Per santa Teresa d’Avila era la loca de casa, sempre pronta a turbare la mente con qualche idea bizzarra. Non era un complimento, ma lo è diventato con il tempo, tanto che la scrittrice spagnola Rosa Montero ha intitolato la sua autobiografia proprio così, La pazza di casa. Più di mezzo secolo fa, del resto, Leonardo Sciascia aveva posto sotto l’insegna di La corda pazza i suoi saggi di argomento siciliano. Nonostante questo, l’immaginazione continua a non piacere a tutti. In Parlare di Dio, per esempio, il filosofo di origine sudocoreana Byung-Chul Han riprende le argomentazioni di Simone Weil per ribadire che l’immaginazione è la vera “pesantezza” dell’anima, la forza ostile che si oppone al silenzio e che, di conseguenza, impedisce un’autentica vita spirituale. «L’Io, con la sua immaginazione, fa baccano e intasa tutti gli spazi vuoti», afferma Han, riprendendo in modo niente affatto causale l’immagine del rumore interiore risalente a Teresa d’Avila.
L’immaginazione, in questa accezione, è la risorsa suprema dell’invadente individualismo che trova oggi espressione nei social media e, più in generale, nell’assillante frammentazione discorsiva da cui deriva La crisi della narrazione stigmatizzata altrove dallo stesso Han. Difficile dargli torto, se si considera come l’immaginazione sia spesso utilizzata alla stregua di commodity, nella prospettiva di una mercatismo che pretende di mettere tutto a reddito e di condannare all’irrilevanza ciò che invece si ostina a permanere nella dimensione della gratuità. La programmatica unidimensionalità dello storytelling contrapposta all’incontenibile complessità del romanzo, per sintetizzare il ragionamento di Han in una formula che a sua volta lo semplifica in parte, ma forse non lo tradisce del tutto.
Denunciare i pericoli dell’immaginazione non significa infatti rinunciare ai capolavori che dalla facoltà immaginativa discendono. Simone Weil, com’è noto, era lettrice appassionata dell’Iliade e interprete raffinatissima della letteratura trobadorica; da parte sua, Teresa ha composto poesie di meravigliosa intensità e, nel descrivere le proprie visioni, ha dato prova di profonda consapevolezza narrativa. Anche a questo proposito, però, occorre esercitare una certa prudenza. Sarebbe troppo facile cercare di cavarsela sostenendo che dell’immaginazione si può fare buono o cattivo uso. Una questione tanto delicata non si risolve con le petizioni di principio e meno ancora con le piccole astuzie di un rassicurante moralismo. Oltretutto, ipotizzare che l’immaginazione vada adoperata bene anziché male riduce di per sé l’immaginazione a strumento, adeguandosi alla tendenza aziendalista alla quale si alludeva poco sopra. È un meccanismo abbastanza noto e mai abbastanza vituperato: si prendono le decisioni mirando esclusivamente al risultato contabile e dopo, soltanto dopo, ci si preoccupa di mistificare le proprie intenzioni mediante qualche trovata creativa concepita per l’occasione. Un po’ come la vecchia storia dei clown che accorrono in pista dopo che l’acrobata è precipitato dalla fune.Non è di questa immaginazione, brandita per sviare e distrarre, che la nostra umanità ha bisogno. Se torniamo alle grandi opere del passato (la Commedia di Dante, il teatro di Shakespeare), ci accorgiamo che nell’immaginazione agisce una capacità di generazione e trasformazione, una tensione performativa non nel senso effimero della performance agonistica, ma in quello esistenziale di riconfigurazione della realtà. Sono i motivi per cui l’immaginazione può e deve connotarsi come virtù politica, secondo una tradizione che risale alla tragedia greca. Non ci si può accontentare di una gestione della cosa pubblica condotta all’insegna dell’opportunismo momentaneo e del sostanziale immobilismo. Non ci si può rassegnare a un quadro geopolitico senza fantasia, dominato da quella totale mancanza di immaginazione che è il metodico e meccanico ricorso alla violenza. Ogni tanto, è bene dare ascolto anche alla pazza di casa. Altrimenti c’è il rischio che non esista più una casa in cui fare pazzie.

