprie incrinature. La cura dell’altro si rivela così come una via privilegiata (e, per un certo verso, l’unica realmente praticabile) per accedere alle nostre stesse ferite senza esserne sopraffatti. Prendersi cura di qualcuno implica infatti uno spostamento del baricentro dall’io all’altro: proprio questo decentramento consente di aggirare quelle resistenze, quelle difese e quelle cecità che spesso ci impediscono di guardare direttamente alle nostre fragilità. Il nostro dolore non scompare nell’incontro con quello dell’altro, ma si lascia intravedere in una forma mediata, più abitabile e meno minacciosa: attraverso la relazione, le nostre fratture trovano uno spazio simbolico in cui poter essere riconosciute senza essere immediatamente respinte. Va da sé che tale dinamica non debba essere intesa in senso strumentale: l’altro di cui ci si prende cura – lo si affermava in precedenza – non è mai un mezzo per la nostra guarigione o il nostro star bene, ma sempre e solo un fine. Questa consapevolezza trova il suo compimento proprio in quella forma di presenza che non riduce né anticipa l’altro, bensì lo accoglie nella sua irriducibile singolarità. È in questa disposizione esistenziale che la cura si rivela nella sua verità più abissale: non gesto che possiede o risolve, ma impegno che custodisce. Come ricorda Simone Weil, l’attenzione rivolta all’altro è «la forma più rara e più pura della generosità»7: che non sia davvero questo – a discapito di quello che il mondo, spesso, ci fa credere – l’oro più prezioso con cui imparare, ogni volta, a ricomporre gli altri e, così facendo, a ricomporci?

NOTE

1. Cfr. C. Santini, Kintsugi. L’arte segreta di riparare la vita, Bur, Milano 2022, pp. 10-11
2. C. Vigna, Sulla cura, in Etica del desiderio come etica del riconoscimento, Orthotes, Napoli 2015, vol. II, p. 103.
3. Cfr. E. Pulcini, Tra cura e giustizia. Le passioni come risorsa sociale, Bollati Boringhieri, Torino 2020, pp. 70-71.
4. C. Vigna, Sulla cura, in Etica del desiderio come etica del riconoscimento, p. 105.
5. Ibi, p. 108. 
6. Ibi, p. 106.
7. S. Weil, Corrispondenza, SE, Milano 1994, p. 13.


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