Colpa e felicità: la paticità come cura

Autore

Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

“I sentimenti spesso ci volgono 

nella direzione giusta” 

Antonio Damasio

“….non è meraviglia che la felicità umana 

non possa consistere se non 

nella immaginazione e nelle illusioni”

Giacomo Leopardi

“La felicità è fatta di attimi di dimenticanza”

Antonio De Curtis-Totò

“La povertà, soffribile nell’eguaglianza, 

non diverrà essa 

insopportabile all’aspetto dell’opulenza? 

L’umiliazione aggiunta alla miseria 

non ne duplicherà l’infelicità? “

Gaetano Filangieri

Nella prospettiva patica, che ci sintonizza con l’originario dell’esperienza vissuta – il pathos – ci si rende capaci di sentire e di patire, di maturare un sapere affettivo ed emozionale in luogo di un sapere razionale, in una dimensione pre-verbale e pre-riflessiva

Con una battuta ironica si potrebbe dire che di sensi di colpa è lastricata la strada per raggiungere la felicità. Un portato della stagione dei grandi racconti ideologici del ‘900, ispirati alle “magnifiche sorti e progressive”, intese come fiducia cieca – e perciò valore in sé – nel cosiddetto progresso, oggetto della critica profetica che molti anni prima aveva espresso Giacomo Leopardi ne “La Ginestra”. 

Il futuro da promessa a minaccia

La felicità era la promessa di un futuro connotato da un “non ancora” che imponeva radicalmente al presente, come pegno e impegno, la riparazione di una colpa iscritta nel passato, come vi fosse un male considerato un peccato originale da riscattare. In questo senso, “la morte di Dio non ha lasciato solo orfani, ma anche eredi. La scienza, l’utopia e la rivoluzione hanno proseguito, in forma laicizzata, questa visione ottimistica della storia, dove la triade: colpa, redenzione, salvezza trovava la sua riformulazione in quell’omologa prospettiva dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione, il progresso (scientifico o sociologico) come salvezza”¹. A distanza di decenni questo scacco antropologico si vede e si sente con maggiore nitidezza, benchè lo scenario si sia rovesciato, per cui si assiste, nella civiltà occidentale contemporanea, “al passaggio da una fiducia smisurata a una diffidenza altrettanto estrema nei confronti del futuro (…), l’idea stessa di futuro, reca ormai il segno opposto, la positività pura si trasforma in negatività, la promessa diventa minaccia”². Mutano radicalmente in questa prospettiva sia l’attesa di felicità, che si converte in protezione dall’infelicità, come scriveva Sigmund Freud ne “Il disagio della civiltà”, sia il senso di colpa, che nell’analisi sviluppata dallo studioso di scienze cognitive,  Ugo Morelli, assume la cifra “dell’angoscia di morte con l’invidia per il mondo che vivrà dopo noi e, quindi, nei confronti di chi vivrà dopo di noi. Interviene, di fronte ai risultati della distruzione e al sentimento di figlicidio, un pervasivo senso di colpa, che diviene il principale ostacolo al pensiero e alle azioni per generare l’inedito”³. 

Al mercato della felicità

Eppure, di fronte a un tale disorientamento esistenziale e alla conseguente sofferenza psichica, come ai dolorosi contraccolpi sociali – cui concorre l’ultima ideologia sopravvissuta, quella capitalistica neoliberista –  invece che moltiplicarsi i luoghi di rielaborazione individuale e collettiva del senso e di co-educazione a vivere e realizzarsi nella nuova complessità, ha nel tempo preso piede una farmacopea self-help che cura la ricerca della felicità, o la prevenzione dall’infelicità, secondo uno standard di empowerment individuale – ossia la ricerca della felicità personale – corredato da una serie di manuali di istruzioni per l’uso, e da una letteratura “specialistica” in materia  a cui le librerie dedicano ormai interi scaffali. Il filosofo e psicologo Sergio Caruso, recentemente scomparso, pur avallando l’ipotesi di una emergente domanda di felicità a fronte di una diffusa infelicità, ebbe a definire un tale business “il mercato della felicità”, stigmatizzandolo come “abbastanza inquietante”: un mercato nel quale la domanda e l’offerta colludono. Evocava al riguardo anche l’airbag society teorizzata da James Hillman⁴ con la diffusa tendenza verso quelle tecniche di sicurezza che mettono al riparo sia dal dolore fisico, sia, se possibile, mentale⁵. Caruso concludeva il suo ragionamento puntualizzando: “se ammettiamo – e come non ammetterlo? – che la felicità abbia a che fare con la vita e ne rispecchi la varietà di aspetti, dovremo concludere che l’offerta di felicità oggi prevalente sul mercato riduce la vita stessa, la vita intera, a una tecnica e che, dunque, propone di essa una visione puramente strumentale nel senso denunciato, per esempio, dai filosofi di Francoforte⁶”. Appare chiaro, tuttavia, che la felicità appartiene al rango dei fini dell’esistenza, che la ragione strumentale dominante invece tende a rimuovere; ma se si risponde a una domanda di senso “con la riduzione della Vita a una serie di tecniche per vivere, più che una soluzione pare essere un aggravamento del problema”.

Metafisica e virtualità: l’assenza del vivente, l’apparire come accadere

Dalla metafisica alla virtualità, il viaggio è lungo molti anni, ma l’assente è comunque il vivente, l’esistenza, la nostra esperienza effettiva e affettiva: una forma di evasione dai limiti dell’esistere, avrebbe detto con Nietzsche il sociologo Franco Crespi, per il quale “la felicità non è il contrario dell’esistenza quotidiana (…) ma parte di essa, come compresenza nella vita quotidiana di gioia e dolore, di parziale soddisfazione del desiderio e, in ultima analisi, della sua frustrazione. La speranza che sorregge questo tipo di felicità non è quella di una redenzione finale, bensì quella di riuscire, attraverso un difficile apprendistato, ad avvicinarci per quanto possibile all’autorealizzazione di noi stessi, aderendo totalmente al senso della nostra esistenza⁷”. E l’e-sistenza è un divenire, è un accadere, è un provare, è un continuo invito a uscire da sè stessi, segnato profondamente dal limite, dall’ambiguità, dalla mancanza originaria, dal desiderio, dalla differenza che irrompe, anche nella forma degli eventi inattesi, dall’intersoggettività che ci destabilizza, benchè ci costituisca e ci individui, dall’esperienza angosciante e “insensata” del vuoto, del fallimento, del sentimento di inadeguatezza. 

L’e-sistenza è perciò anche lotta per il riconoscimento da parte dell’altro, senza il quale non possiamo vivere e col quale possiamo sciogliere quel senso di colpa generato dalla nostra finitudine, senza rischiare di specchiarci nell’Io senza autostima narrato da Dostoevskij in Memorie del sottosuolo: ossia quell’uomo che dice di sé: “qualche volta ho l’impressione che non valga nulla”, e che “niente sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né ribaldo, né onesto, né eroe, né inetto”. 

E’ perché ci tocchiamo che ci individuiamo

Torna in questo quadro l’evocazione di un modo inedito di concepire la conoscenza, e di ridefinire la stessa idea di essere umani e di intendere la vita, come quella che caratterizza in tutta la sua pregnanza il pensiero sulla biologia ontologica della scuola cilena di Maturana e Varela. Una visione che tende a intrecciare, come sottolinea Alessandro Picone nel numero monografico di Passion&Linguaggi dedicato all’elaborazione scientifica di Humberto Maturana⁸, il problema dell’osservatore, dell’approccio alla realtà e della relazione per fornire elementi fondamentali alle scienze umane e sociali: invitando ad abbandonare le abitudinarie certezze e in tal modo pervenire a «un’altra visuale di quello che costituisce l’umano».

Fa eco a Maturana, Ugo Morelli, ricordando che è proprio perché ci tocchiamo che ci individuiamo. Ed è questa la ragione per la quale “non si percorre il cammino dalla distruttività invidiosa e fatta di sensi di colpa alla generatività dell’inedito, senza elaborare ostacoli epistemologici e epistemofilici: senza attraversare il dolore e la ferita della conoscenza. Nella relazione tra l’evento e l’osservatore si tratta di intraprendere la difficile via per deporre la posizione dell’osservatore distante e non coinvolto, che crea una distorsione e un ostacolo alla comprensione della nostra condizione⁹ ”. Che non è certamente quella del non ancora di un futuro gravido di promesse messianiche, generatore di aspettative ultraterrene di felicità, coltivate magari dando nutrimento ai sensi di colpa, quanto il far accadere ciò che ancora non c’è, secondo una rigenerazione culturale che passa dalla poiesis, dall’educazione sentimentale e affettiva. Il filosofo Aldo Masullo lo definiva l’Arcisenso¹⁰, cioè il Sentir-si, che non viene né “prima” né “dopo”, “ma è sempre di ogni sentire la condizione originaria”, che è una condizione necessaria affinchè qualsiasi emozione o sensazione sia fenomeno, coscienza vissuta, assuma valore nello svolgersi unitario di una storia personale”. Se Nietzsche proclamò la morte di Dio e Foucault quella dell’Uomo, per Masullo non poteva certo sopravvivere il Soggetto. “Tuttavia – conclude il grande filosofo napoletano – se scomparso è il Soggetto “teoretico”, sostanzialmente a-patico, non è scomparsa la soggettività, che è il modo, il come dell’essere uomini, vite pensanti, ma prima di tutto pazienti, cioè patiche¹¹”. In questa prospettiva patica, che ci sintonizza con l’originario dell’esperienza vissuta – il pathos – ci si rende capaci di sentire e di patire, di maturare un sapere affettivo ed emozionale in luogo di un sapere razionale, in una dimensione pre-verbale e pre-riflessiva. Da qui genera la comunità, che, fuori da ogni accezione ideologica, diventa il “vivo operare dell’inter-soggettività”, ossia del reciproco “ri-conoscimento”.

Non sarà, forse, la strada della felicità, ma è un’ottima notizia.

¹ U. Galimberti, Noi malati di tristezza, La Repubblica 1.6.2004

² M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, 2004

³U. Morelli, Lasciarsi toccare dal mondo, Passion&Linguaggi n°7/2021

⁴ J. Hillman, Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino, Adelphi, 1997

⁵ S. Caruso, Una comune felicità. Riflessioni post-freudiane, in Cosmopolis, Rivista di Filosofia e Teoria politica, n°2/2006

⁶  S. Caruso, Una comune felicità, op. cit.

⁷ F. Crespi, Identità, intersoggettività, felicità, in Cosmpolis, Rivista di Filosofia e Teoria politica, n°2/2006

⁸ A. Picone, Lo spettatore perde la propria posizione, in Passion&Linguaggi, n°6/2021

⁹  U. Morelli, Lasciarsi toccare dal mondo, op. cit.

¹⁰ A. Masullo, L’Arcisenso. Dialettica della solitudine, Quoldibet, 2018

¹¹ A. Masullo, L’Arcisenso…..op.cit.

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