Né impiego, né merce: il lavoro come linguaggio della trasformazione sociale

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Finchè rimarrà catturata nel paradigma culturale del pensiero ortodosso dominante, la questione del lavoro non troverà nuove vie e possibilità di soluzione, e anche il discorso pubblico continuerà a concentrarsi, per lo più in maniera nominalistica e retorica, su questa o quella leva da azionare, senza che ne scaturiscano risultati significativi per cambiare lo statu quo. Allargare l’orizzonte culturale, anzi sceglierne uno alternativo, è più che mai necessario  per assumere la complessità della questione e tentare di uscire da un’impasse che si sta facendo pesante e drammatica per tante persone in carne e ossa, e a ogni latitudine, a maggior ragione in un contesto post pandemico e segnato dalla guerra, che continua a modificare anche gli scenari economici e le istituzioni. 

La società automatica

La fase fortemente critica che stiamo attraversando – l’ennesima nell’arco di pochi decenni – dovrebbe condurci a riconsiderare una delle tesi chiave espresse dal sociologo ed economista Karl Polany nel 1974 ne La grande trasformazione. Polany era scettico sulle virtù di un mercato capace di autoregolarsi e perciò ne prevedeva ampiamente gli esiti nefasti: “un’istituzione del genere – scriveva – non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l’uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in un deserto. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso”¹. Nel tempo le cose sono addirittura peggiorate con l’avvento della fase ultima del capitalismo, quello cosiddetto della sorveglianza che, come ben illustra Bernard Stiegler ne La società automatica², attraverso il controllo algoritmico generalizzato, non solo risparmia lavoro umano, ma traccia e profila i nostri comportamenti, alterando anche il senso delle esistenze. Non è certamente un rigetto delle nuove tecnologie quello di Stiegler, quanto l’uso perverso che ne viene fatto e che, a suo avviso,  va corretto stando “dentro il capitale, contro il capitale”: un esempio evidente di questa patologia sistemica è la trasformazione dello stesso lavoratore in un consumatore il cui tempo liberato  alimenta, sia pure involontariamente, la produzione di dati e informazioni appannaggio di un “capitalismo totalmente computazionale”³ che profila tutto e tutti a fini commerciali e di controllo sociale. 

La razionalità economica spinta che ha come esito ultimo l’era dell’algoritmo, segna la fine del tempo soggettivo, e celebra la vittoria del tempo cronologico, che tutto misura in termini di produttività, su quello cairologico – quello del momento buono, della possibilità di scegliere, dell’espressione affettiva – che deve fare i conti con “la tendenza del pensiero riduzionista ed economicista contemporaneo, del pensiero cognitivista….[che] è quella di abolire il tempo psichico e soggettivo in quanto non misurabile, impossibile da sottomettere a una tecnica”⁴. 

Il lavoratore è mano e cervello d’opera produttore di sapere

Sotto scacco, in questo processo, sono oggi il senso, l’identità, il riconoscimento sociale, la responsabilità individuale, l’intersoggettività e l’appartenenza a una comunità, a cui l’esperienza del lavoro rinvia, e quella riproduzione sociale che comprende “la creazione, la socializzazione e la soggettivizzazione degli esseri umani più in generale, in tutti i loro aspetti. Include anche la realizzazione e l’innovazione della cultura delle varie aree dell’intersoggetività in cui gli esseri umani sono inseriti – le solidarietà, i significati sociali e gli orizzonti di valore nei quali e attraverso i quali vivono e respirano”⁵. La società automatica rende ancora più impervia la strada, già difficile, dell’individuazione di sé, che trova nutrimento anche nel “ben fatto” del lavoro, in relazione ad un altrove e all’altro, un lavoro che si costituisce come “relazione e intersoggettività intorno a un compito (…) siamo esseri umani e, perciò, siamo quelli che vivono degli altri e della ricerca congiunta di significati”⁶. 

Proprio per questa sua rilevanza antropologica e relazionale, e a maggior ragione rispetto alla penalizzazione di un lavoro ridotto – quando va bene – a impiego se non a merce,  si conferma il fatto che “se il lavoro è un dato originario interno che concorre a definire il significato dell’esistenza stessa”⁷, allora la questione non è stata posta in coerenza con la sua portata. Una  questione  irrisolvibile peraltro con i paradigmi culturali ed economici dominanti, i cui limiti sono sotto gli occhi di tutti, e che non può essere limitata alla mera modifica dei confini tra il lavoro e il tempo privato o cosiddetto libero, tra il lavoro produttivo e quello riproduttivo, a favore di quest’ultimo. Infatti, come abbiamo visto, società e capitalismo in qualche modo oggi tendono a coincidere, come fosse un ambiente unico e senza più un “fuori”. Ma per ripensare il lavoro nel XXI secolo è necessario uscire, porsi all’esterno di questa logica (che ha plasmato anche il diritto e le politiche del lavoro), assumendo come chiave critica, ermeneutica e progettuale l’intersoggettività e la cooperazione come condizione del processo dell’individuazione e del riconoscimento di sé, e come infrastruttura portante delle relazioni di comunità che in questi decenni il capitalismo ha fiaccato, separando le persone tra loro nel gioco cinico della competizione.  

Se il lavoro è senso, significato, relazione e non mero impiego o addirittura merce, in quest’ottica vengono scalzate anche le categorie funzionaliste di “impiegabilità” e “adattabilità” per accedere a quella più nobile e dignitosa, evocativa di autonomia, di “cervello d’opera” – oltre che di mano d’opera – produttore di sapere. Sottolinea lucidamente Stiegler al riguardo che “se abbiamo potuto sostenere che il capitalismo consumista era condannato a scomparire – per dare spazio al caos – qui si può osservare  che distrugge anche il desiderio del produttore. Lavoratore sapiente, in grado di formare dei saperi [savoirs] e di accedere così a dei sapori [saveurs], il produttore diventato impiegato si confronta con l’insipidità di un mondo che egli non apre [ouvre] più, e che non si apre a lui (…) l’uomo che siamo tutti noi in misura maggiore o minore, non può più né dare al mondo i suoi sapori, né tanto meno gustarli: questo impiegato è talmente disgustato di questo ‘mondo’, di cui non è più l’operaio [ouvrier] né l’apertura [ouverture]…”⁸. 

La storia del lavoro, tra chiusure e aperture

È la storia del lavoro stessa a essere fatta di continui cicli di chiusure e, appunto, aperture. Se pensiamo all’organizzazione della fabbrica taylorista-fordista, ricordiamo una grande specializzazione degli operai che coincideva con un’assegnazione stabile della postazione lavorativa. È “l’impresa verticalizzata  che concentra al suo interno sia le lavorazioni principali dei componenti e sia il montaggio finale dei prodotti. Esistono anche una moltitudine di imprese artigiane subfornitrici, di solito prive di autonomia tecnica e gestionale, utili solo per la riduzione dei costi. A fine anni ’70 cominciano a comparire forme di outsourcing o di produzione di componenti a minore complessità, in piccole imprese posizionate in territori periferici rispetto alle aree forti del triangolo industriale”⁹. È l’inizio dell’apertura dei confini della fabbrica intesa come monolite autosufficiente che porta al decentramento produttivo con l’abbandono del modello organizzativo basato sulla concentrazione di tutte le lavorazioni al proprio interno. Una modalità utile a ridurre i costi, a essere maggiormente flessibili alle esigenze di un mercato che cambiava velocemente, a ridurre le difficoltà dovute alla gestione  di un elevato numero di lavoratori  e ad avere un migliore approccio all’utilizzo delle nuove tecnologie che iniziavano a presentarsi in forma sempre più rapida e pervasiva. La tendenza della grande impresa a delocalizzare al proprio esterno fasi del ciclo produttivo è una delle cause della riduzione della dimensione occupazionale delle imprese italiane e del proliferare di piccole imprese artigiane, spesso mono-committenti ed erogatrici di servizi, con poca autonomia e forte dipendenza.

L’estensione dei confini raggiunge il suo apice prima con l’apertura dei mercati dell’Europa orientale, delle Americhe e dell’Asia e poi con gli accordi del WTO che segnarono il proliferare delle catene globali delle produzioni, troppo spesso confuse con il termine “delocalizzazione”. Furono poche le aziende che chiusero totalmente in un paese per trasferirsi in toto in un altro. Furono invece molte quelle che esternalizzarono parti dei propri processi: la globalizzazione è stata quindi la via per le imprese per migliorare la loro produttività dislocando in giro per il mondo, nelle catene globali della produzione e delle forniture, fasi e processi di lavoro. Se considerassimo la somma degli elementi e il ciclo logistico che compongono produzioni complesse, potremmo tranquillamente affermare che queste tipologie di prodotto, prima di vedere definitivamente la luce, facciano due o tre volte il giro del mondo. È ciò che viene definito traffico di perfezionamento passivo e attivo, dove con il primo termine si intendono le merci temporaneamente esportate fuori dal territorio dove subiscono delle lavorazioni, riparazioni, messe a punto prima di essere reimportate, acquisendo quindi valore (dal punto di vista commerciale, l’Iva viene calcolata sulla differenza tra il valore doganale determinato prima della lavorazione ed il valore doganale determinato al momento della reintroduzione dei beni trasformati); il perfezionamento attivo, invece, è il processo inverso e cioè quando si importano merci da lavorare, aggiungendo valore, per poi esportarle. 

Il riannodarsi di politica estera e di politica economica

L’integrazione della produzione, quindi, ha cambiato la divisione internazionale del lavoro: «Fino a soli 30 anni fa, i prodotti venivano assemblati in un paese usando inputs provenienti da quello stesso paese. Le cose sono molto diverse nel 2011. La manifattura è organizzata dalle catene globali di produzione, così che molti prodotti dovrebbero portare il marchio ‘fatto globalmente’ e non ‘fatto in Cina, [o in Italia] o altrove. Non stiamo facendo una distinzione accademica. (…) Non si tratta solo di i-phones. Automobili, aerei, elettronica, perfino i singoli capi di abbigliamento, sono sempre più prodotti in molti paesi. Nessuna automobile, nessun aereo commerciale potrebbe essere costruiti con inputs provenienti da un solo paese. Le imprese leader sanno bene che le frizioni commerciali danneggiano in modo grave i processi produttivi in un’epoca di global supply chains»¹⁰. Si capisce quindi la complessità dei cicli produttivi, della lunghezza delle catene del valore e delle forniture e del livello di interconnessione globale tra le imprese, chiarendo le conseguenze che potrebbero nascere, ancora, a fronte di nuove epidemie a cui il nostro stile di vita e il modello economico ci espongono e ci esporranno sempre più. È ciò che abbiamo visto durante il Covid con l’interruzione delle produzioni, dei commerci e dei trasporti, una situazione ancora in divenire e che vede la Cina adottare misure molto stringenti e poco efficaci nel contrasto al virus che stanno avendo ancora effetti negativi sul commercio mondiale così interconnesso. La guerra in Ucraina ne è solo un altro, drammatico, esempio. E la conseguenza, in entrambi i casi, è la tendenza all’accorciamento delle catene globali delle produzioni e al loro riposizionamento più regionale. Catene di fornitura più corte e regionali consentono infatti di ridurre i rischi di eventuali nuove turbolenze con conseguenti blocchi del traffico e del trasporto commerciale. Allo stesso modo, rapporti commerciali con paesi caratterizzati da regimi politici instabili o autocratici sono considerati poco affidabili. È per questi motivi che si inizia a far strada sempre di più il concetto di deglobalizzazione. Scrive Paul Krugman: “Ci sono, tuttavia, buone ragioni per preoccuparsi che ciò a cui stiamo assistendo sia una replica economica del 1914, l’anno che pose fine a quella che alcuni economisti chiamano la prima ondata di globalizzazione, una vasta espansione del commercio mondiale resa possibile da ferrovie, navi a vapore e cavi telegrafici (…) e Keynes aveva ragione nel vedere nella Prima Guerra mondiale la fine di un’era per l’economia globale. (…) Putin ci ha insegnato che i paesi gestiti da uomini forti che si circondano di yes-men non sono partner commerciali affidabili”¹¹. Ecco perché la politica estera coinciderà sempre più con la politica economica. Se il mondo dovesse riorganizzare le proprie catene di fornitura in modo più locale ci sarebbe, probabilmente, un aumento dei prezzi che potrebbe scaricarsi sul consumatore finale e i paesi a basso reddito potrebbero soffrire maggiormente ma potrebbe aprirsi uno spazio interessante per le produzioni locali che puntino alla sostenibilità rivitalizzando le comunità locali. Certamente aree commerciali così organizzate potrebbero portare benefici anche per la stabilità geopolitica proprio perché le tensioni dei governi potrebbero tradursi in emarginazione economico-commerciale che è sempre bene evitare quando gli interessi economici commerciali superano gli interessi economici di un’economia di guerra.

Veloce, superficiale, mercificato: il lavoro ridotto a funzione

Se pensiamo però, ancora un attimo, alla globalizzazione, è impossibile negare che i benefici furono molti, in termine di benessere e ricchezza generale e che ci furono molte opportunità per i paesi in via di sviluppo, mentre a soffrire furono i lavoratori dei paesi più sviluppati schiacciati in una forte concorrenza di manodopera che finì, anche, per abbassare i salari e cancellare posti di lavoro. Il lavoro quindi è restato intrappolato, schiacciato, mortificato, nella logica contrattualistica della domanda e  dell’offerta; una dinamica perversa che quando coglie i lavoratori in condizioni di debolezza negoziale, vede crescere il cosiddetto “ricatto occupazionale” e la riduzione dei salari  e delle opportunità professionali, soprattutto per le donne e i giovani, da sempre i soggetti più fragili sul mercato del lavoro. Il lavoro è la possibilità per ognuno di sentirsi importante, realizzato, inserito nella comunità,  perché consente a tutti, in una dimensione collettiva, di dare il proprio contributo a un destino comune, e in quella individuale-relazionale di produrre qualcosa di ben fatto, come riconoscimento di sé, delle proprie abilità, creatività, espressività, nella relazione con l’altro. Diversamente il lavoro si riduce a un ingranaggio di un sistema meccanico: veloce, superficiale, mercificato, che lascia dietro quelli considerati meno attrezzati  nella logica del merito e della competizione e riduce le persone a essere valutate e accettate in funzione soltanto del loro “produttivismo”, utili, funzionali e adeguati a questo sistema. E il trend al quale assistiamo non promette in questo senso nulla di buono. Per capire quanto il concetto di lavoro sia cambiato basta citare esempi di alcune imprese leader nel settore del digitale: Facebook è la più grande azienda di media, ma non ha mai assunto un giornalista; Whatsapp primeggia nella comunicazione ma non ha mai acquisito un ponte radio; Uber ha sconvolto il mondo dei taxi senza acquistare un’auto né assumere un autista; AirB&B ha rivoluzionato il settore alberghiero e turistico senza mai comprare un letto. Queste aziende hanno utilizzato l’intelligenza distribuita tra gli utenti, facendo a meno del capitale e del lavoro, e trasformandoli, anche, in lavoratori di quelle stesse imprese a cui si rivolgono per comprare un servizio: pubblicano notizie sostituendosi ai giornalisti; prenotano camere per la propria vacanza sostituendosi al receptionist; fanno la spesa e pagano alla cassa automatica facendo il lavoro del commesso. Il tutto gratuitamente e senza sconti sul servizio. Il confine tra lavoratore, utente e consumatore si è così diradato. Lo spiega molto bene Antonio Casilli: “per prosperare e per innovare, le piattaforme hanno bisogno del lavoro di esseri umani che non vengono inquadrati come lavoratori, ma come utenti”¹².

L’avvento della globotica e dei telemigranti

In un mondo dove tutti generiamo milioni di dati ogni ora a beneficio di questi colossi digitali e tecnologici, diventa fondamentale organizzare i produttori di questi dati e contrattare i benefici che si generano dalla loro rielaborazione a favore della riduzione delle disuguaglianze. Ma i cambiamenti non finiscono qui. Richard Baldwin¹³ ci descrive un’ulteriore accelerazione parlando di globotica con cui si intende il mix tra una nuova forma di globalizzazione e nuova forma di robotica fondata su Intelligenza Artificiale e Intelligenza Remota. Ci descrive una nuova tipologia di lavoratori, i telemigranti, ovvero lavoratori che risiedono nel proprio paese e vengono impiegati, senza spostarsi, in attività di aziende di altri paesi. I vantaggi o le conseguenze, dipende dai punti di vista, sono molteplici: l’impresa risparmia, anzi si assicura competenze a minori costi, e il lavoratore, pur guadagnando meno rispetto a un “indigeno”, riceve un salario superiore a quello dei propri connazionali. Partirà una nuova ondata di competizione salariale che avrà gli stessi effetti di quella dovuta alle migrazioni di massa, ma questa volta su mansioni più elevate, aprendo le porte a una concorrenza al ribasso sui costi. Per partecipare è sufficiente avere un computer, una connessione internet e le competenze necessarie. Per le imprese è dunque molto facile gestire il rapporto di lavoro, controllarlo (la piattaforma, infatti, in modo casuale e segreto, effettua fotografie alla schermata per verificare e dimostrare che il professionista stia lavorando), pagarlo e, soprattutto, chiuderlo: basta infatti premere il pulsante “fine contratto”. Un concetto di lavoro incompatibile con la dignità della persona e che ha perso completamente la propria dimensione collettiva, quel suo valore fondante di accesso e ingresso nella società come parte fondamentale di un tutto, come esercizio di partecipazione alla vita della propria comunità. In un contesto diventato così veloce e cinico, nel quale il capitalismo odierno, quello cosiddetto “delle piattaforme” genera una costante divisione e frammentazione tra chi lavora, per la solidarietà e la rappresentanza collettiva non c’è più posto soprattutto se si riduce la torta da spartirsi. Tra i pochi effetti che possiamo, a fatica, definire positivi lasciatici dal Covid, forse sta nascendo una  riconsiderazione di alcuni valori che sembravano persi. Il numero di dimissioni dal lavoro registrate tra aprile e giugno di quest’anno in Italia, pari a circa 500.000 in netto aumento rispetto al 2020 e destinate a crescere ancora, sono un indicatore del cattivo stato in cui versa il lavoro nel nostro Paese. 

Il tempo della grande rassegnazione

È il fenomeno che riguarda soprattutto i Paesi ad alto reddito pro capite, ribattezzato Great Resignation, un tema di dimensione globale ben descritto dall’economista Fabio Sdogati che recentemente scriveva: “Generazione dopo generazione la tendenza generale dell’offerta di lavoro è di rivalutare sistematicamente i benefici relativi del lavoro e del tempo libero. In questa fase, l’aneddotica e una certa quantità di evidenza empirica sembrano indicare che  si vada verso una rivalutazione del tempo libero a parità di condizioni di lavoro”¹⁴. Un evento inatteso che non appare ancora chiaro in tutti i suoi aspetti, ma che lascia tuttavia intendere che siamo di fronte a un grande ripensamento, che sembra poter ridare il giusto posto ai valori che fondano il nostro stare insieme nella società e nelle comunità. Secondo i dati pubblicati da Aidp (Associazione italiana direzione personale) e ripresi da Il Sole 24 ore, “le dimissioni volontarie interessano il 60% delle aziende, riguardano diverse decine di migliaia di posizioni  e coinvolgono principalmente le aree dell’informatica e del digitale, del marketing e le vendite. A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto gli addetti fra i 26 e i 35 anni (il 70% del campione analizzato) perlopiù impiegati in aziende del Nord Italia”¹⁵. Alla base del fenomeno ovviamente ci sono la ricerca di condizioni economiche più soddisfacenti, una maggior comunanza valoriale con l’impresa per cui si lavora, come ad esempio l’attenzione ai temi della sostenibilità, e soprattutto, un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro. La sfida dunque per le imprese è ora come trattenere i talenti e come attrarli. Un salto quantico in un paese dove c’è poca attenzione per lo sviluppo delle carriere e la valorizzazione delle persone. Anche se i lavoratori esigono la formazione da parte delle imprese, oggi sono ancora troppo poche quelle che si occupano del ciclo di vita delle competenze del capitale umano, senza cui non c’è futuro per l’industria e che saranno il nuovo fattore di competitività, unitamente alla valorizzazione dei giovani high skill, tanto dal punto di vista retributivo che di carriera, fermando la fuga all’estero verso chi quelle abilità le sa attrarre e valorizzare e invertendo il fenomeno delle dimissioni di massa. Le aziende si sono accorte, finalmente, che il benessere e l’inclusione delle persone deve essere messo al primo posto e per far questo serve certamente investire non solo in formazione ma soprattutto in innovazione organizzativa e di linguaggio e sul nuovo senso del lavoro.

Se volgiamo indietro lo sguardo, quindi, possiamo cogliere come la riduzione dimensionale delle imprese abbia coinciso, anche, con il venire meno del concetto di classe operaia, all’interno nella quale l’operaio-massa si riconosceva e plasmava la propria identità: i lavoratori condividevano medesime condizioni lavorative e sociali; nutrivano bisogni simili; avevano la stessa volontà di rivendicazione e una propensione, quasi naturale, all’impegno politico e sindacale a cui seguiva una grande capacità di mobilitazione per migliorare un destino comune. Un terreno fertile per coltivare le grandi conquiste sindacali che infatti non mancarono. Il ridimensionamento delle imprese, lo spacchettamento dei cicli produttivi, la proliferazione delle piccole aziende e l’avvento delle ICT, che sostituirono mansioni e attività manuali fornendo, al contempo, strumenti migliori a chi era impegnato in compiti intellettuali, diedero un colpo decisivo alla coscienza collettiva di classe e alla capacità del sindacato di rappresentare il mondo del lavoro che andava disgregandosi e differenziandosi al suo interno. Queste parcellizzazioni e sfumature di soggettività e desideri si differenziavano maggiormente all’aumentare della professionalità e delle competenze trasversali, e sempre più cognitive, richieste. Era facile, infatti, all’epoca della fabbrica fordista, cogliere la forte separazione dei tempi di vita e di lavoro: al suono della sirena si timbrava e si tornava a casa. Si dice che Frederick Winslow Taylor gelò un operaio che gli pose alcune domande ricordandogli che lui e suoi colleghi erano pagati per lavorare, non per pensare visto che per questo c’è già qualcun altro a essere pagato. Al crescere dell’ingaggio cognitivo del lavoratore cresceva anche il suo coinvolgimento nel lavoro e, parallelamente, sfumavano i confini con la sua vita privata. Fino ad arrivare a oggi con i cambiamenti vissuti durante la pandemia che hanno aperto la corsa allo smart-working nella sua versione di telelavoro. Finita l’emergenza sanitaria, quella modalità di lavoro è rimasta con l’effetto che le persone si sono accorte di lavorare parecchie ore in più a settimana sancendo la definitiva caduta del confine tra vita privata e lavoro, finendo per illudersi di aver conquistato la definitiva conciliazione vita/lavoro senza accorgersi di aver semplicemente barattato una sedia sotto il tetto di casa con più ore di lavoro. 

Liberare il lavoro dalle ideologie strumentali

In questo ambito fortemente simbolico della crisi del lavoro salariato, anche in connessione con il fenomeno della Great Resignation, e con le emergenti transizioni ecologica e demografica, si aprono spazi critici e inediti per ripensare il lavoro nel XXI secolo, come dimensione personale e sociale non separata dall’ambiente, né strumentale ad altro se non alla individuazione di sé e alla ricerca di significati nella ricomposizione delle diverse dimensioni dell’esistenza. Il lavoro deve diventare il linguaggio della cittadinanza e della trasformazione sociale, nonché dell’esperienza di libertà soggettiva nell’attivazione delle proprie capabilities, come le avrebbe chiamate Amartya Sen,  all’interno di una pluralità delle forme della domanda e dell’offerta di lavoro che non possono più essere quelle del fordismo e del post-fordismo, ma che vanno ridisegnate, personalizzate  – e sostenute da dotazioni e protezioni universalistiche – sui bisogni e i desideri soggettivi e intersoggettivi, in particolare delle nuove generazioni, lontane anni luce dalle culture del lavoro nate nel secolo scorso e sulle quali sono ancora modellate istituzioni, diritti e politiche del lavoro. La prospettiva va capovolta, nel senso che bisogna ripensare il lavoro a partire dal suo significato intersoggettivo, emancipativo, realizzativo, relativo, da cui poi far discendere gli aspetti organizzativi, contrattuali, normativi che lo disciplinano, proteggono, promuovono.

E’ necessario perciò “immaginare in eccedenza” una nuova convivenza, fondata su una più marcata progettualità individuale e una responsabilità sociale verso la comunità di destino cui apparteniamo, nella quale si combinino virtuosamente lavoro, produzione e consumo. In questa chiave la rivoluzione digitale è una grande opportunità anche per ripensare – insieme agli spazi urbanistici  e gli ambienti di vita – un’organizzazione del lavoro capace di accogliere e valorizzare le soggettività in relazione: un fattore potenzialmente decisivo per superare il confine che separa spesso il dentro dal fuori dei luoghi di lavoro, e generare così nuove forme di vita, all’insegna di una sostenibilità sociale e ambientale pensata, progettata, calibrata sulla comunità locale e non certificata ex post. Bisogna liberare il lavoro, scrive Ugo Morelli, avvertendo che quando si giunge al limite, per proseguire bisogna tornare all’originario. Ciò vuol dire cercare di dare vita a una nuova origine della storia, compresa la storia del lavoro, che nel tempo ha assunto sempre di più i significati di destino, condanna, ideologia, sacralità e merce da vendere e da comprare. “Il lavoro – annota Morelli  – in tal modo si ammanta di un senso normativo che gli conferisce una connotazione sacrale e religiosa a prescindere dalle sue caratteristiche e dai suoi legami con gli altri aspetti fondamentali della vita. Unitamente a questi aspetti, sono gli interessi materiali intorno al lavoro e, quindi, il lavoro come oggetto di scambio, cioè come merce, a prendersi l’intera scena del modo di intenderlo e praticarlo. Sacralità e merce finiscono per essere parte della stessa definizione dominante del valore del lavoro. Sono queste le forme di lavoro da cui ci accingiamo a riprendere, verso cui spingiamo, in seguito ad ogni crisi, a maggior ragione utilizzando la disoccupazione e i rischi occupazionali come cause di forza maggiore che impedirebbero di riflettere e di pensare a diverse prospettive e, soprattutto a fare un programma radicalmente alternativo”¹⁶.

¹ K. Polany, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974

² B. Stiegler, La società automatica. 1.L’avvenire del lavoro, Meltemi, 2019

³ Idem….

⁴ P. Andreoni, Tempo e lavoro, Bruno Mondadori, 2005

⁵ N. Fraser, Capitalismo, Una conversazione con Rahel Jaeggi, Meltemi, 2019

⁶ R. Iaccarino, U. Morelli, Lavoro, affettività, innovazione, Le frontiere del lavoro e della rappresentanza sindacale: solidarietà e codici affettivi, Il Riformista 11.2.2020

⁷ U. Morelli, G. Varchetta, F. Novara, Il lavoro non è più quello di un tempo, GueriniNext, 2021

⁸ B. Stiegler, op. cit.

⁹ P. Feltrin, L. Pero, Breve lettura del lungo addio al fordismo (1970-2020), Saggio all’interno del libro Dalla Prima alla Quarta Rivoluzione Industriale. Storia delle relazioni industriali dei metalmeccanici. RCS Open Lab, 2022

¹⁰ P. Lamy , Made in China’ tells us little about global trade, January 24 2011, Financial Times (nostra traduzione)

¹¹ P. Krugman, Will Putin Kill the Global Economy?, March 31 2022, New York Times (nostra traduzione)

¹² A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli Editore, 2020

¹³ R. Baldwin, Rivoluzione Globotica. Globalizzazione, Robotica e futuro del lavoro, Il Mulino, 2021

¹⁴ F. Sdogati, Inflazione permanente in arrivo? Davvero? Dovremmo chiederci anche che cosa stia succedendo all’offerta di lavoro? Cfr. www.scenarieconomici.com del 8/11/2021

¹⁵ G. Rusconi, “Great Resignation”: perché è un fenomeno in crescita e come rallenta, Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2022

¹⁶ U. Morelli, G. Varchetta, F. Novara, op. cit.

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