Più osservo le persone e più mi convinco che una delle paure più profonde dell’essere umano non sia quella di rimanere solo, ma quella di dover lasciare andare. Lasciare andare una persona, un ruolo, un’idea di sé, persino un ricordo. Come se ciò che abbiamo amato, nel momento in cui non ci appartiene più, portasse via anche una parte di noi. Forse è proprio da qui che nasce il possesso. Non parlo degli oggetti, quelli li possediamo davvero; parlo delle persone. Mi capita spesso di pensare che, senza rendercene conto, usiamo il verbo avere anche dove dovrebbe esistere soltanto il verbo amare. Diciamo “la mia compagna”, “il mio compagno”, “i miei figli”, “i miei amici”. È una forma del linguaggio, certo, ma a volte mi domando se, in qualche angolo della nostra mente, quel “mio” non finisca lentamente per trasformarsi in qualcosa di più di un semplice aggettivo. Credo che il possesso non arrivi all’improvviso e che nessuno si alzi una mattina decidendo di voler controllare la persona che ama. Succede un po’ alla volta, quasi senza accorgersene. All’inizio è il desiderio di stare insieme il più possibile. Poi nasce il bisogno di sapere dov’è l’altro, con chi è, perché non risponde, come mai oggi sembra più distante. Sono comportamenti che, presi singolarmente, possono appartenere a qualunque relazione. Il problema, almeno per come la vedo io, nasce quando quelle rassicurazioni smettono di essere un piacere e diventano una necessità. Chi non ha mai aspettato con impazienza un messaggio? Chi non ha mai guardato il telefono sperando che comparisse quel nome sullo schermo? È un’esperienza che, credo, appartenga quasi a tutti ma la differenza, forse, sta in ciò che succede dopo. C’è chi, ricevuta quella risposta, torna serenamente alla propria giornata; e c’è chi, dopo pochi minuti, sente già riaffacciarsi il dubbio. Quella tranquillità dura poco, è come se avesse continuamente bisogno di essere alimentata. È qui che, secondo me, il desiderio rischia di trasformarsi in bisogno. E quando abbiamo bisogno di qualcosa che pensiamo indispensabile alla nostra serenità, nasce spontaneamente la tentazione di controllarla. Non sempre in modo evidente, a volte basta una domanda in più, una richiesta di spiegazioni, il fastidio per una serata trascorsa con gli amici o per il desiderio dell’altro di ritagliarsi uno spazio tutto suo. Episodi apparentemente banali che, però, raccontano qualcosa di più profondo. Ho l’impressione che il punto non sia il ritardo a un messaggio o una cena con gli amici. Quelli sono soltanto i pretesti, la vera paura è un’altra; è la sensazione che, se l’altro si allontana, anche solo un po’, qualcosa dentro di noi rischi di sgretolarsi. Forse è per questo che, a un certo punto, smettiamo di guardare la persona che abbiamo accanto per quello che è e iniziamo a guardarla per ciò che ci fa sentire. Non è più soltanto qualcuno da amare, diventa qualcuno da cui dipende il nostro equilibrio, la nostra tranquillità, perfino l’idea che abbiamo di noi stessi. Ed è proprio qui che, a mio avviso, il possesso smette di assomigliare all’amore. L’amore accetta che l’altro abbia una vita, desideri, spazi, perfino il diritto di cambiare. Il possesso, invece, fatica ad accettare tutto questo, perché ogni manifestazione di libertà viene vissuta come una possibile perdita. Più ci penso e più mi sembra un paradosso: cerchiamo di trattenere qualcuno per paura di perderlo e, proprio così facendo, rischiamo di allontanarlo. Chi si sente continuamente controllato finisce spesso per sentirsi soffocare, e più prende le distanze, più chi teme l’abbandono intensifica il controllo. È un circolo che si alimenta da solo e nel quale, alla fine, soffrono entrambi. Naturalmente non tutte le storie seguono questa strada, sarebbe un errore pensarlo. La gelosia, da sola, non trasforma una persona in violenta e non basta certo a spiegare tragedie che hanno radici molto più complesse. Eppure non riesco a fare a meno di notare che, ogni volta che leggiamo di un femminicidio, tornano sempre le stesse espressioni: «non accettava la separazione»; «diceva di amarla troppo», «non sopportava l’idea di perderla». Sono frasi che mi fanno riflettere. Perché io credo che l’amore e il possesso siano due esperienze molto diverse, anche se a volte parlano lo stesso linguaggio. Entrambi desiderano la vicinanza dell’altro; ma mentre l’amore riconosce la libertà dell’altra persona, il possesso, lentamente, finisce per negarla. Forse è anche per questo che alcune separazioni diventano così devastanti; non perché finisca soltanto una relazione, ma perché crolla un’intera idea di sé costruita dentro quella relazione. Quando tutta la propria stabilità sembra dipendere dalla presenza dell’altro, la sua scelta di andarsene può essere vissuta come qualcosa di insopportabile. Nella maggior parte dei casi questo genera dolore, rabbia, disperazione e in una piccola minoranza di situazioni, purtroppo, può trasformarsi in violenza. È il momento in cui compare quel pensiero terribile che la cronaca ci restituisce troppo spesso: «se non posso averti io, non ti avrà nessun altro». Una frase che, ai miei occhi, non parla di amore, parla della sua assenza. Alla fine, credo che lasciare andare sia una delle prove più difficili che la vita ci mette davanti. Non significa smettere di amare, significa accettare che nessuna persona ci appartenga davvero. Significa continuare a voler bene anche quando non possiamo decidere per l’altro, né controllarne le scelte. Forse è questa la differenza più profonda tra amare e possedere; il possesso cerca sicurezza, l’amore accetta il rischio. Il possesso trattiene, l’amore accompagna. Se dovessi riassumere tutto questo in una sola frase, direi che la maturità affettiva comincia nel momento in cui smettiamo di chiederci come fare per far restare qualcuno e iniziamo a chiederci come far sentire libera la persona che sceglie di restare con noi.

