Nel 1971 Herbert Simon scriveva che una ricchezza di informazioni genera una povertà di attenzione, una frase che allora poteva sembrare l’intuizione lungimirante di uno studioso dei processi decisionali e che oggi possiede invece la precisione inquietante di una profezia, perché mai come nel nostro tempo abbiamo avuto accesso a una quantità tanto vasta di informazioni e mai, forse, siamo stati così esposti al rischio di attraversarle senza riuscire davvero ad abitarne nessuna.
Viviamo dentro un presente che non concede quasi più il tempo della sedimentazione, nel quale una guerra appare sullo stesso schermo di una vacanza, una catastrofe precede una pubblicità , il dolore di qualcuno convive con l’immagine di una cena e ciò che per qualche istante ci indigna viene rapidamente sostituito da qualcosa che reclama con maggiore forza il nostro sguardo, così che non siamo necessariamente diventati più indifferenti, ma forse semplicemente troppo sollecitati per riuscire a rimanere abbastanza a lungo dentro ciò che vediamo.
La psicologia conosce da tempo questa fragilità e William James aveva compreso, già alla fine dell’Ottocento, che prestare attenzione significa scegliere, isolare qualcosa dalla moltitudine degli stimoli possibili e rinunciare momentaneamente a tutto il resto, mentre molti decenni più tardi Daniel Kahneman avrebbe mostrato quanto limitate siano le nostre risorse cognitive e quanto facilmente la mente, quando viene sovraccaricata, cerchi scorciatoie, semplifichi, selezioni, proceda attraverso automatismi che le consentono di risparmiare energia.
Eppure ciò che oggi chiamiamo distrazione sembra possedere una qualità differente, perché non coincide più soltanto con il pensiero che devia accidentalmente dal proprio oggetto, ma con una continua migrazione dell’attenzione, una sorta di nomadismo cognitivo nel quale passiamo da una notizia a un messaggio, da una voce a un’immagine, da un compito a un altro, conservando spesso l’impressione di essere presenti ovunque mentre diventiamo, paradossalmente, sempre meno presenti a ciò che stiamo vivendo.
Forse esiste allora una distrazione ancora più profonda, che non riguarda gli occhi che abbandonano una pagina per cercare uno schermo, ma la difficoltà di sostare nelle emozioni, nelle relazioni, nelle domande che non possiedono risposte immediate, perché fermarsi significa anche esporsi a ciò che emerge quando il rumore diminuisce e quando non abbiamo più qualcosa che ci raggiunga abbastanza velocemente da impedirci di ascoltare ciò che accade dentro di noi.
Ma sarebbe ingiusto concludere un elogio dell’attenzione trasformando la distrazione nel suo nemico, perché la mente umana ha bisogno anche di perdersi e alcune delle sue intuizioni più fertili nascono proprio quando il pensiero smette di obbedire alla traiettoria che gli avevamo assegnato, quando vaga, associa, recupera un ricordo apparentemente estraneo, guarda fuori da una finestra e lascia che qualcosa di inatteso interrompa la disciplina dello scopo.
Esiste infatti una differenza sottile e decisiva tra essere distratti ed essere capaci di distrarsi, perché nel primo caso è il mondo a decidere continuamente dove condurre la nostra attenzione, mentre nel secondo siamo noi a concedere alla mente il privilegio di deviare, di indugiare, perfino di perdersi, sottraendola per qualche istante all’obbligo contemporaneo di essere sempre vigile, produttiva e raggiungibile.
Forse dovremmo allora difendere proprio questa distrazione, quella lenta e apparentemente inutile che lascia entrare un pensiero non convocato, che permette allo sguardo di fermarsi dove non era previsto e alla mente di percorrere sentieri che nessun algoritmo aveva preparato per lei, perché in un’epoca che ha imparato così bene a catturare la nostra attenzione, scegliere consapevolmente di perderla potrebbe essere, paradossalmente, una delle forme più raffinate di libertà .
Il privilegio di perdersi

