Imperatori e proletariato: possesso tra azione e reazione. Un excursus.

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Jessica Ognibeni
Jessica Ognibeni
Anno 1994, diplomata in lingue straniere e laureata in Scienze Storiche, è responsabile amministrativa di 46° Parallelo ETS/Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo e collaboratrice della Fondazione Museo storico del Trentino, per la quale si occupa principalmente di didattica. Ha due bimbi, ama ballare il lindy hop e le passeggiate in montagna.

Disporre, possedere alcuni beni fondamentali sono sempre una prerogativa per la sopravvivenza. Cibo, acqua, un posto sicuro in cui ripararsi e in cui far crescere la prole al riparo dai pericoli, qualcosa con cui coprirsi: gli esseri viventi, umani compresi, ne hanno bisogno dall’alba dei tempi. Risorse, ricchezze, maggiori conoscenze portano altresì ad accumulare prestigio e potere. E a ben guardare, si potrebbe quasi affermare che la storia dell’essere umano, quella evenemenziale che siamo abituati a trovare nelle pagine di un comune manuale di storia di scuola, sia un riassunto di momenti in cui le popolazioni, gli individui (tendenzialmente maschi) hanno combattuto (con o senza le armi) per il possesso di qualcosa. Una lunga lista di avvenimenti – generalmente violenti: conquiste, guerre, atti di prevaricazione – che sottolineano la forza di regnanti, guerrieri, uomini potenti. Coloro che possiedono appunto potere, ricchezza, prestigio.

Chi sta nella cerchia di chi possiede e di chi sta fuori cambia nel tempo. Si inseriscono nuove figure, contrappesi, fenomeni che spingono le vele della storia in direzioni differenti.

Nel linguaggio comune spesso i due concetti si soprappongono in quanto significano la «facoltà di usare, di disporre liberamente di una cosa, di un bene, anche non materiale», a discapito di qualcun altro. C’è infatti chi possiede, si impone o lotta per riuscirci, c’è la controparte che non possiede, si trova in disparte o in una posizione di subalternità. 

Ma in realtà tra i due concetti c’è differenza. 

Per il diritto romano la proprietà privata era prerogativa delle persone libere (i patrizi, la nobilitas in età repubblicana, i Cives sine suffragio, ma anche i plebei e i liberti, dunque non gli schiavi), tra tardo impero e Medioevo chi può possedere è il vassallo legato all’imperatore – di contro il servo della gleba è proprietà del signore, a cui è legato da vincoli beneficiari, e da cui può affrancarsi a fatica. Facendo un enorme balzo in avanti arriviamo a John Locke, per il quale il concetto proprietà privata è dato dal fatto che l’uomo possiede il proprio corpo e che pertanto ciò che la persona produce attraverso la fatica del proprio lavoro è naturalmente sua proprietà. E poi alla Rivoluzione francese nel cui contesto il concetto viene teorizzato in senso moderno e, anzi, assume valenza politica e costituzionale nella Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789: quindi chi possiede in teoria è l’individuo maschio, maggiorenne.

In sintesi, la proprietà privata è un diritto, una situazione giuridica normata che permette di disporre e godere in di qualcosa in modo esclusivo. Dall’altra, il possesso è invece un potere “più rozzo”, di fatto, che si fonda sul comportamento di chi utilizza un bene come se ne fosse il proprietario, indipendentemente dal fatto che lo sia realmente. 

I secoli sono puntellati di esempi anche eclatanti di prevaricazione data dalla smania di possesso. Per nominarne una parte infinitesimale guardando solo all’Europa e al suo raggio d’azione potremmo senz’altro citare i sovrani degli Stati moderni con al loro seguito navigatori, esploratori, guerrieri, pirati, mercanti – pensiamo alla conquista delle Americhe da parte degli europei e la conseguente decimazione delle popolazioni indigene o la tratta degli schiavi dall’Africa. O ancora, la rete di nobili o uomini di chiesa che controllano i territori tassando o vendendo indulgenze, ovviamente mettendo alle strette masse di contadini. E queste ultime, complice il mondo in rapida evoluzione, danno seguito a reazioni come la Riforma di Lutero, o slancio a nuovi moti come la rivolta contadina nel Cinquecento, facendo tremare la terra sotto i loro piedi.

Non mancano neppure esempi di reazione a questo sistema, dunque.

Un esempio in cui il possesso è forza motrice di reazioni con impatto di lunga durata parte dalla Gran Bretagna. Con gli Enclosures Acts emessi dal Parlamento britannico, la soppressione dell’utilizzo collettivo di prati e boschi posseduti a questo punto da pochi dà una spinta importante alla modernizzazione delle tecniche agricole, ma spinge inevitabilmente masse di contadini ad emigrare verso le città. L’urbanizzazione che ne consegue è il motore della rivoluzione industriale che spinge a una conseguente, e ancora maggiore, urbanizzazione. La Gran Bretagna diventa sempre più una grande potenza. Questo se non che le massacranti e pericolose condizioni di lavoro dentro le fabbriche, gli orari estenuanti, e le pessime condizioni di vita fuori generano la reazione che con il tempo si struttura in quello che fu chiamato già allora socialismo (inizialmente “utopistico”). Per possedere quel poco che i proletariati riescono a guadagnare i livelli di sfruttamento sono altissimi, mentre chi possiede ricchezza e prestigio sono chiaramente i capitalisti – quelli che non a caso “possiedono il capitale”. In questo contesto però gli equilibri cambiano radicalmente e le masse cominciano a far sentire il loro peso anche politico.

Figli di questo desiderio di sempre maggiore ricchezza e crescita di possesso sono colonialismo e imperialismo. Sorretti dalla fondamentale narrazione propria delle società bianche industrializzate del periodo incentrata sul sentimento di superiorità nei confronti di un mondo subalterno e quindi legittimamente colonizzabile ciò grazie ad altri due “ismi” ben legati e impastati: il razzismo e il nazionalismo. Spingere sulle necessità e creare consenso è fondamentale per raccogliere le energie e attuare la presa di possesso. Nuove teorie scientifiche si mescolano alla sete di conquista. Provare empatia nei confronti di chi viene descritto come “altro”, subordinato, quasi non-umano è molto difficile. Senza andare tanto lontano, basti pensare al colonialismo italiano con cui fatichiamo ancora a fare i conti o alle conseguenze dell’allargamento dei confini italiani verso nord dopo la disgregazione dell’impero austro-ungarico. Il cippo di confine al Brennero diventa già nel 1918 simbolo del nuovo dominio italiano e poi, per chi subisce, simbolo di italianizzazione e fascistizzazione. Ciò in quanto la conquista del Sudtirolo austriaco ha comportato interventi massicci di italianizzazione forzata spostando vietando l’uso della lingua tedesca, i nomi tedeschi di luoghi e persone, gli usi, i costumi e le tradizioni tipiche, incentivando persone italiane a trasferirsi per trovare lavoro e quindi per colonizzare. Viene inventato il termine “Alto Adige”, un toponimo impregnato di possesso. 

Se la decolonizzazione nella seconda metà del secolo scorso ha fatto fare una capriola al mondo, il neoimperialismo è qualcosa di molto presente ancora oggi e in continuità con l’arrogarsi il diritto di estrarre risorse per l’industria tecnologica o l’industria bellica, o in altri casi per accaparrarsi terre utili alla crescita demografica.

Le reazioni già esistono anche a questo, piccole e silenziose (anche letteralmente nelle nostre tasche) o forti e rumorose.  La storia ci dirà che piega daremo a questa nuova fase in cui l’illusione o la realtà che il possesso di tanti regnano sovrane, in un’antitesi quasi palpabile.

1  Oggi lo studio della storia non si limita a quelli grazie alla rivoluzione messa in moto dalla rivista Les Annales d’histoire économique et sociale nel 1929 di L. Febvre e M. Bloch, e poi allo studio sulla “lunga durata” di F. Braudel, etc; cfr. M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1998; un testo snello e fondamentale sulla lunga durata è F. Braudel, Storia misura del mondo, Il Mulino, 1998.
2 Pensiamo ad esempio al caso degli usi civici, alle cosiddette Carte di regola, in cui chi dispone di un bene è una collettività: per approfondire si rimanda al sito <https://cartediregola.it/atti> dove si trova anche un nutrito elenco di fonti storiografiche sul tema (ultima consultazione in data 01/07/2026).
3 Cfr Vocabolario Treccani: <https://www.treccani.it/vocabolario/possesso2/?search=poss%C3%A8sso%C2%B2>.
4 L’urbanizzazione, con tutte le difficoltà che comportava, ha rappresentato il motore storico dell’emancipazione dal servaggio feudale. Trasferendosi nei borghi, i contadini potevano ottenere lo status di “uomini liberi”. L’economia monetaria e corporativa delle città ha sostituito i vincoli di sudditanza della terra con rapporti contrattuali basati sul lavoro e sul commercio: cfr. F. Panero, Schiavi, servi e villani nell’Italia medievale, Paravia, 1999.
5 Un “NB” è d’obbligo: Locke è uomo del suo tempo, quindi nella sua teoria si riferisce all’uomo (maschio), bianco europeo/nordamericano; per approfondire: cfr. J. Locke, Two Treatises of Government da The Works of John Locke. A New Edition, Corrected. In Ten Volumes. Vol. V. London: Printed for Thomas Tegg; W. Sharpe and Son; G. Offor; G. and J. Robinson; J. Evans and Co.: Also R. Griffin and Co. Glasgow; and J. Gumming, Dublin. 1823.
6 Un secondo “NB”: è bene ricordare che chi crea le norme in molti casi è chi già detiene il potere e lo vuole accrescere, prima tra tutti in una dimensione di genere, poi, per fare un altro esempio, nei confronti delle popolazioni extra-europee (il caso del diritto coloniale).
7 La peste del Trecento lascia un grande spazio di manovra a chi sopravvive alla malattia, alle carestie che colpiscono il Continente europeo tra Due e Trecento e la conseguente crisi generale; cfr. A. Barbero, Crisi e rivoluzione – 1348. La peste nera e la crisi del Trecento, Audiolibro, Laterza, 2019.
8 Si consiglia la lettura F. Filippi, “Cinquecento anni di rabbia. Rivolte e mezzi di comunicazione da Gutenberg a Capitol Hill, Bollati Boringhieri, 2024; Cfr. P. Blickle, La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525, Il Mulino, 1983.
9 Gli enclusures Acts sono leggi che abolivano gli usi comunitari dei campi esistenti da secoli sul territorio britannico; per dare un quadro si rimanda a S. Ciriacono, La Rivoluzione industriale. Dalla protoindustrializzazione alla produzione flessibile, Mondadori, 2000.
10  Il socialismo utopistico si differenzia dal socialismo scientifico di Marx e nasce tra Gran Bretagna e Francia dalla riflessione di intellettuali-industriali britannici come R. Owen o di pensatori francesi come C. H. de Saint-Simon, C. Fourier, L. Blanc, P.-J. Proudhon; cfr. G. Spini, Le origini del socialismo. Da Utopia alla bandiera rossa, Einaudi, 1992.
11 Due Esempi: J.-A. Gobineau, Essai sur l’inégalité des races humaines, Paris: Éditions Pierre Belfond, 1967 (prima edizione (1853-1855)); in Italia C. Lombroso, L’uomo delinquente: in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie, Fratelli Bocca Editori, 1896.
12 Chi si occupa di stilare il Prontuario dei nomi italiani – spesso totalmente inventati per assonanza e non per significato – è il roveretano Ettore Tolomei; per approfondire cfr. M. Ferrandi, Il nazionalista. Ettore Tolomei. L’uomo che inventò l’Alto Adige, Edizioni alphabeta Verlag, 2020.
13 <https://www.treccani.it/vocabolario/neo-estrattivismo_(Neologismi)/>; estrattivismo e guerre contemporanee sono strettamente legati, per questo si consiglia la lettura dell’articolo di A. R. Crocco cfr <https://quadernidelladecrescita.it/2025/04/30/le-guerre-sono-sempre-coloniali/>

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