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La visione in un punto

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Padre Pietro Antonio Viola
Padre Pietro Antonio Viola
Padre Dehoniano, Pietro Antonio Viola vive nella comunità di Villazzano (Trento). Si occupa in particolare di Pastorale universitaria e insegna all'Istituto di Scienze Religiose Romano Guardini di Trento.

L’invenzione rinascimentale di ricondurre la visione e di conseguenza la rappresentazione del visibile ad una scala che si fonda su linee che conducono ad un unico punto di fuga, ha rappresentato una vera e propria rivoluzione. Rivoluzione che ha inciso in maniera indelebile sul modo di leggere e conoscere la realtà, fornendo gli strumenti per descrivere il mondo ma allo stesso tempo anche quelli per modificarlo. Evidentemente il mondo non esiste come abbiamo imparato a vederlo raccontato dalla tradizione d’immagine che è nata e sviluppata dalla convenzione di accettare la prospettiva con un unico punto di fuga: se facciamo nostra l’ormai classica definizione di Panofsky che parla della prospettiva come forma simbolica, allora dobbiamo accettare che l’invenzione di Brunelleschi rappresenti un modo di connettere realtà e idea, per usare termini platonici, un modo pratico e geniale per mettere ordine alle cose e tenerle sotto controllo.

Si vuole arrivare a dire che attraverso l’uomo e il suo modo di vedere la creazione, è possibile individuare un punto di contatto che unifica Dio e le sue creature: in quel punto di fuga, simbolicamente, l’uomo rappresenta quell’abilità che lo caratterizza nel suo essere al centro del progetto creativo di Dio: la facoltà di mettere ordine.

Il fatto che ancora oggi, nella convinzione della gente comune che si approccia alle opere d’arte, le immagini che meglio incontrano la sensibilità estetica siano quelle costruite secondo la prospettiva che potremmo ormai definire classica, la dice lunga sul successo della fondamentale rivoluzione culturale di cui stiamo scrivendo.

Eppure le cose non sono così lineari: quella che molti giudicano una delle forme evidenti dell’affermarsi della modernità, per altri rappresenta invece l’esito finale e più alto di un percorso tipicamente medievale. In cosa si differenziano queste prospettive di lettura?

Nel primo caso, chi legge nel sistema visivo affermatosi nel corso della modernità uno strumento di imposizione dell’uomo sulla realtà, vede partire anche da qui una serie di conseguenze che accompagnano la definizione identitaria dell’Occidente moderno: ridurre tutto a un punto vuol dire affermare la propria volontà di potenza, vuol dire catalogare, ordinare, definire, mettersi al centro e ricondurre tutto a sé, se necessario anche in maniera violenta e impositiva.

Nel secondo caso, la visione che si conclude in un punto, rappresenterebbe l’esito necessario per dare una struttura al sistema di ricerca tipica del pensiero medievale: come l’arco necessita di una pietra che lo concluda e gli permetta di sostenersi, così la concezione del mondo ha bisogno di essere sostenuta da un punto di sintesi perché possa essere affidabile. Il mondo descritto da diversi punti di vista, come ad esempio nell’arte fiamminga, diventa alla lunga ingovernabile anche se più veritiero, e di conseguenza percepito come espressione e frutto del caso.

L’arte contemporanea ha abbandonato da tempo questa discussione, trovandosi spesso a dialogare con una realtà sfuggente che non cerca punti di sintesi e che difficilmente può essere descritta nella sua complessità.

Se gli artisti medievali usavano diversi punti di fuga, per restituirci la ricchezza del mondo creato e quelli della modernità hanno scelto di costruire le proprie immagini, trovando una straordinaria sintesi nell’uso della prospettiva, per offrirci la loro visione di un mondo che può essere indagato e raccontato, l’artista contemporaneo ritorna a vivere il punto come unità di misura dell’istante, del sentire, del vivere. L’arte del Novecento racconta la parabola di questo scacco dove il punto spesso non può più essere letto né come inizio, né come conclusione di qualcosa, ma neppure come unità costitutiva di un insieme più ampio. Il punto può essere solo attraversato, sia esso unità di tempo o realtà dello spazio, realtà inafferrabile dunque come la vita stessa. Sta di fatto, però, che ci sembra di poter concludere con una serie di domande che troviamo pertinenti ma a cui qui non sappiamo rispondere. Lo sforzo dei grandi umanisti del Quattrocento e di un artista poliedrico come Brunelleschi e di chi ne ha sviluppato la ricerca, è stato davvero capito e preso sul serio? Quel fissare un unico punto di fuga attorno a cui costruire una visione e la lettura della realtà, è stato capito davvero dalla modernità o è stato semplicemente utilizzato e piegato a logiche differenti? L’idea di un punto di fuga come realtà simbolica che possa rappresentare la sintesi della conoscenza, ma allo stesso tempo il bisogno di incontrare altro da sé che apra a nuove conoscenze è ancora efficace? Ha esaurito la sua potenza evocatrice e profondamente spirituale?

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