«Continuavo a credere che con un po’ di desiderio di verità,
con un po’ di coraggio si potesse eliminare ogni malinteso.
Chiamare vero ciò che è vero, e falso ciò che vero non è: il minimo, pensavo, ma avrebbe rafforzato la nostra battaglia molto meglio di qualsiasi menzogna o mezza verità».
C. Wolf, Cassandra
A Delfi, scrive Giorgio Colli ne La nascita della filosofia, si manifesta la vocazione dei Greci per la sapienza intesa come divinazione:
«Sapiente non è il ricco di esperienza, chi eccelle in abilità tecnica, in destrezza, in espedienti, come lo è invece per l’età omerica. Odisseo non è un sapiente. Sapiente è chi getta luce nell’oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l’ignoto, chi precisa l’incerto».
E la Pizia è la figura oracolare femminile più celebre della antica Grecia, una donna chiamata a farsi spazio per la manifestazione sonora della sapienza del dio. Il suo nome (ἡ Πυϑία) deriva da Pitone (πύϑων), il serpente o dragonessa, guardiana della fonte Castalia, uccisa da Apollo, sepolta e lasciata marcire (pýthēsthai) sotto l’omfalo delfico, una pietra a forma di uovo che probabilmente indicava il centro della terra.
Questo legame con la terra viene mantenuto anche nella rappresentazione della sacerdotessa che vaticina seduta su un tripode avvolta da fumi e vapori, fenomeni del mondo sotterraneo. La sua voce, come avviene per Cassandra o per le baccanti, non è espressione di colei che la produce, ma piuttosto medium di un altro soggetto, il divino Apollo, che si serve della Pizia per essere ascoltato.
Apollo è il dio simbolo di quest’occhio penetrante dalla natura intrinsecamente doppia, come lasciano supporre i due segni di riconoscimento con cui viene rappresentato, l’arco e la lira, a designare la coesistenza della azione ostile e benigna. Il segno del passaggio dal divino all’umano si manifesta nell’oscurità del responso che si svela come enigma. Lo ricorda Eraclito quando scrive:
«Il signore, cui appartiene l’oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna».
E ancora:
«La Sibilla con bocca folle dice, attraverso il dio, cose senza riso, né ornamento, né unguento».
Non abbellisce dunque la Pizia “con la bocca folle” il responso oracolare di Apollo, dio che freddamente colpisce da lontano, con arco e frecce.
La sfera della mantica viene espressa con precetti che non appartengono alla sfera raziocinante, al campo di un’unica necessità logica. Non a caso Eraclito definisce il tempo fanciullo che gioca.
Ne La morte della Pizia Friedrich Dürrenmatt riprende la valenza del caso; descrive una sacerdotessa vecchia, stanca «stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua incredulità dei Greci». La Pizia del racconto di Dürrenmatt non è uno strumento del divino ma una donna che, consapevole di quanto si aspettino da lei, vaticina dando responsi a casaccio per celia e che, nonostante ciò, viene ciecamente creduta.
La questione della verità come approssimazione è uno dei temi principali della narrazione: tutti mentono o si piegano a rappresentare alla svelta immaginari codificati per vivere meglio. L’illusione spinge gli uomini persino a lasciarsi opprimere, a restare solidamente fedeli:
«Ho riflettuto sugli esseri umani e li ho interrogati prima di sottoporre ad essi il mio enigma e farli sbranare dalle mie leonesse» rispose la Sfinge. «Mi interessava sapere come mai gli uomini si lascino opprimere: per amore del quieto vivere, ho concluso, che spesso li induce addirittura a inventarsi le teorie più assurde per sentirsi in sintonia con i loro oppressori».
La Pizia di Dürrenmatt va verso la morte in compagnia del veggente Tiresia confessando il fallimento della ragionevolezza a favore della fantasia, del capriccio, dell’insolenza beffarda verso l’ordine prestabilito delle cose. Da questa prospettiva diventa emblema della sfida e della creatività del caos che permette di trovare connessioni inaspettate.
C’è un quadro di Franz Von Stuck alla Galleria d’arte moderna di Palermo che raffigura una donna e un serpente. Entrambi, complici, guardano davanti a loro con sfida. Non hanno paura dello sguardo degli spettatori, l’uno accanto all’altro creano una congiunzione perfetta. Il quadro è intitolato Il peccato (1893), con allusione alla vicenda biblica in cui la donna e il serpente sono considerati colpevoli di aver stretto una alleanza peccaminosa che caccerà gli uomini dal paradiso. Tuttavia l’immagine fa venire in mente, più che il peccato, l’audacia di essere ciò che si é, il coraggio del conosci te stesso dell’oracolo delfico. Ecco che la Pizia, dopo avere recuperato il culto arcaico e sotterraneo del luogo delfico, potrebbe apparirci, accanto al serpente, con questo volto e questo sguardo.
Il nesso sguardo-cecità è centrale anche nel racconto che Christa Wolf fa della sua celebre Cassandra dove il verbo vedere (“sehen”) ricorre ripetutamente: «La vidi subito. Lei, la prigioniera, mi imprigionò […] si impadronì di me. Credetti a ogni sua parola. […]. Tremila anni – dissolti». A Wolf interessa, attraverso la figura di questa profetessa inascoltata, erede in un certo qual modo della Pizia, cogliere il punto cruciale, alla nascita della nostra cultura, in cui è cominciata quell’alienazione che conduce vicino all’autodistruzione, il momento in cui, con l’avvento della società patriarcale e gerarchica, l’espressione letteraria femminile sembra sparire per millenni.
Uno dei testi più originali e innovativi del femminismo italiano La mela e il serpente. Autoanalisi di una donna (1974) di Armanda Guiducci, poetessa, giornalista e filosofa, si muove su diversi registri e tematizza la questione dello sguardo delle donne fino ad affermare che «e gli uomini sono stati costretti, tutti, a diventare dei voyeur, si dà il paradosso che la donna è stata costretta a diventare il voyeur di se stessa».
Nell’ottica di Guiducci è arrivato il momento, per le donne, di riappropriarsi senza filtri della storia e del lavoro, del corpo e del desiderio e di rappresentarsi al di fuori di ogni mitologia mistica e rassegnata per celebrare le trasformazioni del corpo femminile: «liberandosi da tutti i miti che l’hanno segregata e fondata, da tutti i misticismi di compenso, dal suo corpo nuovo la donna, chissà, inventerà qualcosa».
È possibile che, dopo aver abbandonato il tripode e i fumi e vapori che l’avvolgevano, la nostra Pizia provi a giocare con una verità lieve, in trasformazione.
«Me stessa non ha immagine» scrive Carla Lonzi, ovvero è «come lo strappo dato da un cane al guinzaglio in una qualche direzione».
Uno strappo che inaugura nuovi modi di stare al mondo senza distruttivi vincoli cristallizzati circolando con «lo splendore casuale delle meduse»:
«Una trasformazione permanente. Inarrestabile. Irreversibile. È un pianeta dinamico. Per quanto si aspiri alla perfezione non è prevista. Non c’è alcun progresso. Un errore logico, il progresso. Tutto è imperfetto, ma non senza speranza. […] Come diceva sempre Hans: alla fine è il tempo di avere ragione, non le previsioni» (Judith Schalansky, Lo splendore casuale delle meduse, nottetempo, p.250).

