La merce è merce,
e la sua legge sarà sempre pronta
a cancellare il lavoro di chi
ha trovato radici e guarda lontano.
Il passato e il futuro non esistono
nell’eterno presente del consumo.
Questo è uno degli orrori,
con il quale da tempo conviviamo
e al quale non abbiamo ancora dato
una risposta adeguata.
Bisogna liberarsi dall’oppressione
e riconciliarsi con il mistero.
Antonio Neiwiller
I bisogni indotti dal vecchio capitalismo
erano in fondo molto simili
ai bisogni primari.
I bisogni invece che il nuovo capitalismo
può indurre sono totalmente
e perfettamente inutili e artificiali.
Ecco perché, attraverso essi,
il nuovo capitalismo
non si limiterebbe
a cambiare storicamente un tipo d’uomo:
ma l’umanità stessa.
Pier Paolo Pasolini
Qualche anno fa, su questa stessa rivista [Passion&Linguaggi, Maggio 2020], all’indomani della pandemia da Covid_19, Silvio Gualdi, Direttore del Centro Europeo sui Cambiamenti Climatici, denunciava la folle corsa di un sistema economico-produttivo non più sostenibile, origine di disequilibri tra noi e l’ambiente in cui viviamo, e della crisi climatica. Gualdi, peraltro, scongiurava che non vi fosse quella ripartenza da molti irresponsabilmente auspicata, ma che è puntualmente e sciaguratamente avvenuta.
L’impennata verso l’alto delle temperature di questi giorni di luglio, così come avviene ormai da diversi anni, a causa dell’evidente trasformazione dei fenomeni climatici, ci porta ancora una volta, sulla nostra pelle, a considerare i danni prodotti dall’uomo sull’ambiente, con particolare responsabilità dell’attività economico-finanziaria.
L’era del Capitalocene
Jason W. Moore, sociologo, storico e geografo, ha definito l’era geologica nella quale ci troviamo Capitalocene, in sostituzione di Antropocene, definizione questa adottata nel Duemila dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, per indicare l’avvento di una nuova era geologica, post Olocene, legata all’impatto dell’attività dell’uomo sull’ambiente.
Moore afferma che il capitalismo di ultima generazione è diventato esso stesso un regime ecologico, che con l’appropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali e sociali usa l’ambiente stesso (natura, lavoro produttivo e riproduttivo, relazioni sociali) per conseguire i suoi obiettivi e dominare il mondo. Distruggendolo. Il cambiamento climatico, secondo l’autore americano, non è il risultato dell’azione umana in astratto − l’Anthropos − bensì la conseguenza più evidente di secoli di dominio del capitale. Il cambiamento climatico è, in questo senso capitalogenico.
Di qui la critica forte di Moore ad altre visioni della transizione in atto: «Il pensiero dominante dell’Antropocene oscura i rapporti effettivamente esistenti attraverso cui gli uomini e le donne fanno la storia con il resto della natura: i rapporti di potere, di (ri)produzione e la ricchezza nella rete della vita. È certamente vero che alcuni pensatori radicali hanno proposto di recuperare l’argomento-Antropocene come cristallizzazione del concetto di “capitalismo CON natura” (Swyngedouw 2013b, p. 16). Tuttavia, trovo difficile conciliare simili riprese con il carattere fondamentalmente borghese dell’Antropocene: prima di tutto, con la sua cancellazione della specificità storica del capitalismo, e, in secondo luogo, con l’affermazione che le contraddizioni socio-ecologiche del capitalismo sono responsabilità di tutti gli esseri umani». [Jason W. Moore, introduzione e cura A. Barbero, E. Leonardi, Antropocene o capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Ombre Corte, 2017].
Un sistema che consuma sé stesso
Se la vivibilità del pianeta è a rischio, sempre più incompatibile con l’aggravarsi della crisi climatica, la stessa qualità della vita è peggiorata, soprattutto per coloro che vivono in aree geografiche maggiormente esposte a fenomeni devastanti e che in genere sono già particolarmente vulnerabili. La crisi climatica è anche crisi della giustizia sociale e causa dell’ampliamento delle disuguaglianze.
Lo ricorda Oxfam: «È ben documentato come i paesi ricchi siano responsabili delle emissioni storiche di carbonio che hanno causato l’aumento della temperatura globale, ma anche le persone più ricche del mondo, indipendentemente dal luogo in cui vivono, hanno contribuito in modo significativo a questa pericolosa eredità. L’analisi di Oxfam sulle emissioni legate ai consumi ha rilevato che dal 1990 l’1% delle persone più ricche del mondo ha esaurito il 15% del nostro carbon budget. Le emissioni pro capite dello 0,1% più ricco sono aumentate di 92 tonnellate tra il 1990 e il 2023, rispetto a un aumento di appena 0,1 tonnellate per la metà più povera dell’umanità. La quota di emissioni dell’1% più ricco della popolazione è aumentata del 13% in questo periodo, mentre quella del 50% più povero è diminuita del 3%» [https://ecor.network/estrattivismo/saccheggio-climatico-come-pochi-potenti-stanno-trascinando-il-mondo-verso-il-disastro/].
Siamo seduti su un sistema che consuma sè stesso. Ci aveva avvertito nel 1969 l’antropologo e psicologo Gregory Bateson, quando nel suo capolavoro Ecologia della mente affermava: «stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il proprio ambiente distrugge sé stesso». Oggi, si vede chiaramente, che il cancro di questo organismo malato, è il capitalismo cannibale come opportunamente l’ha aggettivato la filosofia americana Nancy Fraser, un capitalismo, onnivoro, pigliatutto, dedito allo sfruttamento e all’espropriazione di ogni risorsa naturale e sociale, ai fini dell’accumulazione.
Un capitalismo aggressivo che esercita tutta la sua potenza nell’ambito economico finanziario nutrendosi tuttavia di risorse immateriali (natura, lavoro salariato, lavoro di cura, poteri statali, ecc.). Emblematica è a tale riguardo la funzione che il legame relazionale e familiare e la riproduzione sociale svolgono a beneficio della produzione, un lavoro di cura destinato alle donne, spesso immigrate, che pagano un prezzo particolarmente elevato in termini di mancato riconoscimento (non solo economico) e di subordinazione.
Capitalismo cannibale
In questo capitalismo, scrive Fraser, «il lavoro riproduttivo viene separato, relegato in una sfera domestica “privata” in cui la sua importanza sociale resta celata. E in questo nuovo mondo, in cui il denaro è uno strumento di potere fondamentale, il fatto che si tratti di attività non retribuite o sottopagate chiude la questione: coloro che svolgono questo tipo di mansioni sono strutturalmente subordinati a chi guadagna salari in denaro nel settore della “produzione”, anche se il loro lavoro “riproduttivo” fornisce al lavoro salariato le sue precondizioni necessarie» [N. Fraser, Capitalismo cannibale, Economica Laterza, 2026, pagg. 12-13].
Da un’economia capitalista, viaggiamo sempre di più verso una società che assume il capitalismo come un “ordine sociale istituzionalizzato”, di stampo “androcentrico”, perché sono le donne a pagare il prezzo più alto. Un sistema di vita che irregimenta le relazioni sociali, condiziona i comportamenti attraverso le piattaforme e i consumi, e influenza le scelte politiche a livello nazionale e sovranazionale. Un regime di accumulazione che tende a minare i fondamenti della democrazia.
Scrive lucidamente Nancy Fraser su questo punto: «Quello che alcuni chiamano “deficit democratico“ è in realtà la forma storicamente specifica che l’intrinseca contraddizione politica del capitalismo assume nella sua fase presente, in cui una finanziarizzazione selvaggia investe il campo politico riducendone i poteri al punto da impedirgli di risolvere i problemi più urgenti, compresi quelli, come il riscaldamento globale, che mettono in pericolo le prospettive a lungo termine dell’accumulazione stessa, per non parlare della vita sul pianeta Terra».
La crisi della democrazia per Fraser va perciò iscritta «in un complesso di crisi più ampio che comprende anche altri elementi, di carattere ecologico, socio-riproduttivo ed economico. Inestricabilmente intrecciata con queste altre dimensioni, la nostra attuale crisi democratica è una parte integrante della crisi generale del capitalismo finanziarizzato. Di conseguenza, non potrà essere risolta senza affrontare la crisi generale, trasformando radicalmente l’ordine sociale» [N. Fraser, op. cit. pagg. 144-145].
Ma nulla arriva per caso e improvvisamente. Che il capitalismo dovesse diventare un’antropologia, era già stato pronosticato. La filosofa francese Barbara Stiegler ha recentemente riportato alla luce un dibattito sviluppatosi negli anni Trenta del Novecento che metteva le basi per la vittoria totale del neoliberalismo. In questione, secondo gli epigoni di tale ideologia è il ritardo colpevole della specie umana ad adattarsi alle leggi del capitalismo, in particolare della democrazia considerata un ostacolo al “progresso”.
Walter Lippmann, giornalista e politologo, nel 1938 in un famoso convegno, sostenne che la democrazia è un freno allo sviluppo del capitale e perciò l’ambiente sociale deve diventare un tutt’uno armonico con il sistema capitalistico. In questa prospettiva, affermava Lippmann, bisogna rieducare la specie umana rendendola un «insieme di individui flessibili e sempre più adattabili all’accelerazione dei cambiamenti». Come? Somministrando alla società paternalismo, tecnocrazia e propaganda!
Tecnocapitalismo, potere e immaginario collettivo
Barbara Stiegler ripropone i contenuti di quel dibattito che indicano la strada scelta dal neoliberalismo per affermarsi, una realtà che oggi è sotto gli occhi di tutti: «Un governo di esperti, che rompe l’assunto di una onni-competenza da parte dei cittadini. Una manifattura del consenso, che prevede la fabbricazione di buoni stereotipi, attraverso una propaganda ben orientata, intesa a riadattare la specie umana al suo nuovo ambiente globalizzato. Infine, una democrazia in versione minimal…» [B. Stiegler, Bisogna adattarsi, un nuovo imperativo politico, Carbonio Editore, 2023]
La dottrina Lippmann ha vinto, e oggi quel neoliberalismo prende la forma del tecnocapitalismo della sorveglianza e delle piattaforme, innervato sempre più oggi dall’intelligenza artificiale, che può addirittura accelerare e approfondire quel processo di “armonizzazione” tra società e capitalismo pronosticato e promosso da Lippmann e dai suoi sodali a inizio anni ’30 del 1900.
Dall’appropriazione dei dati che ciascuno di noi ogni giorno produce operando sulle piattaforme digitali, nascono gli algoritmi che ci restituiscono anche delle cornici di pensiero, capaci di condizionare, colonizzare, l’immaginario soggettivo e collettivo.
Non è colpa della tecnologia, ma della sua concentrazione in poche mani, quelle che decidono come manipolare e combinare i big data a disposizione per creare scenari e visioni del mondo.
A maggior ragione se ciò poggia anche su un sofisticato e programmatico pensiero filosofico e politico, in salsa religiosa, come nel caso del fondatore di Palantir, Peter Thiel, che in nome di una incompatibilità tra libertà e democrazia – a suo modo di vedere – immagina il trasferimento del potere e della sovranità dagli stati alle Big Tech, attraverso una “manifattura del consenso” soft, verso una forma autoritaria del capitalismo che si fa “ordine sociale istituzionalizzato”.

