Il divenire di fermarsi

Autore

Isabella Chiadini
Isabella Chiadini è studiosa della questione palestinese e mediorientale.

C’è una mostra a Venezia – From Palestine With Art – che invita a fermarsi davanti alle sue opere con uno sguardo che richiede un cambio di prospettiva. È promossa dal Palestine Museum US, il cui direttore è il palestino-americano Faisal Saleh, curata da Nancy Nesvet e inserita alla Biennale dalla sua curatrice Cecilia Alemani.  

Cambio di prospettiva, dicevo; che si rivela ai nostri pigri schemi di pensiero tanto più sostiamo in quella sala. 

In un contesto nel quale l’arte rimanda agli Stati-nazione, status che al momento non definisce la Palestina, troviamo l’arte e la cultura di questa terra in un luogo più decentrato rispetto ai padiglioni: è Palazzo Mora, una delle sedi degli Eventi Collaterali della Biennale. 

È una piccola sala, senza eccessi, ma inaspettatamente si respira gioia e stupore: la popolazione palestinese si manifesta attraverso visioni che sorprendono nel segno della trasfigurazione e del sogno.

Come il quadro di Abil Anani, In Pursuit Of Utopia, il cui paesaggio verde con alberi e fiori -l’opposto delle colline di Gerusalemme di oggi – non affonda nostalgicamente nel passato 

ma prefigura un’esistenza che, nel tendere all’utopia, appunto, si dispone al cambiamento.

Ma è dalla realtà che emana questa attitudine, i piedi sono ben piantati nel presente.  

Allora fermarsi è necessario; indugiare e lasciarsi coinvolgere dalla capacità degli artisti di vedere dove ancora gli altri non vedono. 

La Palestina è un punto di riferimento. Una terra a cui tendere e alla quale dare uno status; 

ma questa aspirazione non si traduce quasi mai in opere di esplicita denuncia, che definiremmo politiche. Non è nemmeno una riflessione su di sé esasperatamente intimista; al contrario è aperta e non circoscritta a modelli ideologici preordinati. 

L’arte che ne deriva riflette il groviglio di pulsioni e riflessioni su sé stessi, sul proprio essere palestinesi e allo stesso tempo individui che vorrebbero vivere in Palestina e nel mondo secondo altri paradigmi. 

 “Siamo sparsi per il mondo, assimiliamo le culture locali dai Paesi in cui viviamo ma tutte si amalgamano con le nostre sensibilità e aspirazioni particolari. Perciò la produzione culturale palestinese è transculturale da diversi decenni” dichiara Saleh. 

Basti pensare al riferimento alla terra deturpata o al desiderio di un pensiero liberato dalla pervasività dei modelli colonialisti che troviamo in queste opere. 

Lux Eterna si fotografa in abito tradizionale in un bosco che evoca un’immagine fiabesca: Decolonazing the Gaze; è così che si solleva oltre la zavorra di una colonizzazione che si è 

appropriata anche del modo di pensarsi. 

Ma Lux Eterna afferma di non parlare solo per i palestinesi. La sua è un’alleanza fra esseri umani, al di là delle connotazioni nazionali, che ha alla base la cura della terra sulla quale viviamo.

Non c’è in queste opere ripiegamento rabbioso ma una reciproca identificazione fra terra e cultura; c’è l’espressione della creatività palestinese che è tutt’altro che monolitica ma è fatta

di identità molteplici come quelle di tutte le culture. L’arte che si sublima nelle identità degli 

artisti e nelle identità di chi guarda.

Rania Matar coglie con uno scatto la gioia dell’amica, rifugiata da tre generazioni, al mare per la prima volta e libera dall’oppressione del campo profughi. Samira è il titolo della fotografia. 

Del resto, Nesvet sostiene di avere omesso intenzionalmente larga parte della sofferenza che vivono i palestinesi, incentrando la mostra sulla bellezza della terra e della popolazione. 

Fra le 19 opere esposte spicca una riproduzione di una carta della Palestina del 1877. 

Posta a terra, rappresenta il lavoro dello studioso Salman Abu Sitta [Salman Abu Sitta, La Mappa del Mio Ritorno – Memoria Palestinese, trad. it. di Barbara Gagliardi, Edizioni Q , Roma 2020], che ha dedicato la vita alle ricerche d’archivio per mostrare che la Palestina “è al suo posto […], nei suoi luoghi, nella sua identità, nella sua lingua” secondo le parole di Elias Sanbar [Elias Sanbar, Il Palestinese Figure di Un’Identità: le Origini e il Divenire, trad. it. di Anna Maria Cagiano Malvezzi, Jaca Book, Milano 2005, p. 17]. 

Quel lavoro sulle carte geografiche la rende un’opera d’arte; l’emozione che suscita la eleva 

oltre lo strumento che identifica luoghi che non ci sono più. Molti ci si stendono sopra, altri indicano i villaggi delle famiglie e fotografano per chi non può essere lì; è come se fossero tutti su quella carta e su quella terra. 

La carta, che è memoria – soprattutto dolorosa – apre a nuove possibilità, delle quali la partecipazione alla Biennale è già un segno. Perché questa presenza, che rivela l’arte del popolo palestinese al mondo, lo rende visibile.

Il presente e il futuro si inverano attraverso la forza intrinseca dell’arte, che può rendere dignità storica e ingenerarla. 

In questa mostra, che accade ora, c’è una Palestina che si autodetermina; se è possibile essere alla Biennale come palestinesi è possibile immaginare ciò che sembrerebbe impossibile. 

Quella rappresentazione della Palestina potrebbe essere un pezzo di archivio fermo e consolatorio, invece prende vita: conferma i diritti dei palestinesi ma allo stesso tempo trascende, paradossalmente, l’istanza territoriale; che non viene meno, ma potrebbe persino assumere forme inedite, proprio per le suggestioni di quella carta. 

La stessa mostra, nella sua sobrietà rispetto all’opulenza dei padiglioni nazionali, prende

forme inedite: i palestinesi che pure rivendicano uno Stato (o una terra), in quella sala che 

non è unpadiglione e non rappresenta uno Stato riconosciuto, forse sono nel posto giusto. 

L’arte – e la cultura – li impone prima che siano definiti dai confini; occupano l’emanazione collaterale della Biennale con una consapevolezza che consente loro di non assimilarne le 

storture e di essere vigili, perché esserci è comunque fondamentale. 

 “Che la Palestina sia qui è meraviglioso. Essere celebrati per l’arte del nostro popolo è un seme piantato e un passo enorme verso il futuro” dichiara Nadia Irshaid Gilbert. 

Sua è la fotografia Woman Carries the Weight of Our Past and Our Future.

Nel suo ultimo libro, Becoming Palestine, Gil Z. Hochberg [Gil Z. Hochberg, Becoming Palestine: Toward an Archival Imagination of the Future, Duke University Press, Durham 2021] parla di “Archivi per il futuro”: coglie una tendenza degli artisti palestinesi a non svilire il presente in nome di una memoria tanto pesante da rasentare l’ossessione. Il presente, scrive, costituisce un archivio poiché incorpora possibili formulazioni del futuro; crea un pensiero che spesso non è articolabile ma che si plasma anche su ciò che ancora non c’è. 

“Ho da fare per il mio aldilà,

come se domani non dovessi più vivere. E ho da fare

per un giorno

sempre presente”

[Mahmud Darwish, da Murale, trad. it. di Fawzi Al Delmi, Epoché, Milano 2005, p.91].

Tutte le opere di questa sala, e quella carta dove passato e presente si toccano letteralmente, non le vedremmo, non accadrebbero se non ci fosse la mostra con tutto quello che contiene e smuove e che deve essere riconosciuta per il suo valore trasformativo. Nella sua felicità di esserci si impone senza puntare il dito; le opere superano i limiti di quella stanza non dicendo altro che ciò che sono. 

“Questa mostra racconta una terra e un popolo vivi” sostiene la curatrice Nancy Nesvet. 

Le condizioni di vita, il legame con la terra continuamente rielaborato e la sensibilità degli artisti rendono i loro lavori profetici e, direbbe Hochberg, futuribili. 

L’arte e gli artisti, con i loro corpi e le loro vite, sono passato, presente e futuro in un movimento non obbligatoriamente lineare perché le opere sono impastate di vita in divenire; che contiene stratificazioni e intersecazioni di memorie personali e collettive e, protendendosi al sogno, si apre alla trasformazione.

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