Importanti sono le cicatrici

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Gianpaolo Carbonetto
Gianpaolo Carbonetto
Gianpaolo Carbonetto è giornalista e responsabile di programmi culturali e di formazione, studioso dei fenomeni più rilevanti della cultura e della democrazia.

La frase l’abbiamo sentita mille volte, pur con la variabile dei numeri citati: «Si contano 18 morti e 54 feriti». È forse questa – nel bilancio di un incidente, di una catastrofe, di una giornata di guerra – l’unica situazione in cui il concetto di ferita perde almeno in parte, se relazionato a quello di morte, la drammaticità che normalmente lo pervade. Nelle altre occasioni ogni ferita porta con sé, oltre al dolore, la preoccupazione, se non la disperazione per qualcosa che forse si è irrimediabilmente perduto.

Certi stati di prostrazione possono essere assolutamente comprensibili per ferite che minaccino infezioni e che, quindi, mettano in pericolo la vita stessa, oppure che comportino amputazioni, o causino sfregi capaci di cambiare profondamente l’aspetto fisico visibile. Ma la ragione per cui, anche se di piccole dimensioni e di gravità trascurabile, le ferite finiscono per mettere in crisi chi le subisce, va cercata nell’aspetto psicologico, spesso inconscio, che le accompagna.

Le ferite, infatti, vanno a lacerare la pelle che è la principale barriera difensiva del nostro corpo e opera come un organo attivo, fisicamente, termicamente, chimicamente e batteriologicamente contro microbi, sostanze tossiche, agenti atmosferici e radiazioni, proteggendo l’organismo grazie a cellule sentinella specializzate. Inoltre è proprio nella pelle che le terminazioni nervose rilevano il dolore e mettono in guardia il resto del corpo. Normalmente tendiamo a sottovalutarla, ma sappiamo benissimo che, in realtà, si tratta di una corazza che ci difende in svariati modi e che un’interruzione della continuità dei tessuti, una lacerazione di questa armatura espone inevitabilmente i nostri organi a maggiori pericoli. Ed è anche per questo che, a prescindere dal tipo della ferita – taglio, abrasione, lacerazione, puntura – ci affrettiamo a pulirla, disinfettarla e, se necessario, a suturarla per favorire la guarigione, cioè la riparazione della nostra pur apparentemente esile corazza. 

E anche quando sappiamo che una ferita ci sarà inferta per il nostro bene, come nel caso di un bisturi che incide pelle e carne per permettere un’operazione che magari ci salverà la vita, comunque non la sopportiamo di buon grado.

Ma se quasi sempre parliamo di ferite fisiche, molto più gravi possono risultare quelle morali che provocano profondi danni psicologici e spirituali che possono derivare dall’aver subito violente ingiustizie anche e soprattutto pubbliche, ma anche dall’aver compiuto, assistito, o non aver impedito atti che violano i propri valori etici fondamentali e, quindi, dall’aver introitato sensi di colpa causati da vergogna e tradimenti nei confronti altrui. 

Come le ferite esterne cambiano l’aspetto della pelle, così quelle morali cambiano la nostra anima. Il caso è diventato evidente per tutti quando si è visto che molti veterani del Vietnam hanno rivissuto a lungo lo sgomento e il rimorso provati nel dover obbedire a ordini che imponevano di compiere atti contrari al loro codice morale. E, oltre a subire il senso di colpa, hanno anche provato una vergogna così profonda da perdere il proprio senso di bontà, affidabilità e valore, compromettendo funzionamento e qualità della loro vita.

Tutto questo, pur se ovviamente con gradi di intensità e di danno diversi, avviene anche nelle nostre vite e, se queste ferite invisibili non sono curate con grande attenzione, il rischio di stress post-traumatico può diventare davvero molto alto.

Altro problema di primaria importanza è quello delle ferite sociali che fanno riferimento a profondi traumi, o lacerazioni, che colpiscono gruppi, comunità, o un’intera società. Sono eventi che minano la fiducia, la coesione sociale, la dignità umana e il senso di sicurezza condiviso. Gli esempi sono tanti, tutti molto gravi e quasi tutti, purtroppo, ben presenti sotto i nostri occhi; le guerre, le stragi di innocenti sdoganate come necessità difensive durante conflitti di pura conquista, le infiltrazioni della malavita organizzata nella politica, le discriminazioni sociali, sessuali, etniche e razziali, i cattivi comportamenti della politica nel tentare di ingannare con la propaganda i cittadini che proprio da quella politica si aspettano azioni che migliorino le condizioni di vita generali. E anche per questo continua l’erosione della democrazia come capacità decisionale dei cittadini: un chiaro esempio è quello di continuare ad avversare la reintroduzione delle preferenze che permetterebbero di scegliere non soltanto un’ideologia, ma anche colui al quale affidare il compito fiduciario di difendere i nostri interessi, cosa fondamentale in una democrazia rappresentativa. Né si possono tacere le scelte criminali di favorire la morte di migranti, rendendo sempre più difficile i soccorsi, puntando a dissuadere altri disperati a fuggire: pongono loro davanti lo spettro della perdita della vita, senza neppure rendersi conto che quelli che abbandonano tutto, la loro vita la considerano già persa.

Ma se ci concentriamo troppo sulle ferite rischiamo di trascurare un altro aspetto importante della questione: la formazione delle cicatrici che hanno il compito fondamentale di guarire il tessuto ferito, ma anche quello di ricordarci le circostanze nelle quali quella ferita è stata originata. Non per nulla si parla di cicatrici anche nel linguaggio figurato per indicare il segno lasciato nella nostra anima da un’esperienza dolorosa.

Molto spesso tentiamo di nascondere le nostre cicatrici sotto spessi strati di creme, fondotinta, ceroni, o di coprirle con indumenti appositi, però è una scelta che non soltanto porta con sé molti inconvenienti, ma anche la materializzazione di uno dei maggiori difetti della nostra attuale società: quello di ritenere che il nostro presente sia svincolato dalla storia di quelli che ci hanno preceduto, una storia che è ricca di cicatrici, appunto, di ammaestramenti. Ci comportiamo, insomma, come se, dopo esserci tagliati affettando un salame, dimenticassimo l’accaduto e ripetessimo esattamente gli stessi gesti finendo per ferirci nella stessa maniera.

Negli anni Quaranta l’antropologa Ruth Benedict ha pensato di dare contorni un po’ più netti alla differenza tra “culture della colpa” e “culture della vergogna”, individuando le prime soprattutto in quelle cristiane che hanno metabolizzato profondamente quel ben conosciuto senso di colpa individuale, mentre per le seconde ha chiamato in causa la società giapponese in cui la vergogna quasi sempre diventa pubblica umiliazione, o addirittura ostracismo sociale che porta disonore non soltanto ai colpevoli, ma a tutta la loro famiglia. 

Noi non siamo giapponesi e quindi ci sembra irrealistico il loro modo di affrontare la vergogna non soltanto facendola diventare una faccenda sociale, ma addirittura operando in maniera tale da far restare per sempre in primo piano le cicatrici che quella vergogna ha lasciato. Ma per capire quanto profonda sia in loro la determinazione a non dimenticare quello che è successo, ricordiamo che questo è lo stesso sistema che usano quando va in frantumi qualche oggetto di ceramica al quale tengono. La loro tecnica si chiama “Kintsugi” o “Kintsukuroi”, che letteralmente significa “riparare con l’oro” e, infatti, non si limitano a tentare di incollare i pezzi dell’oggetto andato in frantumi, come facciamo noi, tentando di non far nemmeno vedere le linee di frattura. Loro, invece, le vogliono mettere in rilievo, proprio per ricordare e per sollecitare sé stessi a stare più attenti. Ma contemporaneamente intendono questa vistosa riparazione come segno tangibile di una guarigione.

E ti spiegano che riparano con l’oro le fratture perché sono convinti che un «vaso rotto – scrivono – possa divenire ancora più bello di quanto già lo fosse in origine». E aggiungono che la casualità determinata dalla rottura rende tutti gli oggetti redivivi, differenti fra loro e dunque unici, oltre che pregevoli per via del metallo prezioso che li decora. E sono convinti anche che quando qualcosa ha subito una ferita e ha una storia da raccontare, diventa più bello.

Pur senza arricchirle con l’oro, anche noi dovremmo sempre tenere a mente che le nostre cicatrici non sono da nascondere, ma anzi da riguardare per ricordare le nostre sciocchezze e come, se ci siamo riusciti, abbiamo fatto a rimediare.

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