Un lavoro statale

Autore

Claudio Piersanti
Claudio Piersanti (laureato in Filosofia a Bologna) ha pubblicato quasi tutti i suoi libri (romanzi e racconti) con la Feltrinelli. Il suo primo romanzo, Casa di nessuno, è uscito nel 1981. Alcuni, più volte ristampati in Italia,  hanno ottenuto premi (Viareggio, Vittorini ecc) e sono stati tradotti in molti paesi. Tra questi: L’amore degli adulti, Luisa e il silenzio, L’appeso, Stigmate (un libro a fumetti realizzato con Lorenzo Mattotti) e il recente La forza di gravità (2018). Recentemente ha cambiato editore, e il suo nuovo libro (Quel maledetto Vronskij) uscirà nel marzo 2021 presso Rizzoli. È stato a lungo anche sceneggiatore lavorando per il cinema (soprattutto con Carlo Mazzacurati) e  la televisione. Ha diretto per anni La rivista dei Libri (ediz. Italiana della New York Review of Books). 

È un po’ come il lettore di gialli (thriller, noir e compagnia brutta), che crede addirittura di leggere ma invece si sta soltanto addormentando. Il limite principale del cinema è la sua prevedibilità, il suo tallone d’Achille è la scrittura. Ma qual è la forza che ha spinto negli ultimi decenni il nostro cinema verso questo tandem di noia-delusione? 

Ho lavorato molti anni nel cinema e nella televisione, come sceneggiatore. Ottenendo gratificazioni (poche) e delusioni (tantissime) come in tutti i lavori. Aggiungerò per onestà un sentimento che subito si accompagna alla parola cinema: la noia. Ecco, mi sono tanto annoiato. Anche perché quel lavoro era nato da un equivoco: essendo narratore di professione (mi si passi il termine) scrivere per il cinema sembrava naturale. In realtà l’unica professione cinematografica compatibile con l’esperienza di un narratore è quella del montatore. Gli sceneggiatori in generale sono pessimi narratori, non-scrittori per definizione come i giornalisti (per fare un altro esempio di accostamento sbagliato: giornalista e scrittore, quante volte lo vediamo scritto in tv sotto la faccia di uno che di solito non è né l’uno né l’altro). Diceva Flaiano del suo mestiere: lo sceneggiatore è quello che deve attaccare il padrone dove vuole il somaro. Descrive molto bene il setting creativo del cinema (almeno quello dei suoi tempi), che resta e resterà un prodotto industriale. Mi piace ricordare che nei contratti professionali il direttore della fotografia, lo scenografo e così via sono qualificati come capireparto. E lo sono davvero! Il cinema può offrire momenti di grande arte, occasionalmente, ma è soprattutto un prodotto industriale che deve rendere quattrini. Magari distraendoci dai nostri pensieri, magari divertendoci e spaventandoci (la paura è la più banale forma di divertimento): ecco allora il grande cinema industriale. I Marvel, i supereroi, la fantascienza di bassa fumetteria, gli Harry Potter. Sono prodotti artisticamente di serie B ma non importa, svolgono appunto una funzione rilassante. Non c’è niente da pensare. È un po’ come il lettore di gialli (thriller, noir e compagnia brutta), che crede addirittura di leggere ma invece si sta soltanto addormentando. Il limite principale del cinema è la sua prevedibilità, il suo tallone d’Achille è la scrittura. Ma qual è la forza che ha spinto negli ultimi decenni il nostro cinema verso questo tandem di noia-delusione? 

Il risultato è che per contare dei veri autori di cinema negli ultimi trent’anni non si devono scomodare neanche tutte le dita di una mano. Un risultato disastroso che ha molti padri e molte madri ma che ha un preciso centro di gravità: lo stato, anzi lo Stato 

Quel che si annunciava come nuovo cinema d’autore ha deluso amaramente quando ha tentato il Cinema Vero. Un nome per tutti: Nanni Moretti. Un esordio brillante ha alla fine prodotto un cineasta qualsiasi. Oppure la spinta verso il macchiettismo, altro grave fardello italiano, che si accoppia di solito al piccolo fascino obbligatorio del cinema etnico: dall’inguardabile Benigni al furbo Sorrentino, passando per i poeti della noiosissima mala napoletana stile Garrone. La spinta antiautoriale, fortissima in Italia negli anni ’60 grazie alle avanguardie nostrane e ai sedicenti intellettuali, ha prodotto effetti devastanti nel cinema come nel mondo editoriale. Il produttore è diventato regista, l’editore è diventato scrittore. Il risultato è che per contare dei veri autori di cinema negli ultimi trent’anni non si devono scomodare neanche tutte le dita di una mano. Un risultato disastroso che ha molti padri e molte madri ma che ha un preciso centro di gravità: lo stato, anzi lo Stato. Che oltre ad aver ucciso il sistema televisivo con una gestione direi sudamericana (RAI) decide quale cinema si fa e quale non si fa. Non riuscivano neanche in Polonia sotto il più feroce stalinismo. Tra le tante trasformazioni anche quelle dei produttori, praticamente scomparsi, e che ormai sono delle lobbies ministeriali di passacarte. Non stiamo parlando solo di un disastro artistico, in sé impercettibile visto che si tratta di un vuoto, ma anche e soprattutto di un disastro economico. Altri paesi fanno più soldi con il cinema che con il traffico di armi. Per non parlare dell’enorme danno economico al bilancio dello Stato derivato dalla mancata gestione delle frequenze televisive e radiofoniche. Siamo il paese dove l’esecutivo nomina i direttori dei telegiornali di Stato, dove se vuoi fare un film devi chiamare minimo un sottosegretario. Spesso i vari addetti alla cosiddetta cultura si lagnano di tutto, e reclamano a gran voce più risorse per combattere il male dilagante: purtroppo non si rendono conto di navigare nello stesso liquame che dicono di combattere. 

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