«Benvenuti a Villamara e ricordate: noi non siamo mai stati qui».
Villamara non esiste da nessuna parte, e al tempo stesso potrebbe essere uno qualsiasi, o tutti insieme, dei tanti paesi che costellano la pianura padana. Nebbiosa, misteriosa, strana, un po’ sbiadita. C’è vita nel Grande Nulla Agricolo? è un podcast che, muovendosi tra realtà e immaginazione, tra iperboli esilaranti e sentimenti profondi, tra stecche di ironia e punture di paura, non crea un mondo nuovo, piuttosto lo estrapola da quello reale. In questo numero di Passion&Linguaggi dedicato al tema dell’immaginazione ospitiamo un’intervista a Johnny Faina, ideatore e co-autore, insieme a Gianluca Dario Rota, di C’è vita nel Grande Nulla Agricolo?
Come nasce il Grande Nulla Agricolo?
Il Grande Nulla Agricolo ha una gestazione abbastanza articolata, ho iniziato a lavorarci parecchio tempo fa. Volevo creare questo mondo la cui idea è nata proprio dal nome: Grande Nulla Agricolo. Sono originario di Longastrino, un paese di 2000 abitanti tra Ravenna e Ferrara. È un posto per me molto identitario: ci ho vissuto fino ai 19 anni, ma, anche dopo essermi trasferito altrove, ogni volta che ci tornavo facevo una sorta di pellegrinaggio in un luogo specifico. Dietro al capannone di quello che era il vecchio Consorzio agrario, c’era un grande campo in fondo al quale stava un muretto dove da adolescenti passavamo i pomeriggi a non fare niente, tra bombolette e cose così. C’era anche un piccolo parco giochi per bambini, che però attorno al 2010 è stato portato via, e il campo è stato lasciato completamente vuoto. L’unica giostra rimasta era questo elefantino blu, uno di quei giocattoli a dondolo con la molla alla base. Non so perché non lo abbiano portato via, ma è diventato molto romantico: l’erba cresceva, il tempo passava e lui rimaneva lì, un’attrazione abbandonata in mezzo al nulla. Ogni volta che tornavo lo fotografavo, mettendo insieme un piccolo progetto che mi ha fatto proprio venire in mente il nome Grande Nulla Agricolo: un mondo di provincia dove non accade niente e proprio per questo può accadere di tutto. Dopo avere sperimentato altre forme di racconto su questo tema, nel 2020 il Grande Nulla Agricolo è diventato effettivamente la storia complessa, articolata e sfaccettata che adesso è il podcast. Fin dall’inizio ho coinvolto Gianluca Dario Rota, co-autore del podcast, con cui avevo già collaborato in ambito teatrale. Non volevo essere l’unico depositario di questa idea, avevo bisogno di una persona con cui condividere non solo l’aspetto produttivo, ma anche quello creativo.
Come hai detto, stavate creando un mondo in cui “poteva succedere di tutto”. Avete capito subito che cosa volevate che accadesse?
Non proprio. Ovviamente avevamo un’idea di quello che stavamo facendo, ma ci sono volute quattro puntate per iniziare a capire effettivamente quali fossero le potenzialità di ciò che avevamo tra le mani. Con la quinta puntata si è iniziato ad aprire un mondo rispetto a ciò che potevamo immaginare. Ci si è dispiegato davanti un percorso, un progetto con cui ci siamo confrontati talmente tanto, che in qualche modo sta crescendo con noi. Anche se è arrivato alla quinta stagione, questo podcast è un continuo banco di prova dal 2020. Ci siamo sempre posti l’obiettivo di scrivere qualcosa di nuovo, di scoprire qualcosa che prima non c’era e di non arrivare mai con una proposta stanca. Penso che sia stato questo a rendere il podcast apprezzato tra chi l’ha ascoltato. Lo si sente proprio cambiare da una puntata all’altra e da una stagione all’altra, e questo riflette anche la nostra presa di coscienza rispetto a ciò che stiamo facendo.
Quindi il Grande Nulla Agricolo è un mondo che si è costruito e si è rafforzato a mano a mano che andavate avanti.
C’erano dei pilastri narrativi e di ambientazione, ma non sono mai stati particolarmente rigidi, e non abbiamo fatto un lavoro di esplorazione e stesura precedente tale da rendere tutto scritto nella pietra, come invece fanno altri autori del fantastico. Abbiamo piuttosto cercato di seguire una vibe, un certo tipo di gusto. Più che un ambiente, abbiamo cercato di creare un ecosistema narrativo, che si evolve e che, se lasciato solo e poi ripreso, risulta cambiato. È veramente uno spazio mentale, per cui se io lo apro sono davvero dentro il Grande Nulla Agricolo. E soprattutto c’è sempre stato il tentativo da parte nostra di non dare necessariamente senso alle cose che stavamo raccontando, perché può diventare un limite. Sicuramente la ricerca di senso rafforza il racconto e lo rende concreto, ma allo stesso tempo anche deterministico, e ciò che invece secondo me è affascinante per chi ascolta questo podcast è trovarsi in un mondo che può avere delle bizzarrie e non essere mai uguale tra una puntata e l’altra.
In questo aprire, chiudere e tornare in questo spazio mutevole, quante idee circolano, e come circolano, tra il dentro e il fuori?
Secondo me per chiunque abbia un’attività creativa le idee si instillano sotto forma di “felici ossessioni”. Sono un tarlo che hai nella testa, che si riattiva ogni tanto, e finché non gli vengono dati una forma e uno spazio in cui possa esistere, quell’idea continuerà a tornare. È un rapporto un po’ parassitario: l’immaginazione si nutre di ciò che succede attorno a noi e delle nostre attenzioni. Questo non significa che tutte le idee che passano per la testa vengono poi effettivamente messe a terra. Gli scarti esistono. Nella nostra esperienza, la quinta puntata è stato un punto di svolta anche da questo punto di vista, come dicevo. L’abbiamo scritta una prima volta, ma non ci convinceva, quindi l’abbiamo rifatta completamente, prendendo più coscienza di come dovesse essere scritta una puntata del Grande Nulla Agricolo. Non esagero nel dire che per ogni puntata realizzata ce n’è stata un’altra che abbiamo scartato. Magari una prima idea tende a rispondere meglio alle aspettative che abbiamo rispetto alla narrazione, ma questo non significa necessariamente che poi, messa a terra, funzioni. Bisogna anche accettare che ciò che alla fine si possa essere diverso da ciò che si pensava di fare. E soprattutto, bisogna accettare anche il fatto che un’idea, a un certo punto, non appartenga più all’autore: quando viene consegnata agli ascoltatori inizia a essere anche degli altri, di tutti coloro che a partire da quell’idea si creano in testa il proprio mondo. Il podcast, da questo punto di vista, è un mezzo che porta a godere del racconto in maniera molto esperienziale. La maggior parte delle persone ci ascolta mentre è in macchina, e il mondo che sentono si sovrappone al paesaggio che attraversano.
Ho ascoltato tantissime puntate in treno, nel tragitto tra Bologna e Trento. Molto spesso prendevo il treno regionale, in cui vengono annunciate tutte le fermate, con nomi di paesi che non avevo mai sentito prima. Ascoltare il Grande Nulla Agricolo lì faceva un effetto completamente diverso rispetto a qualsiasi altro posto. Anche senza conoscere personalmente la realtà in cui la serie è ambientata, chi ascolta riesce ad immergercisi dentro, perché la capacità che avete di creare immagini a parole è molto potente. Ti ho voluto coinvolgere in questa intervista sull’immaginazione proprio perché il Grande Nulla Agricolo prende elementi della realtà e li porta nell’immaginario, ma al tempo stesso mi chiedo, e ti chiedo, come ti poni di fronte alla possibilità che questo immaginario abbia degli effetti sulla realtà. Come gestisci questa camminata sul crinale tra realtà e immaginazione? Ci sono dei paletti che ti poni per arginare il rischio che un’idea porti il racconto un po’ troppo nella direzione della realtà o, al contrario, in quella dell’immaginazione?
Questa per me è una domanda molto giusta, perché tocca il punto da cui sono partito per immaginare questo mondo. Secondo me l’immaginario è una sorta di strato invisibile che si applica alla realtà e che le dà, in un qualche modo, un senso. È il modo per cui, ad esempio, una casa diventa la casa dei miei genitori, o che fa di un insieme di case un paese. Nella serie ci sono degli elementi non reali che vengono inseriti nella realtà non per stravolgerla, ma perché in quel contesto conosciuto e condiviso possono risaltare. Ci sono delle gag di base che abbiamo preso molto sul serio, come ad esempio il fatto che la Pro Loco del paese di Villamara sia una massoneria locale. Per chi cresce in paese e conosce la Pro Loco ma non ne fa parte, essa può essere facilmente percepita come un gruppo di persone che ha dei codici conosciuti solo internamente, che prende decisioni nell’ombra, e con cui parlare è impossibile. Lo stesso vale per il Consorzio di bonifica: chiunque sia cresciuto in una zona con dei fiumi o dei canali si sarà trovato a pagare il bollettino al Consorzio di bonifica senza sapere esattamente dove questo posto si trovi, né chi ci lavori, né perché queste persone dovrebbero ricevere dei soldi – almeno finché non arriva un’alluvione. Queste caratteristiche, legate a una percezione reale, ci hanno permesso di trasformare il Consorzio di bonifica in una sorta di organizzazione governativa un po’ misteriosa. In entrambi gli esempi, un pregiudizio che già ci può essere sulla realtà ha creato il terreno per farsi portare a una dimensione iperbolica. Funziona. È uno dei cardini del meccanismo comico, ed è anche il modo in cui nasce l’istinto complottista. Si attua una sorta di allargamento del pensiero magico, e nel processo della scrittura della serie, soprattutto all’inizio, è stato fondamentale riuscire a giocare su quella sottile linea di confine tra ciò che conosciamo e ciò che immaginiamo, cioè tra ciò che definiamo realtà è ciò che in qualche modo la supera. Quindi, per riprendere la tua domanda, credo che l’immaginazione non solo influenzi la realtà, ma in qualche modo la crei, e questo ci parla anche di quanto sia potente e sottovalutata.
Credo che non sia semplicissimo mantenere una coerenza di toni. Come riuscite a dosare e trovare il vostro giusto mezzo tra realtà e immaginazione, tra momenti spaventosi e divertenti, ma anche tra serietà e ilarità?
In quello spazio grigio tra ciò che si percepisce e ciò che si crede di percepire, ciò che noi cerchiamo di fare è utilizzare la realtà come sfondo dentro cui inserire elementi che ci interessano. Per esempio, una delle ispirazioni maggiori per la costruzione della serie sono i quadri di John Brosio, che ha una grande potenza nel mischiare immagini iper realistiche con dettagli molto evidenti che quella realtà la stravolgono. C’è un suo dipinto bellissimo in cui è rappresentata una suburbia americana, immersa in una luce hopperiana, e poi sullo sfondo ci sono due galline giganti, e nessuno sembra farci caso. Per me l’immaginario è quella cosa lì. Poi è molto interessante, in questo senso, proprio giocare su questo confine, spostare improvvisamente l’asse, sfondare questa cortina di immaginazione. Iniziare a parlare di cose serie, come la morte, immediatamente fa sparire quell’effetto di illusione in cui l’ascoltatore era immerso, provocando in lui uno shock perché viene riportato a uno stato di realtà in cui, anche se si trova in un mondo immaginato, le esperienze, soprattutto quelle più forti, non cessano di esistere. Paradossalmente, mostrando un pezzo di realtà si rafforza la credibilità di quell’immaginario che si stava formando, perché è lì che si crea la magia per cui si riesce a empatizzare con un personaggio che non esiste.
Perché esplorare un’immaginazione che parte dalla realtà ed è collocata nella realtà può essere più interessante che creare un mondo fantastico e completamente privo di punti di riferimento reali?
Ci sono degli immaginari che assorbiamo senza che ci appartengano del tutto e che diventano immediatamente la nostra idea di finto. Molto fantasy è ambientato in mondi in cui si mischiano delle carte che non conosciamo benissimo: lì manca quindi quel senso di familiarità che potrebbe diventare la chiave d’accesso a quel mondo.
Invece, da questo punto di vista l’aspetto interessante del Grande Nulla Agricolo è proprio la sua specificità, cioè la sua ambientazione in un’Italia precisa e non generica. Questo, secondo me, va a generare un codice che l’autore condivide con l’ascoltatore. Si crea un effetto di richiamo, per cui se un ascoltatore passa, ad esempio, davanti all’insegna della Pro Loco di un paesino, pensa immediatamente al podcast, che quindi non si spegne mai del tutto ma rimane ad occupare uno spazio nella RAM del cervello. È come seminare delle briciole di pane dentro un mondo immaginario: seguendole, se seguite, portano gli ascoltatori nei punti in cui quel mondo diventa reale a tutti gli effetti. Riconoscere la realtà dentro la storia porta poi a riconoscere la storia dentro la realtà, e si torna alla concezione dell’immaginario come strato che sovrascrive la realtà. Credo che un racconto architettato con una forma perfetta, ma senza la riconoscibilità e l’esperienza della realtà, rimanga un po’ vuoto.
Ti ringrazio molto per il tempo che ci hai voluto dedicare. Attendiamo l’uscita della prossima stagione.
Sarà a ottobre. Grazie a voi.

