Il denaro specchio della relazione: alleanza o possesso?

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Sara Bargiacchi
Sara Bargiacchi
Sara Bargiacchi è avvocato e psicologa clinica. Collabora da molti anni con i Servizi di Salute mentale come Amministratrice di Sostegno e Tutrice. È coautrice, insieme allo psichiatra Riccardo Dalle Luche, del libro Le depressioni invisibili. La malinconia nel terzo millennio: una lettura clinica e fenomenologica (Giovanni Fioriti Editore, 2025).

Nel diritto italiano, il possesso (art. 1140 del Codice Civile) è il potere sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale. 

Perché si configuri il possesso, devono essere quindi presenti due elementi: un elemento oggettivo (Corpus), ossia la materiale disponibilità del bene e un elemento soggettivo (Animus), ossia la volontà di comportarsi come proprietario del bene

Prendendo spunto dal menzionato elemento soggettivo e traslando la nozione civilistica di possesso ad una dimensione relazionale, il concetto di possesso si articola in diverse dinamiche, che determinano l’esercizio di un potere decisionale, economico o emotivo sulla vita altrui, che annulla o riduce l’autonomia individuale e trasforma la relazione in un rapporto di forza, in cui si usa una logica di prevaricazione anziché di condivisione e cooperazione.

Una forma molto nota di esercizio del potere nelle relazioni è il denaro.

Il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel, nella sua celebre opera del 1900, La filosofia del denaro ha descritto il denaro come «il legame più forte e più astratto» che unisce gli esseri umani.  Il denaro, secondo Simmel, funge da «convertitore universale e medium di interazione», unendo gli individui in una fitta rete di scambi reciproci e oggettivi, pur rendendo i rapporti più impersonali e quantificabili.

Approfondirò il tema dell’esercizio del potere attraverso il denaro nella relazione di coppia, cercando di far luce sulle modalità con cui può verificarsi.

Se ben si pensa, l’esercizio del potere attraverso il denaro può realizzarsi in due modi, che potremmo definire speculari, perché in un caso vediamo il “denaro ostentato” e nell’altro il “denaro nascosto”.

Nel primo caso, la forza economica, in una sorta di patto tacito tra le parti, serve per comprare beni e servizi, che diventano strumento per esercitare sull’altro un potere di fatto. L’atteggiamento che sottende questa dinamica è: compro la tua presenza attraverso i beni che acquisto per te; tu hai il possesso delle cose perché io ti permetto di possedere; tu senza di me non hai e quindi non sei.

L’altra forma di esercizio del potere tramite il denaro si realizza attraverso una forma di infedeltà, meno considerata di quella amorosa, ma molto insidiosa: la “infedeltà finanziaria”, che è integrata da condotte quali mentire sull’ammontare del proprio stipendio, nascondere entrate extra, mentire sui debiti, prestare denaro senza consenso dell’altro, avere conti correnti segreti, dire il falso sull’utilizzo dei soldi (ad es. sostenendo di averli utilizzati per spese familiari quando invece non è così), fare spese consistenti all’insaputa del coniuge, oppure sottoscrivere strumenti di investimento senza condividere con il partner.

A differenza di un tradimento affettivo, l’inganno economico tradisce il patto di solidarietà materiale. 

Dal punto di vista giuridico l’infedeltà finanziaria in ambito coniugale viola l’articolo 143 del Codice Civile italiano, che sancisce i doveri nascenti dal matrimonio, tra cui l’obbligo di fedeltà e la collaborazione nell’interesse della famiglia. Nascondere conti, debiti o spese mina gravemente la solidarietà e la trasparenza richieste dalla legge. Tale violazione può legittimare la richiesta di separazione con addebito e, nei casi più gravi, integrare gli estremi di una vera e propria violenza economica.

L’importanza della trasparenza finanziaria come uno dei fattori concorrenti al benessere della relazione di coppia è spesso misconosciuta e sottostimata dagli stessi partner, al punto che, da professionisti che si occupano di questi temi, è opportuno, con la delicatezza dovuta, indagare bene anche questo aspetto che può essere motivo, a volte anche inconsapevole, di malesseri profondi, che possono essere negati o attribuiti ad altre motivazioni.

Dal punto di vista psicologico, la menzogna finanziaria determina una progressiva erosione della fiducia, che può allargarsi ad ogni ambito della relazione e scatenare conflitti intensi, mettendo a rischio non solo l’equilibrio economico della coppia, ma anche la stabilità emotiva e relazionale.

L’infedeltà finanziaria è un segnale potente di disinvestimento sulla relazione: non c’è (più) un “noi” che coopera per il bene della famiglia, ma c’è un io che agisce in autonomia esercitando un “potere nell’ombra” sull’altro. Questo può generare, in chi subisce l’infedeltà finanziaria, una costante e ansiogena incertezza, derivante dall’impossibilità di stabilire in quale quota parte sia equo contribuire alle spese di famiglia, quali spese possano essere o non essere affrontate, se sia possibile o meno prendere decisioni autonome, anche in riferimento ad una eventuale separazione.

Si comprende quindi come la gestione del denaro nella coppia non sia mai neutra, ma venga ad essere sempre lo specchio della relazione, che può riflettere i diversi tipi di dinamica relazionale in essere tra i partner.

Per costruire una relazione sana, sarebbe quindi sempre auspicabile anche una alfabetizzazione finanziaria della coppia, in cui i partner dedichino un tempo condiviso, con la dovuta calma, alla pianificazione finanziaria, considerando il denaro come uno strumento di alleanza, e non di controllo o sopraffazione.

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