L’HOMO DIGITALIS E L’AMBIGUITÀ DEL SUO APPROCCIO AL REALE
Le riflessioni contenute in quest’articolo tentano di mettere a sistema il sostanzioso portato di due recenti saggi: la loro trama – se così la si può definire – è rappresentata dai guadagni dell’ultimo libro di Byung-Chul Han intitolato Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale1; il loro ordito – su cui ci si soffermerà con maggiore attenzione – consiste invece in quanto sviluppato da François-Xavier Bellamy in Dimora. Per sfuggire all’era del movimento perpetuo2. Si tratta di una coppia di lavori convergenti, concentrati sulla crisi del soggetto postmoderno e sulla sua tendenza a leggersi inconsciamente come passione inutile3; una crisi straripante, apparentemente inarrestabile, che negli ultimi tempi ha assunto e continua ad assumere una significativa accelerazione a causa della pervasiva quanto inedita affermazione del digitale, dimensione capace di soppiantare il paradigma analogico (composto da atomi e materia) e di sostituirlo con un quadro fatto di bit e algoritmi.
Nel suo interessante contributo, Byung-Chul Han ha gioco facile nel mostrare come tanti nostri contemporanei – almeno nei paesi più ricchi e industrializzati – siano portati a vedere il mondo virtualmente e a considerarlo come una pura somma di informazioni e di dati, come un mero ammasso di infomi, di nodi e di terminali dell’infosfera. Ebbene, ritenere che il reale sia soltanto questo vuol dire, per Han, autocondannarsi al negativo, giacché ignorare gli oggetti nella loro fisicità significa privarsi di ogni coordinata stabile e finire così schiacciati da una pesante forma di alienazione. Tramite il suo Dimora, François-Xavier Bellamy è, se possibile, ancor più lucido e radicale: attraverso la sua analisi, egli ci addita la scaturigine noetica dell’alienazione a cui Han accenna e ci mostra come essa promani da una visione riduzionistica della realtà, che concepisce l’intero come una congerie di elementi leggibili matematicamente e che valuta il numero come il mezzo imprescindibile per conoscere ciò che esiste in modo oggettivo e attendibile.
Se l’autore transalpino ha – come mi sembra – ragione, si può a buon diritto sostenere che l’approccio dell’homo digitalis alla realtà non si segnali, nonostante le apparenze, per nulla di nuovo. Esso non è altro che un’inconsapevole riproposizione – sia pure in salsa ipermoderna perché incernierata tecnologicamente alle potenzialità mirabolanti dell’IA e alla potenza senza limiti dei supercalcolatori – della maniera con cui vedono l’universo i figli e i nipoti della Rivoluzione scientifica ovvero gli epigoni tardo-seicenteschi e settecenteschi di Galileo e Cartesio; una maniera evidentemente fuorviata e fuorviante perché portata a fotografare soltanto l’esser mobile delle cose e la loro superficie, il loro esser soggette a fluttuazioni, aumenti e/o diminuizioni4, tralasciando l’essenziale.
«L’essenziale nel mondo reale – osserva Bellamy – è appunto ciò che è stabile: l’essenziale per un fiore non è l’avere dieci o dodici petali, è il fatto che un fiore sia un fiore e ciò non cambia a seconda del numero dei petali. (…) La consistenza dell’essere si sottrae al numero e si lascia cogliere, seppur imperfettamente, soltanto dal significato della parola. (…) I big data non coglieranno mai niente nel reale, se non ciò che è variabile e quindi epidermico. Quando si guarda un fiore, si possono contare tante cose tranne ciò che fa di esso un fiore, che consiste in ben altro che dieci o dodici petali
sommati a un gambo. Allo stesso modo la statistica potrà cogliere tutto degli uomini tranne il loro essere uomini»5.
Le affermazioni di Bellamy risultano molto interessanti: lungi dal voler mettere luddisticamente in discussione i vantaggi pratici che la rivoluzione digitale sta portando, egli pare volerci mettere in guardia dalla de-realizzazione del mondo che l’algoritmocrazia (ossia la sua indebita esaltazione sul piano socio/politico/culturale) reca con sé, coartando la libertà del soggetto umano, inibendo la sua autonomia e il suo potere di agire. Quanto lo scrittore francese nota nel merito pare davvero difficile da contestare:
«Nell’assimilare ai numeri la totalità dei fatti e delle cose, la digitalizzazione del mondo de-realizza la realtà, in quanto la realtà – dal latino res – è caratterizzata appunto dalla resistenza che essa oppone al mio pensiero e al mio agire. Nel sottoporlo ai numeri, la mathesis universalis priva l’intero universo di qualunque consistenza. Se la sua spinta giungerà a compimento, si avrà la strana impressione che il mondo non opponga alcuna resistenza, pur essendo inafferrabile, quasi fosse un elemento liquido dentro il quale la mano si muove senza ostacoli pur non potendo posarsi su nulla. Questo sarà il mondo nel quale vivremo una volta che lo si tradurrà in un mare di dati»6.
La situazione a cui Bellamy allude non è qualcosa di troppo lontano da noi o di remoto; è piuttosto qualcosa di tangibile e di chiaramente percepibile nella postura di tanti nostri simili ambiguamente convinti che le cose che ci vengono presentate digitalmente coincidano con le cose stesse e non siano, piuttosto, soltanto una loro vaga, quanto effimera rappresentazione. Ebbene, per evitare che la società precipiti nell’assenza di significato conseguente all’imporsi di una visione numerica del reale, occorre darsi da fare perché l’era digitale si riconcili col segno della parola, polarità che, sola, è in grado di esprimere il non-quantificabile dell’essere.
«In quanto segno della stabilità – nota ancora Bellamy – la parola non si lascia modificare da infinite variazioni, pena la perdita del proprio significato. Le parole hanno senz’altro una vita propria e può evolversi l’uso che se ne fa; ma, pur non essendo definitivamente fissate, risultano efficaci proprio perché la loro definizione rimane la stessa, quali che sino gli interlocutori o le circostanze. Ovviamente sono tante le parole di cui si cercherà per tutta la vita il significato più preciso; ma il fatto che noi cerchiamo tutti insieme il significato migliore di queste parole non vuol dire che questo cambi col passar del tempo, in base ai nostri errori e alle nostre incertezze. Se si prende la direzione sbagliata per raggiungere un certo porto, questo non significa che il porto a cui si punta si sposti»7.
Il messaggio di Bellamy – oltre che molto originale – è assai chiaro: egli ci dice che, se vogliamo affrancarci dall’alienazione originata, nell’era della digitalizzazione, dalla riduzione delle cose a numero, è necessario recuperare la consistenza delle parole. Mentre il numero – rendendo tutto misurabile – fa sì che ogni realtà possa essere sostituibile con un’altra e possa così risultare oggetto di una possibile compravendita, la parola esprime quanto vi è di singolare e di più prezioso in ogni ente, esprimendone l’insostituibilità. Nessun numero può esser capace di tradurre l’inestimabilità della vera realtà, solo la parola possiede, pur nella sua debolezza, questa prerogativa; solo la parola può restituire al mondo il suo senso, salvando – per amore di ciò che è profondo e stabile – le condizioni di un autentico progresso altrimenti impossibile, giacché quando viene negato qualsiasi punto fermo anche le leve più potenti non giovano a nulla.
Cfr. B. C. HAN, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Torino 2023.
Cfr. F. X. BELLAMY, Dimora. Per sfuggire all’era del movimento perpetuo, Itaca edizioni, Castel Bolognese 2019.
3 Cfr. J. P. SARTRE, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1972, p. 738.
Cfr. F. X. BELLAMY, Dimora. Per sfuggire all’era del movimento perpetuo, p. 206.
Ibi, p. 207.
6 Ibi, p. 208.
Ibi, p. 209-209.


Sono molto interessato alla presenza di Sartre in questo nuovo ambito dell’essere!
Ma mi riservo di leggere con calma prima di scrivere i miei dubbi e altro…
Convengo volentieri…