Home Articolo Una scatola di latta

Una scatola di latta

0
39

Attenzione: vietato fare acquisti per sé.

Le avevano parlato tanto di quel negozio, e finalmente aveva trovato l’occasione per andarci.
Vi arrivò trafelata, in bicicletta, con la borsa di tela, nel cestino anteriore, piena di oggetti rumorosi sparsi alla rinfusa. La cerniera del portafoglio batteva contro la borraccia, il mazzo di chiavi cozzava contro la custodia degli occhiali, il lucchetto a catena, sul fondo di questa discreta composizione, ad ogni sobbalzo si ribellava alla sua posizione di sottomissione.
Fermandosi proprio sotto l’insegna, Alba capì subito che avrebbe dovuto cambiare postura per sintonizzarsi con la calma silenziosa di quel posto.

Una vetrina piccola, ma sistemata con gusto, affiancava una porta che dava l’impressione di affacciarsi su un minuscolo antro, e che invece si apriva su un locale stretto ma lunghissimo. Una specie di corridoio incastonato tra le vie del centro, con scaffali lungo tutte le pareti, pieni di pupazzi, giocattoli, tessuti, cartoncini, palloni, perline, fili colorati. In fondo, dietro al bancone, Nadia. Caschetto nerissimo, occhiali tondi color acquamarina a contornare due iridi nocciola, sveglie e acute, e due mani affusolate allenate a frugare, incartare e, infine, a stringere altre mani. Era stata proprio lei ad aprire il negozio e a stabilire le regole del gioco, messe in chiaro sul cartello all’ingresso. Vietato fare acquisti per sé. In quello spazio si vendevano regali nel vero senso della parola. Funzionava così: si poteva entrare solo se davvero intenzionati ad acquistare qualcosa per qualcun altro; non era consentito prendere gli oggetti dagli scaffali, li si poteva guardare per farsi un’idea, ma l’obiettivo non era di arrivare in cassa con le idee già chiare, bensì con la volontà di sedersi sulla poltroncina di fronte al bancone e raccontare a Nadia tutto ciò che si sapeva sul destinatario del regalo. Lei non prendeva mai appunti: qualcuno sosteneva che fosse per questioni di privacy, altri erano convinti che, mentre ascoltava i suoi clienti, Nadia stesse già visualizzando nella propria mente gli oggetti raccolti nel suo locale, andando, indizio dopo indizio, a selezionarli fino ad arrivare a quell’oggetto, quello giusto. Quando il cliente finiva di parlare, e lei di fare domande, si alzava e andava dritta verso lo scaffale dove sapeva che l’avrebbe trovato.

— Ti accorgi quasi subito se qualcuno sta descrivendo sé stesso, o una persona che non esiste, per acquistare qualcosa per sé, aggirando la regola d’oro di questo posto. Quando parli di una persona che ami, i tuoi occhi sono diversi, guardano in altri punti rispetto a quando parli di te. Vedo le persone uscire momentaneamente da sé stesse e spostare il proprio baricentro. Nella maggior parte dei casi, escono più leggere di come sono entrate, indipendentemente dall’ingombro dell’oggetto che si portano via. È per questo che voglio che il mio negozio sia così. Non è scontato conoscere la persona a cui si sta per fare un regalo: quando si ha davvero il tempo per interrogarsi autenticamente sui suoi desideri e sui suoi gusti? Qui la gente non trova oggetti spettacolari o diversi da quelli che troverebbe altrove. Trova piuttosto l’occasione di pensarci, prima di fare un regalo.

Contrario a tutte le regole del consumismo, pensò Alba, che si era seduta, come da copione, di fronte a Nadia per iniziare questo bizzarro colloquio.

— E tu per chi sei venuta? Com’è lui o lei?

Alba si morse leggermente il labbro, sicura che la sua interlocutrice avrebbe intercettato il disagio dietro a questa mossa. Perché in realtà non sapeva bene come rispondere a questa domanda e a quelle che sarebbero di certo arrivate successivamente. E non poteva affatto descrivere la persona per cui si era recata lì.

— Non so bene come spiegarlo.

Si accarezzò la pancia e iniziò a raccontare a Nadia di come questa persona, di fatto, non poteva dire di conoscerla, anche se era sempre con lei. Le uniche prove fotografiche della sua esistenza erano delle macchie bianche e nere, confuse, amorevolmente custodite in una busta, e che Alba non aveva bisogno di guardare per sapere che questa persona c’era. La vedeva ormai dappertutto.

Era in macchina ogni volta che Alba saliva, sistemava il sedile, allacciava la cintura e orientava lo specchietto retrovisore. Immaginava già questi stessi gesti moltiplicati per due: un altro sedile da aggiustare, un’altra cintura da allacciare, uno specchietto che inquadrava lui o lei, e non più un poggiatesta vuoto.

Era nella destinazione in cui quell’auto era diretta. Oggi a un colloquio, o al supermercato. Domani l’avrebbe invece accompagnato o accompagnata a scuola in un giorno troppo freddo o troppo frettoloso per la bicicletta, oppure verso qualche passatempo che Alba nemmeno immaginava che gli o le potesse piacere, e che invece gli o le sarebbe piaciuto.

Era nei monumenti, nei palazzi e nelle chiese che Alba fotografava e che avrebbero poi visitato insieme, col suo ditino che avrebbe indicato con la medesima curiosità gli angeli, i mosaici e i corpi sanguinanti dei martiri.

Era nella musica che ascoltava, nei dolci che preparava chiedendosi già di che cosa sarebbero state fatte le sue merende, quali sapori avrebbe legato per sempre alla sua infanzia, quale torta le avrebbe chiesto per i suoi compleanni.

Era in ogni occasione in cui prendeva carta e penna, immaginandosi le storie che lui o lei avrebbe nascosto dietro a forme inizialmente indecifrabili, dentro disegni fatti a sorpresa attendendo il ritorno del papà nel giorno della sua festa.

Era nelle scelte che compiva ogni giorno, in quel particolarissimo sdoppiamento corporeo, in quella relazione con una persona che era ancora dentro di lei, eppure già esistente fuori, come altro o altra dai suoi genitori. Non conosceva il suo corpo, la sua voce, la forma delle sue mani. Eppure, la vedeva.

Nadia la ascoltò e poi, nonostante la vaghezza di questa descrizione, si alzò e senza dubbi si diresse verso uno scaffale a metà corridoio. Ne trasse una scatola di latta rettangolare e la porse ad Alba. Era beige, con un pattern di pesciolini indaco e rossi stampato sopra. Sollevò il coperchio: era vuota.

— Non conosci questa persona, ma le stai già facendo spazio. Donale un luogo dove custodire i propri ricordi. Non sarai tu a scegliere come riempirlo, lo farete insieme.

Quando fu fuori dal negozio, Alba infilò la scatola dentro la borsa, che sistemò di nuovo nel cestino della bicicletta. Nel tragitto verso casa, ad ogni cordolo e ad ogni buca sentiva il suo tintinnio metallico farsi strada tra i suoni degli altri oggetti della sua quotidianità.

Articolo precedenteTrama di relazioni. Quel che tendiamo a non vedere.
Articolo successivoL’arte di restare: la relazione come rifugio in tre romanzi della letteratura contemporanea
Aurora Martinelli
Aurora Martinelli, nata nel 1998, dopo gli studi classici ha conseguito una Laurea Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “La lunga liberazione. La questione della specificità femminile nelle esperienze post Olocausto” con la professoressa Enrica Asquer. Contenta, ma non abbastanza, ha conseguito un'altra laurea in Graphic Design presso la LABA di Rovereto con una tesi di progetto dal titolo "Sfumature. Interazione tra podcast e comunicazione visiva in un progetto di divulgazione storica" col prof. Matteo Carboni. Mossa dal desiderio di unire l'anima storica e quella grafica e lavorare nel campo della comunicazione culturale, attualmente si muove tra Trento, dove collabora con la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e con lo Studio di Davide Dorigatti, e Bologna, dove lavora per Un Altro Studio.

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui