«L’ultima volta che ho visto mia madre, mi ha accompagnato alla porta di casa per salutarmi. Dopo di che ha aspettato di vedermi sparire nell’imbuto delle scale prima di chiuderla. Mia madre non è mai stata da gesti di commiato, principalmente perché sopraffatta da una forma di timidezza molto prossima alla negazione di sé. (…) Era alle spalle di mio padre quando la porta si apriva, ed era alle spalle di mio padre quando, al termine di ogni mia visita, il battente li inghiottiva dentro casa».
Con L’anniversario, romanzo vincitore del Premio Strega 2025, Andrea Bajani compie un’operazione chirurgica e spietata sul concetto di famiglia, spesso dai più mitizzata e mistificata, almeno nel nostro Paese. Il libro si apre con una premessa, una sorta di “festa della liberazione” privata: sono passati dieci anni esatti da quando il narratore ha tagliato ogni legame con i propri genitori, scomparendo, cambiando continente e interponendo un oceano tra sé e la propria origine.
Ma se la trama si sviluppa attorno a questa radicale sottrazione, il vero nucleo emotivo e tematico che sorregge le 128 pagine del romanzo è la ferocia del possesso familiare.
Nella casa d’infanzia descritta da Bajani non si consuma una semplice storia di disfunzione affettiva, ma si assiste all’instaurazione di un vero e proprio regime totalitario guidato dalla figura paterna, che passa attraverso un controllo capillare basato sulla paura: infatti, il padre non ha bisogno di usare la violenza fisica; gli basta evocarla, suggerirla attraverso atmosfere sature di minaccia. Il possesso, in questo contesto, si manifesta come pretesa assoluta di conformità e aderenza a una certa normalità: i figli e la moglie non sono individui con un proprio destino, ma estensioni della sua volontà, oggetti da normare e disciplinare.
Va da sé che, alla luce di questo contesto, il dramma più profondo risieda nel cortocircuito tra possesso e richiesta d’amore. Il padre ha bisogno di spaventare per sentirsi amato, legando a doppio filo l’affetto all’atto della sottomissione: possedere l’altro diventa così l’unico modo che quest’uomo conosce per riempire il proprio vuoto interiore, l’altrimenti mancanza di senso.
Se il padre esercita il possesso, la madre ne incarna la tragica conseguenza: diventa, infatti, una cosa tra le cose: d’altronde, come dice l’autore, «la porzione di mondo che occupava era così trascurabile da non chiedere udienza».
La prosa di Bajani è raggelante nel descrivere l’annientamento di questa donna; la madre si è lasciata possedere fino a scomparire. Ha rinunciato a qualsiasi identità che non sia quella riflessa dagli occhi e dalle pretese del marito, riducendosi a una figura che pulisce, serve, obbedisce e tace. In questo “totalitarismo coniugale”, il possesso ha svuotato la vittima della sua stessa memoria e della capacità di desiderare altro: il marito ha avuto la capacità di trasformare «la vita di sua moglie in un deserto senza vita all’orizzonte. Solo che lei era l’unica in grado di abitarlo, quel deserto, l’unica che aveva espresso una rinuncia così totale, così definitiva, a tutto».
Di fronte a un passato così ingombrante, il gesto del protagonista – cambiare numero, casa, vita – non è solo una fuga, ma un disperato tentativo di riappropriazione di sé. Tuttavia, la domanda che attraversa tutto il libro rimane aperta e dolorosa: ci si può davvero liberare dalla stretta di chi ci ha generato?
È qui che entra in gioco lo stile di Bajani. La sua scrittura non cerca la catarsi attraverso il pianto o l’accusa urlata; procede per sottrazione, con frasi affilate e un distacco quasi asettico che serve a contenere un’angoscia intollerabile. Raccontare la verità diventa l’unico modo per sottrarre la propria vita al “diritto di proprietà” che i genitori continuano a esercitare attraverso il trauma e il ricordo.
L’anniversario non è un libro facile, ed è comprensibile il senso di soffocamento che lascia nel lettore. È però un memoir di straordinaria onestà, che ci ricorda come, a volte, l’unico modo per non essere posseduti dal proprio passato sia avere il coraggio supremo – quasi scandaloso – di abbandonarlo.

