Non togliamoci l’abisso della perdita

Autore

Francesca Bartolotti
Dopo anni di consolidata esperienza nel ruolo di Assistente di Direzione in attività scientifica, di reparto, e nell’organizzazione di congressi, presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, mi specializzo come Life & Teen Coach Umanista. Svolgo percorsi individuali di allenamento del potenziale umano nella vita e nelle relazioni, indirizzati ad adulti e adolescenti. Particolare attenzione, per questi ultimi, alle tematiche di orientamento di studio e professionale, volti a stimolare lo sviluppo della capacità di scelta, di progettazione di sé, e della propria identità.

«È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare il miracolo della cosa unica»  (Tabula smaragdina)

Il verbo togliere ha pressocché perso nel tempo quella enantiosemia che caratterizzava il suo genitore latino, tollere. Tollere era portatore di un significato ambivalente: non indicava solamente un’azione legata ad una sottrazione, ad una perdita, ad una privazione riflessiva od esercitata da altri, rappresentava anche in senso opposto un prendere per innalzare, per elevare (aliquem laudibus tollere, esaltare qualcuno, amicum tollere, confortare un amico, ad astra aliquem tollere, innalzare qualcuno alle stelle). 

A volte si toglie qualcosa di superfluo per fare spazio, per conferire maggiore potenza all’essenziale, il labor limae di cui ci parla Orazio nell’Ars poetica, od ancora le sublimi reticenze cechoviane, quel procedere per sottrazione, a volte anche declinata nella completa mancanza di azione, come nell’opera teatrale Il giardino dei ciliegi. Ne sapevano qualcosa anche tutti gli scrittori seguaci del minimalismo letterario, uno su tutti Raymond Carver (ancor più il suo editor, Gordon Lish), che con un uso parsimonioso e preciso delle parole, ci hanno regalato le storie nella crudele immediatezza dei loro fatti, restituendo un ben più ampio respiro all’impatto emotivo generato. Il non detto, paradossalmente, risuona nella mente di noi lettori, lasciandosi dietro una eco infinita, è come un taglio sottile sulla nostra pelle, dall’esecuzione esatta di una lama chirurgica.

Togliere è anche quella sottrazione selettiva che esalta una identità, la spoglia dell’eccedente che la oscurerebbe. La ricerca di quel nucleo più veritiero di sé, un (ri)conoscimento nella sua dimensione riflessiva, per dare un senso al proprio mondo interno, un conoscere che possiede un valore iterativo intrinseco. Perché non siamo un dato fisso, statico, immutabile, siamo, come la realtà tutta, un processo dialettico. Già nell’atto di volgere a noi lo sguardo, di sentirci e di prendere coscienza di noi stessi, ci rinnoviamo. «Il conosciuto, per ciò che è conosciuto, non è riconosciuto. L’usuale inganno di sé stesso e degli altri è il presupporre e credere che nel riconoscere vi sia qualche cosa già conosciuta». (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Prefazione pg.18 – Ed. La Nuova Italia).

È il movimento del divenire sé stessi, perdendo sé stessi. È un orizzonte di senso.

E affinché lo sviluppo si compia, dice Hegel, è necessario che ci sia una negazione, un togliere ciò che esso è, per far ritorno, come in un circolo, all’elemento originario, ma arricchito di una nuova dimensione, ogni essere realizza sé stesso trasformandosi in qualcosa d’altro: «Quindi anche le differenze della scissione e del divenir eguale a sé stesso non sono che questo movimento del togliersi; perché, essendo l’eguale a sé stesso che deve ancor scindersi — ossia diventare il proprio contrario — un’astrazione, o già esso stesso qualcosa di scisso, il suo scindere è un togliere ciò ch’esso è; ed è dunque il togliere il suo stato di scissione. Il divenir eguale a sé stesso è altrettanto uno scindere…» (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, Introduzione, p.103 – Ed. La Nuova Italia). 

Per definire questo togliere, Hegel usa il verbo Aufheben, difficilmente traducibile in italiano per la presenza, anche qui, di una enantiosemia: significa sia togliere, eliminare, che sollevare, conservare, rappresenta perfettamente il processo dialettico che implica elevazione, superamento

Nel processo ricorsivo del perdersi per scoprirsi, nel movimento di far ritorno a noi stessi, rinnovati, possiamo esperire il nostro senso di appartenenza.

Il grande poeta Eugenio Montale, a cui le scoperte scientifiche non erano ignote, spesso nei suoi versi ci ricorda come la nostra vita sia quantistica, discontinua, tra l’essere e il non essere: 

«Dicono che la mia 

sia una poesia d’inappartenenza. 

Ma s’era tua era di qualcuno: 

di te che non sei più forma, ma essenza.

Dicono che la poesia al suo culmine 

magnifica il Tutto in fuga, 

negano che la testuggine 

sia più veloce del fulmine.

Tu sola sapevi che il moto 

non è diverso dalla stasi, 

che il vuoto è il pieno e il sereno 

è la più diffusa delle nubi. (…)»

(da Satura, Xenia I)

Raggiungere il nostro vero sé è una conquista, impegnativa e non meno coraggiosa. 

Necessaria per incontrarsi con l’integrità. E non esiste conquista, in senso figurato o no, che non passi attraverso una sfida, con noi stessi e con gli altri. La conoscenza di noi stessi ha necessità, per avvenire, dell’incontro con l’altro.

Il riconoscimento di sé stessi (l’autocoscienza), non può essere pensato scevro delle ulteriori dimensioni, la passiva e la attiva: essere riconosciuti dall’altro e riconoscere l’altro. Nessuna delle tre dimensioni ha autonomia ad esistere senza le altre. L’integrità è un atto individuale e relazionale. Ogni io è un tu per l’altro. Essere integri significa infatti rapportarsi in modo onesto nei pensieri, nei sentimenti e nelle azioni, con sé stessi e con gli altri, coerentemente con i propri valori. Una persona integra ha naturalmente comportamenti attivi, che muovono da dentro, non reattivi, ossia dominati dall’esterno.

Ancora Montale nella poesia Il primo gennaio: 

«So che si può vivere

non esistendo,

emersi da una

quinta, da un fondale

da un fuori che

non c’è se mai

nessuno l’ha veduto»

«Autonomia, dignità, riconoscimento e conflitto sono inscindibilmente intrecciati – scrive Lucio Cortella – nessuno può mai sentirsi riconosciuto per sempre». (L’ethos del riconoscimento, Ed. Laterza).

L’integrità è il terreno di coltura dei nostri significati valoriali, che non si risolvono in sé stessi ma aprono ad una ulteriorità di senso, sponde della crescita e della realizzazione personale. Coincidono con la nostra ragion d’essere intrinseca e fondante, verso la quale naturalmente tendiamo i nostri aneliti. In noi alberga questa tensione insolente, sempre viva, quand’anche non accompagnata da profonda consapevolezza, nel qual caso saremmo agiti anziché da una forza generativa, da un affanno inquieto, da uno sguardo obliquo sul desiderio che noi siamo. Mancheremmo di dire sì alla vita, di celebrare la nostra bellezza. Il bello nella cultura greca classica, tò kalόn (τὸ καλόν), era tutto ciò che possedeva integrità, armonia, ed esprimeva l’eccedenza più ancora della presenza. Bellezza come simbolo, come meta più alta per l’essere umano, la spinta insopprimibile ad andare verso il bene, il giusto. Perché la condizione necessaria e costitutiva della bellezza è quella del rinviarsi ad altro da sé, all’essere congiunta ad un fine, quindi ad un senso. 

Non siamo esseri difettosi ma complessi, siamo esseri in potenza che mirano ad una pienezza, protesi a prendere la forma che ci è più propria, bramiamo una compiutezza che si rinnova nell’attimo stesso in cui le siamo prossimi, sospinti da un duplice movimento verso la sua scoperta e la sua invenzione, congiunte con l’ambiente, con le opportunità da questo offerte, o di contro con i limiti posti. 

Anche noi incarniamo una enantiosemia, siamo finitudine e trascendenza. 

Nella tendenza naturale alla propria crescita l’uomo sperimenta la sfida di superarsi, comprende la forza creatrice che lo abita, attinge alla potenza dei sentimenti, benché a volte contraddittori, imperfetti, fragili, ma capaci di atti rivoluzionari.

Aristotele attribuiva ad ogni creatura vivente le prerogative di atto e potenza (energheia – ἐνέργεια e dynamis – δύναμις). «All’essere umano è assegnato il compito di disegnarsi, di determinarsi in qualche modo, nell’apparente assenza di direttive», scrive Claudia Baracchi nello splendido testo Aristotele. Il pensiero e l’animale. 

Ma se nel processo trasformativo e di ridefinizione, nell’appropriarci, da protagonisti, della vita, governandola, troviamo da una parte accesso ad una fonte inesauribile di forza e appagamento, dall’altra siamo assaliti dall’angoscia del fallimento, dalle insidie di questo viaggio avventuroso, dall’insorgere di nuove inquietudini. Il nostro incedere è soggetto ad una enantiodromia, tra il desiderio di raggiungere la meta e il timore di perdere il già esistente e il già conquistato.  

In questa meta – scrive Sartre (L’essere e il nulla, p. 77, Ed. Il Saggiatore) – «mi prevedo nel futuro, mi do appuntamento al di là di quest’ora, di questa giornata, di questo mese. L’angoscia è il timore di non trovarmi a questo appuntamento, di non volere più io stesso ritrovarmici».

 Perché la paura è quello stato emotivo in cui una minaccia definita ci assale, in cui ci troviamo in una posizione di passività di fronte a qualcosa di oggettivo; l’angoscia è esattamente l’opposto, l’angoscia è angoscia di fronte a me stesso, come pensava Kierkegaard. Nell’angoscia domina la nostra libertà non condizionata da una oggettività. «La vertigine è angoscia in quanto temo non di cadere nel precipizio, ma di gettarmici io stesso» (Sartre, L’essere e il nulla, p. 70, Ed. Il Saggiatore).

È il dubbio se possiamo “resistere”, il sospetto di non essere all’altezza della situazione, ma è per mezzo del nostro orrore che siamo trascinati verso l’avvenire. L’abisso suscita un’attrazione struggente, nell’abisso sosteniamo lo sguardo su di noi, sul nostro fine. «Per mezzo del mio orrore sono trascinato verso l’avvenire, e l’orrore si annulla in quanto costituisce l’avvenire come possibile» (Sartre, L’essere e il nulla, p. 73, Ed. Il Saggiatore).

Determinante la visione del futuro, di quanto ancora non è. «La vertigine dell’angoscia è l’espressone di un’impotenza del tutto peculiare: quella dell’io presente rispetto all’io futuro. L’io presente si sente già ora consegnato, esposto all’io futuro – quell’io che non solo decide autonomamente delle proprie sorti future, ma può anche rovesciare quelle passate» (Stefano Micali, Fenomenologia dell’angoscia, p. 115, Ed. Quodlibet).

Tremiamo, secondo Sartre, di essere annientati dall’io futuro. 

Rinunciare a questa angoscia significherebbe togliersi però la propria autenticità. Se rendessimo sovrano il nostro passato, ci condanneremmo ad una esistenza inautentica, rassegnandoci al già esistente

La nostra indeterminatezza, quell’essere tra finitudine e trascendenza, quel percorso di individuazione indefinitamente compiuto, sono quel certo grado di necessità nel nostro esistere, quella tensione insolente di divenire noi stessi, perdendo noi stessi. 

Ed in questo orizzonte di senso è esclusa ogni forma di determinismo, regna piuttosto la nostra assoluta libertà di poter sempre operare la scelta di dirigerci verso la nostra singolare eccellenza, che a noi appartiene, necessariamente e non accidentalmente. Ad astra te ipsum tolle… 

Allora, non togliamoci l’abisso della perdita, impariamo a sentirla l’angoscia perché: «… chi invece sentì l’angoscia nel modo giusto, ha imparato la cosa più alta» (Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia).


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