Daniele Del Giudice, Docente di Management

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Può accadere che l’identità di chi narra si stabilizzi sul raccontare storie. E se questa è la prospettiva più usuale, può accadere che lo scrivere storie sia accompagnato da altri sguardi, un accompagnare a volte discreto, appartato, a volte più risonante, il mestiere centrale del narrare.
La giornata operosa di Daniele Del Giudice è stata caratterizzata, accanto alla fatica dello scrivere, da una incessante osservazione critica della contemporaneità e da una provvida attività di animatore culturale. Lungo le tracce di una osservazione diretta, posso testimoniare accanto a quello del narratore, del l’intellettuale e dell’organizzatore culturale, in Daniele Del Giudice, un altro mestiere, sodale, coerente con quel suo riflessivo abitare il nostro tempo, il suo essere anche uno straordinario docente di management.
Il tempo era quello della seconda metà degli anni 80 . Lavoravo in un’azienda multinazionale anglo olandese, di cultura neoweberiana, impegnato in attività di formazione e di sviluppo organizzativo. La mia libreria era la Feltrinelli di via Manzoni a Milano. Due spazi, la mia azienda  e quella libreria, né alti nè bassi, per così dire corretti e  in relazione tra di loro per il mio vivere e il mio lavorare. Frequentavo la libreria abitualmente la domenica mattina. Mi capitava di fare incontri straordinari e, tra i tanti,  quasi sempre Roberto Cerati, allora direttore commerciale Einaudi, un conversatore asciutto e insieme empatico, preso, lo si percepiva immediatamente, da una inestinguibile fame di libri.
Tra i banchi della libreria mi intrattenevo soprattutto con Piero Poggi, uno dei due assistenti del responsabile della libreria; tempestivo, prezioso lettore era quasi sempre capace  di suggestioni rilevanti. Conversare di libri rende complici più di altri argomenti e la confessata predilezione comune per la scrittura di Daniele Del Giudice divenne così uno dei temi più frequenti delle nostre chiacchiere.
Un giorno dell’autunno del 1988, ricordo con esattezza che era comparso da pochi giorni “Nel museo di Reims”, eccezionalmente edito da Mondadori, Piero Poggi mi raccontava dell’interesse, una confessione privata mi sottolineava, di Daniele Del Giudice per la realtà delle aziende e del lavoro che in esse si svolgeva e in particolare per la tecnologia.
Poggi mi raccontava del desiderio di Del Giudice, conoscendo le pratiche ormai abituali della formazione nella nostra azienda, dense di presenze multidisciplinari. Era sottesa la mia convinzione che accostare alle abituali tematiche di management, il pensiero di filosofi, antropologi, psicanalisti, fisici, scrittori, artisti figurativi, potesse costituire per il management partecipante un’occasione di ricerca ulteriore del bandolo esistenziale come persone e come manager. Avveniva tutto lungo felici automatismi; cura attenzione, orgoglio, e transito straordinario dai libri al sé corporeo di docenti “fuori dall’ordinario”, in un’aula, la lavagna a fogli bianchi alle spalle e davanti un sorpreso e in attesa gruppo di operatori aziendali.
Si era rivelato collaboratore dolcemente severo Daniele Del Giudice. La sua era una interrogazione preliminare, sull’azienda, sulle caratteristiche del gruppo dei partecipanti, sui loro ruoli, sulla tecnologia che abitualmente maneggiavano. Anche in questo diversamente dai suoi colleghi multidisciplinari, animatori straordinari delle nostre aule; abitualmente quasi tutti si limitavano ad una definizione del proprio tema da sviluppare.
Quando Del Giudice puoi entrava nell’aula, la sua severità si stemperava, per aprirsi in lunghi colloqui, a tratti anche autoironici; una capacità straordinaria di modulare, non solo le tematiche ma anche i toni della voce, nei confronti delle reattività  percepite immediatamente e  riflettute, una vera conversazione. Conversare è profondamente diverso dal comunicare.
Le sue tematiche?
La relazione  tra azione e pensiero; l’evoluzione  della tecnologia e il suo ruolo nella nostra contemporaneità; il pensiero della complessità connesso con le tematiche della responsabilità individuale e collettiva; l’azienda come soggetto sociale interpretata attraverso la metafora della polis; la relazione tra insegnamento ed apprendimento; le tematiche dell’etica dentro lo stemperarsi dell’ethos; l’esistenza umana come storia lunga; intreccio inestricabile tra narrare, lavorare e tempo dell’infanzia.
Che dire? Un incontro denso quello con Daniele Del Giudice docente di management, denso per la capacità conversando di sé di ascoltare con profonda attenzione le esistenze laboriose degli altri. Del Giudice narratore, con noi in quelle circostanze docente di management, si proponeva dentro le aule attraverso la capacità di riviversi, attraversando in sé anche esperienze altrui. Testimoniava, miniaturizzando la relazione tra lavoro, operatore e tecnologia, “per me è la macchina che fa i racconti”, la centralità del poiein, restituendo al management convenuto una identità in molti casi tanto inattesa quanto sorprendente. Scrivere e operare nell’organizzazione sono due mestieri per molti aspetti simili, entrambi carichi di fatiche lunghe nel tempo, entrambi volti a cercare, cercare.

“Dovremmo parlare della dimensione poetica della tecnologia … una riflessione sul fare, sul poiein com’era una volta, inteso come fare nostro, fare delle mani, fare del lavoro, ma anche poiein come fare del linguaggio …”


In tutto questo e in altro si circoscrive il Daniele Del Giudice docente di management. Un transito non secondario per una comprensione “oltre” del narratore, dell’intellettuale, dell’operatore culturale.

¹ Del Giudice D., La crisi degli oggetti, Lectio Magistralis al management tecnico della Lever Italia, 18/5/1995

² Signigalia A., intervista a Daniele Del Giudice, La Stampa, 4 settembre 2021

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