Il volo dell’Adolescenza: dal desiderio di possesso all’incontro con l’ “altro”

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Vi ho amata
Vi ho amata: e questo amore puro
Nella mia anima si potrebbe ancora ridestare;
scordatemi, non vi inquieterò, lo giuro,
non voglio niente che vi possa rattristare.
Tacevo, senza speranza, infatuato,
ero geloso, ero timido e soffrivo,
il mio amore fu sì tenero e ignorato:
Iddio vi faccia amare come vi ho amato io.
Alexander Puskin

Desiderio di unità e perfezione: l’impossibile scalata al cielo

«La loro forma e il loro modo di muoversi era circolare, proprio perché somigliavano ai loro genitori. Per questo finivano con l’essere terribilmente forti e vigorosi e il loro orgoglio era immenso. Così attaccarono gli dèi e quel che narra Omero di Efialte e di Oto, riguarda gli uomini di quei tempi: tentarono di dar la scalata al cielo, per combattere gli dèi. Allora Zeus e gli altri dèi si domandarono quale partito prendere. Erano infatti in grave imbarazzo: non potevano certo ucciderli tutti e distruggerne la specie con i fulmini come avevano fatto con i Giganti, perché questo avrebbe significato perdere completamente gli onori e le offerte che venivano loro dagli uomini; ma neppure potevano tollerare oltre la loro arroganza. Dopo aver laboriosamente riflettuto, Zeus ebbe un’idea. “lo credo – disse – che abbiamo un mezzo per far sì che la specie umana sopravviva e allo stesso tempo che rinunci alla propria arroganza: dobbiamo renderli più deboli. Adesso – disse – io taglierò ciascuno di essi in due, così ciascuna delle due parti sarà più debole. Ne avremo anche un altro vantaggio, che il loro numero sarà più grande»1.

Circolari e con quattro braccia e gambe, così ne Il Simposio Platone, per bocca del commediografo Aristofane, ci racconta la perfezione degli androgini, terzo genere, pronti per scalare il cielo e diventare dei. L’ira di Zeus non si fa attendere: tagliati a metà e ricomposti da Apollo per renderli capaci di reggersi su due gambe, questi nuovi esseri hanno però il volto e lo sguardo verso il taglio, un ammonimento «per rendere l’uomo più misurato alla vista del taglio subito». Una cesura da cui questa umanità, un tempo perfetta, non tornerà più indietro. Solo Eros può fare incontrare le due metà, non per tornare a quell’interezza intollerabile per il divino, ma per sanare una ferita e renderla vivibile attraverso un sentimento che lega due unità ormai scisse. Un richiamo irresistibile che, tuttavia, non esclude, quando le due metà si avvicinano, a prescindere dal genere sessuale, la provvisoria unione resa possibile dal desiderio. Platone però va oltre: l’umanità rischia un nuovo taglio se sfida gli dei, e «ci tocchi andare in giro modellanti come bassorilievo (…) diventi come le tessere di riconoscimento che si danno agli ospiti». Dal cerchio perfetto si arriva al frammento di esseri che nel volere raggiungere la compiutezza del divino si scoprono feriti, tagliati e col rischio di frammentarsi ulteriormente. Il mito ci parla anche di un possesso dell’altro come una forma di ritorno a un sé idealizzato senza incongruenze, contrasti, confini: un puzzle completo. Il desiderio di perfezione e di immortalità rende Eros un daimon, un mediatore che avvicina l’umano al divino: figlio della povertà (Penìa), ma anche di una capacità di trovare una via d’uscita che il termine Poros – in geografia “lo stretto” – racconta come l’ingegno che trova una soluzione e raggiunge l’abbondanza. Così Diotima, sempre nel Simposio2, descrive Eros, figlio di due “contrari” che rende il desiderio un passaggio inevitabile verso quell’ “oltre” che immaginiamo perfetto e a cui tendiamo attraverso la spinta esistenziale che ci dà l’Amore. 

Quando si parla di relazione con il proprio corpo e con quello dell’ altro, soprattutto in quello stretto e impervio passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la parola “possesso” è un confine labile tra affetto e controllo che, ripensando alla radice potis e al verbo possidere, ci riporta direttamente a un padrone e a qualcosa da controllare. 

L’adolescenza si vede spesso nel corpo: una metamorfosi che, come molti passaggi, è fatta di strappi, fughe, paure e desiderio di riconoscimento. Un passaggio che, come in ogni epoca, ha bisogno di intermediazioni e oggi quella prevalente della tecnologia diventa terreno di relazione, “luogo” di incontro che maschera e svela e in cui il corpo a volte si dissolve, altre viene amplificato e ogni caso modificato. Nell’onlife contemporaneo – secondo la nota definizione di Floridi3 – forse gli adolescenti, nonostante la loro natalità digitale, sono più esposti nel rapporto tra connessione e relazione, con una fisicità che nel virtuale ha spesso una ridefinizione. Entrare in relazione è sempre stato complesso per tutti, per gli adolescenti è un bisogno che si articola nel rapporto con i pari in cerca di riconoscimento e con gli adulti in cerca della propria identità spesso anche attraverso il conflitto. La relazione più profonda è sicuramente rischiosa, ma inevitabilmente ti porta di fronte ad un’alterità che non corrisponde pienamente con il desiderio di identificazione, comprensione totale e riconoscimento. Quanto nei confini ormai labili tra reale e virtuale i bisogni di consenso, rispecchiamento e appagamento siano apparentemente più facili da soddisfare rispetto all’incontro con l’alterità, è una questione complessa che coinvolge molto l’adolescenza e le sue connaturate inquietudini spesso espresse con un desiderio di possesso e di controllo che lo strumento tecnologico rende più semplice. Anche l’approdo all’Intelligenza Artificiale come ad un interlocutore reale che però in modo costante, atemporale e compiacente risponde alle nostre domande senza un contradittorio, ci apre questioni complesse che ci coinvolgono negli aspetti più profondi e irrazionali. Giuliano Castigliego4 lo definisce “inconscio digitale”: «inteso psicoanaliticamente non è infatti Internet, nei Social Media o nelle più o meno sicure ed affidabili banche dati delle Big Tech, ma è dentro di noi ed opera secondo le stesse modalità del nostro tradizionale inconscio, inducendoci cioè a proiettare sul digitale, senza che ce ne rendiamo conto, le nostre emozioni più riposte, i nostri pensieri più inaccessibili e i nostri più inconfessabili desideri». Diventa quindi fondamentale, nella velocità del digitale e nella sua pervasività, acquisire consapevolezza di tali processi e prioritariamente nell’ambito educativo in cui demonizzare e proibire, senza entrare nei meccanismi inconsci alla base di emozioni e relazioni, è inutile e ci fa prioritariamente rinunciare a quell’educazione alla prevenzione che è l’unico intervento possibile per uscire dalla logica dell’emergenza che pervade questioni come il disagio dei giovani ancora in crescita in questi anni di post pandemia

Il rischio per gli adolescenti è forse più alto in questo senso, sia per il bisogno di appartenenza dentro uno spazio “altro” da quello familiare che per la possibilità di sottrarsi alla frustrazione di un’ alterità che potrebbe non corrispondere ai propri desideri. Eppure il rischio di frammentarci in unità ancora più piccole, per rimanere nella metafora del mito, è molto alto e somiglia un po’ a quella dimensione fatta solo di parole e immagini che segna le relazioni esclusivamente virtuali in cui l’alterità è spesso un limite, un contrasto che fa fatica ad emergere, ma come un elastico si adatta all’altro per il nostro antico e mai risolto inconscio bisogno di riconoscimento e approvazione.

Adolescenza: “Terra di nessuno”

«In questi anni mi sono vista in tantissimi modi diversi, forse non tutti veri, anzi la maggior parte penso falsi. Ora non so neanche chi sia io veramente, ho imparato a indossare maschere a seconda del contesto, c’è stato un momento in cui ho avuto paura di diventare come la massa, la dissoluzione dell’io. Da poco ho iniziato a scoprire le mie passioni, i miei idoli, il mio carattere. Forse è questo che ci rende unici?». M. 13 anni

E in quella di Terra Nullius nella definizione di B. Marchi5 dell’adolescenza, l’idea di questa fase della crescita come “territorio” da esplorare (come venivano definite nel Quattrocento le coste dell’Africa quando mancava poco alla scoperta delle Americhe) in cui è proprio il possesso a trasformarsi in qualcosa di nuovo che si evolve verso forme di relazione con l’altro, tra appartenenza, identità e legami, gli adulti spesso cedono alla tentazione di potere gestire e controllare un’alterità che gradualmente, come genitori soprattutto, gli appartiene sempre di meno. E in cui, per fortuna, inciampiamo quando dobbiamo ricostruire una relazione con esseri che non sono più bambini solo da accudire né adulti con cui confrontarsi. 

Nella metafora dell’approdo verso una terra sconosciuta, il concetto che i giuristi portoghesi elaborarono per “legittimare” la colonizzazione, cioè la conquista e l’occupazione di quelle terre, non vuote ma con la presenza di “indigeni” considerati fuori dalla civiltà, si può vedere come anche l’adolescenza sia terra di conquista e di possesso da parte degli adulti che fanno fatica a riconoscerne l’alterità. Un territorio fertile in termini di consumo, da riempire spesso con proiezioni e bisogni degli adulti e a cui invece non si riconosce quella confusione, destrutturazione e imprevedibilità tipiche dell’età. La semplificazione che condanna l’uso dei dispositivi elettronici, fino all’approdo all’AI, come responsabili di tutti i mali di una fase della vita che ha sempre avuto in sé come tratto distintivo l’angoscia, la fuga dalla realtà, l’assenza di confini tra emozioni, significa, ancora una volta, “colonizzare” un territorio ricco e da scoprire rispettandone la natura di groviglio indistinto tipico dell’età Ciò non significa abdicare al ruolo di educatori ma ripensare l’educazione e l’istruzione alla luce di questa alterità che è stata anche nostra e che, più di altri, forse, assorbe le inquietudini di un’epoca non diversamente che le altre precedenti. 

Stavo solo scherzando: dallo strumento al bisogno di controllo

«Siamo stati insieme tre giorni poi mi ha guardato e mi ha detto: “Non ti amo più” e io mi sono sentito come invisibile, come quando cancelli un file e non lo hai salvato prima».
G. 13 anni

Amare in adolescenza è una prima volta che segna quasi sempre, nel corpo che si scopre, nelle emozioni a cui dare un nome, nelle pulsioni che faticano a diventare emozioni, conoscenza di sé e consapevolezza. Non tutti questi passaggi sono consequenziali e tutti vivibili. Di chi è la persona che amo? E di chi sono io? Tra possesso e appartenenza nella fase di preadolescenza e adolescenza si gioca la costruzione di un’identità in cui forse il primo si esplica più nelle relazioni sentimentali e la seconda in quelle amicali: appartengono a un gruppo di cui sono appunto una parte, ho bisogno dell’altro per avere sicurezze e certezze. 

Stavo solo scherzando è l’ultimo rapporto di Save the Children sulla violenza nelle relazioni tra adolescenti6: dati numerici che se letti senza retorica o allarmismi, ci fanno interrogare su quanto una cultura della prevenzione, fatta di ascolto senza semplificazioni, sia molto più importante di azioni punitive che sembrano dare una risposta efficace all’ emergenza ma non affrontano le situazioni nella loro reale natura e complessità, rischiando di rendere sistemici comportamenti in cui la violenza è accettata. È innegabile non riconoscere anche nell’onlife degli adolescenti una dimensione ampia e variegata con la possibilità di amplificare una serie di dinamiche relazionali in cui i confini non sono definiti, ma integrati con il contesto sociale e culturale di provenienza. Uno spazio “ibrido” in cui la pervasività del digitale crea nuove modalità di relazione, una vera e propria estensione del sé7 e della rete di relazioni. È altrettanto vero che anche la specificità dei social media, in cui aspetti come la visibilità, la breve persistenza di un contenuto, la performance e soprattutto la polarizzazione delle posizioni sono speso prevalenti, possono consolidare negli adolescenti, soprattutto rispetto al genere, stereotipi e ruoli cristallizzati anche nelle prime esperienze sentimentali. Automatismi rafforzati che si traducono poi in rappresentazioni di sé e di genere e che tendono a corrispondere a  modelli polarizzati in cui  la visibilità tende a standardizzare: «La violenza nelle relazioni onlife tra adolescenti va dunque letta entro questo paesaggio: radicata nelle matrici culturali esistenti, si diffonde amplificando esclusioni e disparità – anche di genere – già esistenti, sfruttando caratteristiche proprie dei social network (replicabilità, tracciabilità, rapidità di circolazione dei contenuti), superando le capacità di risposta individuale e la possibilità di elaborare strategie collettive adeguate, soprattutto in assenza di tutele strutturali»8

Solo per rimanere nell’ambito del “controllo” dell’altro, i numeri raccontano molto: 1 adolescente su 4 è oggetto di violenza in una relazione, 1 su 3 è oggetto di geolocalizzazione da parte del partner, quest’ultima giustificata spesso come modalità in continuità con i genitori che precedentemente avevano attivato questa funzione per motivi di “sicurezza” del minore. Se poi ci spostiamo al “possesso” della vita dell’altro nell’ambito della relazione i numeri ci dicono che a una percentuale significativa di adolescenti il 44% (46% ragazzi e 41% ragazze) è stato chiesto di non frequentare alcune persone, al 43% di non accettare nuovi contatti sui Social (45% ragazzi, 41% ragazze). Il 29% ha inoltre subìto minacce di gesti estremi in caso di rottura (30% ragazzi, 27% ragazze). 

Realtà in bilico tra strumento, senso e un contesto fatto anche di corpi, relazioni e spazi in cui il rischio maggiore è la normalizzazione dei comportamenti. Questo modello di relazione sentimentale in cui possesso e cura si sovrappongono, la gelosia viene scambiata per attenzione e il controllo la prova del valore delle relazioni è un contesto che trova terreno fertile nella Terra Nullius che  è l’adolescenza da sempre anche se in modalità diverse. Il punto è capire quanto questo modello, basato sul controllo e facilitato dalla tecnologia, sia “normalizzato” e che evoluzione abbia verso forme di violenza che sembrano in esponenziale aumento (il 37,6% delle ragazze tra i 16 e i 24 anni dichiara di aver subìto almeno una violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni. Un dato in aumento di quasi 10 punti rispetto al 2014, crescita dovuta soprattutto alle violenze sessuali, passate dal 17,7% al 30,8%). L’evoluzione verso forme basate su fiducia, autonomia, consenso e consapevolezza delle emozioni non è solo un passaggio di maturazione dell’individuo, ma forse di una comunità verso forme di prevenzione della violenza che ci fanno uscire da una logica emergenziale modificando dinamiche destinate a ripetersi perché codificate dentro un sistema in cui il controllo e il possesso sono accettati e condivisi. Una condivisione all’interno della coppia o dei gruppi che però si distribuisce in forma asimmetrica rispetto al genere. Accettare di essere controllati come segno d’amore autorizza l’altro a continuare nella sua opera di possesso con tutte le conseguenze possibili in caso di rifiuto e abbandono. 

È quindi nella prevenzione che si possono modificare queste dinamiche e soprattutto nella fase in cui iniziano a manifestarsi, nell’adolescenza, senza la pretesa di intervenire dall’alto, ma creando contesti educativi, possibilmente in rete, in cui prima di tutto gli adulti devono ascoltare e osservare e sperimentando attività educative in cui la facilità e pervasività di un modello di relazione fatto di possesso e controllo sia scardinato cominciando dal linguaggio e dal passaggio di acquisizione del corpo come parte di sé e non di un altro/a9.

Dalle parole alle relazioni: dove sono le emozioni?

«Ho un’ansia che basta per sfamare tutta la popolazione mondiale. E voi direte: “Sei esagerato!” Ma io l’ansia la combatto come se fossi in un ring e molte volte mi manda al tappeto e qualche volta riesco anche a sferrare un colpo».
E. 13 anni 

Il centro antiviolenza “Sara di Pietrantonio” è quasi di fronte alla scuola, da un marciapiede all’altro, vicino la sede del Municipio VII di Roma, accanto alla sede di altre associazioni che accolgono e lavorano con minori di varie fasce d’età. Sara aveva solo 22 anni quando venne uccisa a Roma dal suo ex fidanzato. Martina Scialdone, invece, giovane avvocato di 34 anni fu assassinata dal suo ex compagno proprio dall’altra parte della strada, un chilometro dal Centro Antiviolenza. Distanze che si allungano e si accorciano quando la violenza, ultima tappa di un lungo processo, esplode in modo trasversale senza distinguere le zone, le classi sociali, la nazionalità, ma con contesti e vissuti che tragicamente somigliano. E quando ci allontaniamo dal caso di cronaca e cerchiamo di ricostruire un ambiente dove questa violenza è nata e cresciuta, inevitabilmente la parola possesso torna declinata in vissuti e disagi che andavo intercettati prima.

Dal Centro Antiviolenza e dalla Casa delle Donne Lucia y Siesta il progetto Parole che contano, relazioni che trasformano10 è un mosaico di attività formative nelle scuole di ogni ordine e grado per una cultura del consenso e del rispetto. Non si tratta solo di passare da un marciapiede all’altro, ma di entrare nelle scuole e fare lezioni “diverse” in cui corpo, identità, consapevolezza e relazione con l’altro, soprattutto attraverso il gioco, siano punti di un percorso in cui consenso e rispetto non sono concetti astratti. Un gioco che passa dal Teatro dell’Oppresso, la ludopedagogia e il circle time in cui l’analisi del linguaggio e la comunicazione sono contesti in cui individuare e riconoscere stereotipi, ma anche in cui cominciare a dare un nome a ciò che si prova e a metterlo in relazione con tutto il resto. 

Dentro un corpo tracciato su un grande foglio bianco, ognuno ha descritto dove colloca un’emozione: la paura è sulla punta delle dita, ma anche sul collo, a volte solo su una gamba, la speranza è sparsa tra braccia e cassa toracica, la noia è quasi sempre in testa ma mescolata all’imbarazzo e a un po’ di tristezza. Nelle gambe la nostalgia e la timidezza. Anche la rabbia si può trovare nelle mani. Mani che sudano o si riducono a pugno, ad arma contro qualcosa o qualcuno. E la gioia? Spesso è al centro del corpo e ha la forma di un cuore che può ricollocarsi a sinistra come da tradizione e biologia. E infine l’ansia, termine onnicomprensivo che spesso nel lessico giovanile comprende altre parole da scoprire: dalla tristezza alla frustrazione, dalla delusione alla paura. Durante i vari laboratori, spesso in spazi aperti, le alunne e gli alunni si sono cimentati in giochi in cui entrare in contatto con l’altro. Il riscontro è stato positivo e, soprattutto nei più grandi, è emersa l’esigenza di conoscere meglio i centri antiviolenza e le associazioni non solo come punti di riferimento in caso di emergenza, ma come realtà del territorio con un’offerta educativa. 

Una progettualità che è in molte scuole, istituzionalizzata e sostenibile come “comunità educante” in cui la rete funziona perché parte dal territorio e da sperimentazione e integra le famiglie. La chiamano “educazione all’affettività o sessuo-affettiva” ed è stata recentemente un’arena di scontro politico e ideologico in quanto oggetto del DDL Valditara che – a proposito di possesso – delega esclusivamente alle famiglie, previa una capillare e dettagliata informazione, il consenso a progetti su questo tema ed esclusivamente per le scuole secondarie di I e II grado. Senza addentrarci ulteriormente negli aspetti tecnici, il dato che risulta evidente è la totale scissione tra la sessualità e l’affettività per una fascia di età dagli 11 ai 18 anni in cui entrambi gli aspetti sono organicamente correlati. Altro aspetto meno esplicito, ma presente, è l’eccessiva burocratizzazione delle procedure ad uso esclusivo dei genitori rispetto ad altri progetti che nella scuola passano da ben due organi democratici il Collegio dei Docenti e il Consiglio d’Istituto dove per altro è presente la componente dei genitori. Una blindatura che passa da informazione preventiva su esperti, progetto, finalità, oltre i già previsti passaggi per qualsiasi attività scolastica che vanno dall’approvazione alla pubblicazione, come se fosse un corpo estraneo che subordina completamente l’istituzione scolastica alla famiglia con cui per altro da anni si stabilisce a priori un Patto Educativo. Viene anche meno l’idea di una comunità educante perché nella rete di reciproche collaborazioni il peso si sposta tutto sui genitori. E qui il punto più delicato, la famiglia non è un terreno neutro, ma un contesto complesso in cui cultura, istruzione, livello sociale e anche dinamiche relazionali fanno la differenza e peseranno inevitabilmente sulla scelta rispetto a un tema che ha nelle relazioni il suo fulcro. E quanto, in tal modo, noi adulti diventiamo “colonizzatori” di una “Terra” che vogliamo possedere e trasformare a nostra immagine? E’ rendere l’educazione, che è un percorso con tratti di imprevedibilità, di reciproco scambio e sperimentazione, in un atto da “padroni” che ci dà l’illusione del controllo e la fragilità dell’inatteso che l’umanità, e gli adolescenti in particolare, inevitabilmente  portano con sé. Si lascia il terreno della prevenzione per entrare in quello del controllo e se a farlo sono le istituzioni democratiche gli interrogativi sono tanti.

Nel magnifico film di W. Wenders Il cielo sopra Berlino accade qualcosa che sembra l’opposto del mito di Platone: non il tentativo di scalare il cielo da parte di creature che si credono perfette come gli dei , ma il desiderio di creature già perfette, gli Angeli, di precipitare sulla Terra. Damiel non riesce più ad ascoltare soltanto i pensieri e le emozioni dell’ umano, vuole sentire anche con il corpo, vuole prendere possesso della vita in tutta la sua imperfezione. Quando anche per lui arriva l’Amore proprio nelle vesti di una trapezzista, fragile creatura dalle ali finte, anche lui rinuncia alle sue ali e preferisce “cadere” sulla terra, vedere il mondo ad altezza d’uomo e non più dall’alto e unirsi a Marion nel groviglio della vita che però ha tutti i colori e non più il bianco e nero della distanza. Un taglio di ali a cui si rinuncia per l’irresistibile e inquieto richiamo dell’umanità.

1 M. Nucci “Platone Simposio” 189d-190b e 191d-193 b Einaudi
2 Platone, Simposio 201d-121 c
3 L. Floridi “The Onlife Manifesto- being human in hyperconnected Era” Springer Open 2014
4 G. Castigliego “Inconscio digitale e sostenibilità. Per una psicopatologia della vita quotidiana digitale” Digital Transformation Institute, Roma 2023
5 https://www.psicoanalisiesociale.it/adolescenza-la-nuova-terra-nullius-riflessioni-tra-unheimlich-e-tenerezza-bruno-marchi
6 https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/stavo-solo-scherzando 13/02/2026
7 V. Gallese “Il Sé digitale, dai neuroni a specchio alla mediazione tecnologica” Raffaello Cortina Editore 2026
8 Save the children “Stavo solo scherzando” art. cit. pag. 10
9 Giuliano Castigliego in https://giulianocastigliego.nova100.ilsole24ore.com/2025/10/19/spezzare-il-cerchio-prevenire-la-violenza-prima-che-diventi-femminicidio
10 Il progetto ha coinvolto diverse scuole de territorio: 360 studenti e studentesse tra gli 11 e i 18 anni, 18 classi tra Istituti Comprensivi e Istituti Secondari di II grado.

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