La tentazione di distrarsi e la vocazione all’autenticità

Autore

Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

MEDITAZIONI PASCALIANE SUL LOGORIO DELLA VITA IPERMODERNA

Una tradizione filosofica veneranda e tutt’altro che irrilevante nella storia del pensiero occidentale riconosce nella distrazione un dispositivo antropologico estremamente insidioso, in grado di sottrarre il soggetto al confronto con se stesso, di distoglierlo dagli interrogativi di fondo riguardanti la sua esistenza e di consegnarlo, in ultima istanza, ad una forma di vita inautentica. Nella modernità, Blaise Pascal ne è sicuramente uno degli interpreti più acuti. La sua riflessione filosofica eleva la distrazione – il divertissement – a categoria decisiva per comprendere la paradossalità dell’uomo: tale postura non si configura tanto come una semplice dispersione dell’attenzione o come una mera parentesi ricreativa nell’economia delle occupazioni quotidiane, quanto come una strategia esistenziale attraverso cui l’essere umano si sottrae alla propria verità, eludendo l’inquietudine che scaturisce dal confronto con la finitezza, la miseria e il limite della propria condizione. L’uomo si distrae, nella prospettiva pascaliana, perché incapace (o, talora, non disposto) a sostare presso ciò che, interpellandolo radicalmente, lo costringe a fare i conti con se stesso. Non deve stupire che la stessa genealogia semantica del termine distrazione dica di tale dinamica auto-sottrattiva. Il latino dis-trahere significa tirare in direzioni differenti, separare, disgiungere; per parte sua, invece, il verbo di-vertere (da cui deriva divertissement) indica il volgersi altrove, l’allontanarsi dalla direzione che si dovrebbe seguire. Due movimenti paralleli, insomma, che restituiscono alla distrazione una portata ben più ampia di quella comunemente attribuitale e ci portano a vedere in essa un vero e proprio decentramento del soggetto e una deviazione rispetto a ciò che meriterebbe di essere riconosciuto come essenziale.

Pur essendo stata elaborata in pieno Seicento, la diagnosi di Pascal conserva una sorprendente attualità e sembra attraversare indenne le trasformazioni storiche e culturali che separano la società del suo tempo dall’odierna civiltà ipermoderna, con le sue sofisticate tecnologie della connessione, l’accelerazione dei ritmi vitali e la pressoché inesauribile produzione di stimoli. In questo scenario, l’informatica e l’universo del virtuale – accanto alle straordinarie possibilità che dischiudono – tendono a colonizzare progressivamente l’esistenza, saturandone tempi e spazi, fino a rendere sempre più difficile sottrarsi al flusso incessante delle sollecitazioni. Il problema non risiede, evidentemente, nella tecnologia in quanto tale, ma nel rischio che essa – da strumento al servizio dell’uomo – si trasformi in un habitat pervasivo che ne orienta l’attenzione, ne scandisce i ritmi e ne condiziona le priorità. L’individuo, convinto di ampliare indefinitamente il proprio orizzonte di possibilità, può ritrovarsi così imprigionato in una rete di input che, anziché arricchirne l’esperienza, la frammentano e la disperdono. È a ben vedere soprattutto nell’iperconnessione e nell’uso compulsivo dei social network che il divertissement pascaliano sembra trovare una delle sue metamorfosi contemporanee più infide: la successione ininterrotta di post, immagini e contenuti offre infatti occasioni sempre nuove per colmare ogni pausa, neutralizzare la noia e sfuggire al silenzio, trasformando la distrazione da parentesi occasionale in una sorta di sottofondo permanente. Il pericolo è che l’iperstimolazione a cui ci stiamo riferendo diventi una forma di evasione tanto più efficace quanto meno consapevole: non più soltanto un modo di occupare il tempo, ma una strategia per sottrarsi alle domande radicali che il confronto con la propria finitezza inevitabilmente suscita.

C’è chi sia tra le persone comuni che tra gli intellettuali – è il caso, tra i tanti, di Yves Citton, teorico francese dei media – invita a considerare la distrazione come una possibile risorsa critica ed emancipatoria di fronte alle modalità attraverso cui il sistema mediatico cattura la nostra attenzione ed influenza le nostre scelte. La distrazione può essere rivendicata, secondo questa particolare sensibilità, come una dimensione da ricercare deliberatamente, una risorsa a cui attingere per non lasciarsi travolgere dal logorio della vita contemporanea. In una società che esige dagli individui una disponibilità pressoché ininterrotta, che caldeggia la loro reperibilità permanente e tende a convertire ogni intervallo in un’occasione di produttività, sottrarsi alla pressione degli stimoli potrebbe costituire non solo una forma di igiene mentale, ma pure un esercizio di libertà. La distrazione, da sintomo di una carenza, diverrebbe allora possibile risposta all’eccesso; non più incapacità di mantenere la concentrazione, ma rifiuto di concederla indiscriminatamente. Il soggetto distratto potrebbe configurarsi, secondo tale scuola di pensiero, non come colui che abdica alla propria autonomia, bensì come chi cerca di preservarla dall’erosione determinata da un mondo che reclama continuamente il suo interesse. È soprattutto sul terreno politico e filosofico che questa rivalutazione della distrazione mostra le sue implicazioni più significative: in un ecosistema comunicativo contraddistinto dalla successione incessante di notifiche algoritmiche e da regimi discorsivi che privilegiano tendenzialmente l’allarme, l’indignazione e la polarizzazione dei punti di vista, la distrazione sembrerebbe assumere i tratti di un gesto salutare. Essa sarebbe una sorta di possibile passo a lato, il gesto con cui il soggetto interrompe una traiettoria prestabilita, rigidamente confezionata dal sistema, rifiutando di lasciarsi interamente definire dalle sue pretese.

Ora, una prospettiva come quella a cui s’è appena accennato è senz’altro degna di nota e, per alcuni aspetti, apparentemente condivisibile, anche se suscita un interrogativo di base che sarebbe insensato ignorare. Ciò che ci si chiede è se la distrazione a cui le teorie or ora esposte ambiscono costituisca effettivamente un ritornare a “vertere nella giusta direzione”, un recuperare cioè la possibilità di orientare consapevolmente la propria esistenza, oppure se non si risolva – drammaticamente – in una sorta di distrazione al quadrato: una distrazione che, mentre pretende di sottrarre il soggetto ai dispositivi della dispersione contemporanea, finisce per distoglierlo ulteriormente dalla questione decisiva del senso. Il problema, in altri termini, è se il pas de côté, il passo a lato invocato da Citton e dai suoi epigoni consenta davvero di riguadagnare una posizione dalla quale guardare intelligentemente il reale, oppure se si limiti a inaugurare un diversivo ulteriore, una nuova modalità di evasione che, proprio perché ammantata di una giustificazione emancipatoria, finisce furbescamente per sottrarsi al vaglio della critica. 

Non basta, infatti, prendere le distanze da ciò che ci cattura per essere liberi: occorre anche sapere in nome di che cosa ci si sottrae, quale bene si intenda preservare e verso quale orizzonte si desideri dirigere il proprio cammino. È su questo punto – direi – che la lezione di Pascal conserva la propria forza e rivela, forse, la sua più profonda attualità. Il divertissement non è problematico semplicemente perché distrae l’uomo da un determinato oggetto, né perché lo induce a interrompere un’attività o a smarcarsi da una sollecitazione esterna. La sua negatività risiede piuttosto nel fatto che l’allontanamento che esso comporta diviene un modo per evitare la domanda su ciò che conta davvero, un espediente mediante il quale il soggetto dribbla il confronto con la propria condizione e con le questioni-chiave che la innervano. Sotto questo profilo, anche la distrazione rivendicata come gesto di resistenza può rimanere prigioniera della medesima struttura che intende contrastare, qualora si limiti a sostituire un oggetto di fascinazione con un altro, una certa forma di assorbimento artificiale con un’altra. Si può distogliere lo sguardo dagli schermi degli smartphone senza per questo imparare a guardare; si può interrompere il flusso di internet senza recuperare la capacità di sostare innanzi alle cose; si può persino fare della sottrazione un ideale, trasformandola nell’ennesimo imperativo falsificante cui conformare la propria esistenza. 

Ciò che è necessario, allora, è interpellarsi seriamente sulle condizioni che rendono possibile una vita autentica: prima ancora di domandarsi se sia opportuno concentrarsi o distrarsi, se sia necessario resistere agli stimoli oppure concedersi pause, bisogna chiarire rispetto a che cosa si misuri l’autenticità dell’esistenza e in quale direzione debba orientarsi la libertà. Se questo non succede, l’attenzione rischia di diventare un esercizio meramente formale di efficienza cognitiva, mentre la distrazione si riduce a una strategia di sopravvivenza entro un ambiente percepito come ostile e insostenibile. In entrambi i casi, l’uomo rimane esposto al pericolo di amministrare con maggiore o minore abilità le proprie risorse, senza mai interrogarsi sul fine per il quale valga la pena impiegarle. La questione cruciale qui non è, pertanto, soltanto come sottrarsi alla cattura dell’attenzione, ma come non smarrire, nel tentativo di sottrarvisi, la capacità di riconoscere ciò che merita di essere cercato e coltivato, abitando pienamente il tempo senza rinunciare alla domanda sul suo significato ultimo.

1 Cfr. B. Pascal, Pensieri, 166, in Idem, Opere complete, Bompiani, Milano 2020, p. 2349. 
2 Cfr. Y. Citton, L’économie de l’attention. Nouvel horizon du capitalisme?, La Découverte, Paris 2014. 
3 Cfr. V. Sperotto, Attenzione e relazione: sull’ecologia dell’attenzione di Yves Citton, in Giornale critico di storia delle idee, n. 1, 2018, p. 368

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