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Nel punto. Perdersi per ritrovarsi

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Lavinia Mainardi
Lavinia Mainardi
Laureata in filosofia con una tesi in estetica nell'anno 1994 presso l'Università degli studi di Bologna, Lavinia è una curiosa, ambientalista, studiosa di estetica e di filosofia del paesaggio, semiotica, iconologia, iconografia e visual studies

«Nella tradizione mistica» scrive Edoardo Camurri in La vita che brucia, appena uscito per i tipi di Timeo, una tagliente narrazione filosofica sub specie atmosferica della giornata scandita dai suoi passaggi di un io gettato nella sofferenza del mondo «il punto – segno originario, primo grado dell’espressione, minimo comun denominatore di ogni figura e di ogni pensiero, oggetto mentale privo di estensione – viene sovente rappresentato con un foro in un foglio. Un buco: non-immagine per eccellenza, negazione assoluta, scandalo di ogni rappresentare. Questo per dire: se il cerchio dà conto della rappresentazione in cui viviamo, il punto che lo rende possibile e che consente di disegnarlo è Qualcosa che sfugge alla logica della rappresentazione stessa. Buca le immagini di cui è fatta la rappresentazione. Ecco perché disegnare un cerchio non è mai stato un gesto innocente e senza conseguenze. Ora prendi un compasso; quel centro che è il punto a partire dal quale ricavi la circonferenza è un piccolo buco che sprofonda nel tessuto dell’essere. Quello che hai appena fatto è l’espressione precisa e – perdona l’ironia – acuminata della nostra condizione esistenziale. Lo puoi vedere: il punto, il foro, è ciò che muore e che scompare, è l’abisso da cui emerge il ricordo; è quella rasoiata sulla carta che rende possibile e manifesta la realtà che conosci. Il cerchio che hai tracciato è il sangue sgorgato dalla ferita di quel centro che non puoi figurarti se non per mezzo del dolore e della sofferenza che si irraggiano nel perimetro di ogni dove».

La dialettica fra punto e cerchio nasce dunque da una duplice ferita generativa, opera di un

compasso, strumento pregno di simbologie e dispositivo euristico, che con una punta perfora, solca e penetra, fissando un centro, con l’altra traccia incidendo e segnando per creare la forma perfetta. In fondo due cicatrici.

L’Umanesimo tradisce il mistero di questa ferita, andando ad abitare l’interno della circonferenza, dandole una rappresentazione in cui la superficie, colonizzata dalla misurabilità dell’ordine geometrico, nasconde il foro, il punto-stigma, la ferita originaria, con una rappresentazione antropocentrica di ottimistico dominio. «La misura – sostiene Federico Campagna in Magia e tecnica, contrapposizione fra le due ontologie con cui possiamo esperire il mondo, rizomatica, nutrita di corrispondenze e influenze, in cui l’esistenza è mistero, partecipazione, rituale quella magica che è pratica di resistenza metastorica, separata, controllabile, unidirezionale, finalizzata all’efficienza e al progresso quella tecnica, la cui crisi cognitiva è il nostro orizzonte di situazione – può essere considerata come il centro geometrico della forma che la tecnica impone al mondo – così che il mondo divenga il suo mondo».

Emblema ne è L’uomo Vitruviano di Leonardo, un corpo umano che assurge a misura del cosmo intero.

«All’inizio di tutto vi è Lui – afferma Rosi Braidotti in Il Postumano – l’ideale classico dell’Uomo, individuato dapprima da Protagora come la “misura di tutte le cose”, poi innalzato dal Rinascimento italiano a livello di modello universale, rappresentato da Leonardo da Vinci nell’Uomo Vitruviano. Un ideale di perfezione corporea che, in linea con il detto classico mens sana in corpore sano, evolve verso una serie di valori intellettuali, discorsivi e spirituali. Insieme, fondano una precisa concezione di cosa dell’umanità sia umano. Inoltre, asseriscono con incrollabile sicurezza la pressoché sconfinata capacità umana di perseguire la perfezione individuale e collettiva. Quell’immagine iconica è il simbolo della dottrina dell’Umanesimo, che interpreta il potenziamento delle capacità umane biologiche, razionali e morali alla luce del concetto di progresso razionale, orientato teleologicamente. La fede nei poteri unici, autoregolatori e intrinsecamente morali della ragione umana rappresenta parte integrante di questa dottrina ultra-umanista».

Un modello “ottico geometrico”– paradigmaticamente sintetizzato nella prospettiva lineare – forma simbolica come la definì Panofsky dell’antropocentrismo, che esilia il punto trasformandolo in fuga: da foro che perfora a orizzonte che fugge sulla superficie verso un lontanissimo infinito e in cui il punto-abisso si neutralizza in linee convergenti, che per Karen Barad ha appunto storicamente dato alla rappresentazione la funzione di lente che media, distanzia e separa il mondo e il soggetto che lo esperisce, spezzando l’intra-azione che avrebbero potuto essere.

Un Ultra-Umanesimo che, dopo essersi fatto dualismo irriducibile con Cartesio, relegando il mondo che vive, la res extensa, a mera calcolabilità, trova con l’Illuminismo la sua apoteosi, fino a raggiungere il suo apice e principio di crisi con la Fenomenologia di Hegel, rifiuta l’abisso che il compasso ha aperto con la sua punta, costringendo la visione occidentale a ritrovare nelle filosofie successive alla rivoluzione del ’68, nella filosofia di Foucault, nei pensatori radicali del poststrutturalismo, nel femminismo, nelle istanze decoloniali e anti liberiste, nell’antispecismo, le macchine per sradicare la solida presunzione antropocentrica.

«La mia posizione – continua Braidotti – è a favore della complessità e promuove la soggettività radicale postumana, fondandosi sull’idea di divenire» e di conseguenza «l’attenzione si sposta dalla soggettività unitaria a quella nomade», in «un profondo sentimento di interconnessione tra il sé e gli altri, inclusi i non umani e gli altri della terra attraverso la rimozione dell’ostacolo rappresentato dall’individualista autocentrato».

«Che si tratti di assemblaggi intra-attivi, prospettive vitaliste o degli iper-oggetti terrestri – scrive Ilaria Santoemma – il compito di un materialismo “nuovo” è appunto quello di superare l’orizzonte della razionalità moderna occidentale, figlia delle svolte epistemo-scientifiche del cartesianesimo e della fisica classica newtoniana. I limiti ereditati da queste tradizioni si rintracciano nel riduzionismo ontologico che derubrica la materia a superficie oggettivamente individuabile, fondamentalmente inerte, perciò malleabile».

Per liberare il punto-ferita, svelandolo dalla superficie della rappresentazione, non serve soltanto un logos con cui scardinare dualismi, oppressioni e gerarchie, occorre esperire la sapienza oracolare, l’entusiasmo gnoseologico, lo stupore infantile che paralizza e dischiude, la conoscenza estatica, quasi per folgorazione e fusione con la realtà, quella costellazione di visioni e sapienze evocata in primis dalla filologia filosofica di Giorgio Colli.

Ed è Empedocle fra tutti i sapienti che sceglie di gettarsi nel punto originario, nel foro, la bocca dell’Etna, in cui il magma è materia indifferenziata alla massima potenza.

Materia vibrante, direbbe Jane Bennett, vitalità che il neomaterialismo vede attraversare tutti gli enti con la sua agency, organici ed inorganici, umani e non-umani con profonde implicazioni ontologiche.

Una materia che Empedocle vede sospinta da amore ed Odio in una metamorfosi incessante.

Anche per questo è un mistico, daimon incarnato, per il quale l’anima e il mondo sono una cosa sola, così come lo spirito e la materia. Secondo Colli «tiene un duplice atteggiamento nel guardare la realtà, uno soggettivo ed uno oggettivo, o per dir meglio, uno poetico ed uno scientifico. Queste due posizioni sono per lui complementari».

Ma soprattutto con la radicalità del suo gesto diventa parte attiva della trasformazione elevata a ontologia. «Empedocle fu un poeta e un mago», ci ricorda Silvia Ronchey, «era stato del resto già ragazzo e ragazza, albero, uccello, pesce muto che guizza dal mare. Secondo Empedocle i capelli, le foglie, e le piume degli uccelli sono un’unica cosa. Per le cose mortali non c’è nascita né fine che le distrugga, ma solo mescolanza e quella separazione di cose mescolate che dagli umani è chiamata nascita. Acqua, aria, terra e fuoco sono in sé stessi uguali e eterni, ma si aggregano e coagulano in composti mutevoli, come il caglio fissa e lega il bianco latte. Tuti gli esseri rinascono continuamente in una diversa forma e non esiste il niente, non sarà mai vuota l’eternità infinita». Come non evocare le ontologie processuali di Donna Haraway, la simpoiesi, per cui è negata l’esistenza individuale a favore di intrecci, sconfinamenti, pluralità in aggregazione e disgregazione continua, quella materia desiderante che è al contempo geologia e sostanza a noi contemporanea.

Empedocle – cyborg ante litteram – si mescola all’inorganico in un gesto di intensificazione vitalistica. Una provocazione che ricorda quanto nel suo gesto tutto si allontani dall’innocenza e dalla ricerca di un’origine umana inorganica o divina che sia, ma sperimenti una permanente ibridazione metamorfica.

«Potenze sconvolgenti sono penetrate in te – scrive Camurri – mandando in frantumi la tua identità».

«Se pensiamo la vita – scrive Emanuele Dattilo in Il dio sensibile, una densa ricognizione sul panteismo e il rapporto fra mente e materia – come proprietà intrinseca e continua della materia, ciò vorrà dire che ogni forma sarà, in realtà, abito e metamorfosi. Tra pianta uomo e animale dovremo riconoscere diversità soltanto di grado e di modo, una differenza nella materia, e non di forma logica e ontologica. Non esistono piante, animali o uomini, ma esiste una sola potenza della materia – la vita – che diventa pianta, animale o uomo. Una potenza che tutti noi continuamente intercettiamo, in cui tutti siamo e viviamo».

Empedocle diventa quindi figura di una conoscenza, quella estatica, a noi ormai quasi sconosciuta se non in certe esperienze e trance, in certi illuminismi psichedelici. Una conoscenza – afferma Angelo Tonelli in Negli abissi luminosi. Sciamanesimo trance ed estasi nella Grecia antica – che è «il distillato sapienzale di esperienze – e non percorsi intellettuali – sciamaniche, meditative, contemplative che coinvolgono sangue e sentire, pensiero ed emozione dilatando i confini dell’organismo psicocorporeo ed egoico (il luogo del principium individuationis) fino a traboccare – nella trance dionisiaca, nell’ékstasis apollinea – in un Oltre che è interiorità profonda del singolo che si rovescia in profonda cosmicità del medesimo: coscienza oceanica, luogo in cui il singolo coincide con l’Uno».

Non a caso fu la morte di Pan, sostiene James Hillman, divinità che, come «un etere avviluppava invisibile tutte le cose naturali di significato personale e lucentezza» a permettere alle pietre di tornare ad essere soltanto pietre, gli alberi semplici alberi, perché, «quando Pan è vivo allora anche la natura lo è».

«Non c’è contrapposizione tra il vivente e il non vivente – ribadisce Emanuele Coccia in

Metamorfosi, riflessione sulla vita come processo in perenne fieri, in cui Ovidio dialoga con

l’angeologia medievale e la lezione averroistica, l’intelletto agente come atmosfera intellegibile in cui tutti sono immersi. «Ogni essere è in un rapporto di continuità con il non vivente, ma ne è il prolungamento, la metamorfosi, l’espressione più estrema. La vita è sempre reincarnazione del non vivente, un bricolage del minerale, un carnevale della sostanza tellurica di un pianeta – Gaia, la Terra – che moltiplica in continuazione i suoi volti e i suoi modi di essere nella più piccola porzione del suo corpo eterogeneo ed eteroclito».

Siamo fatti degli stessi atomi del mantello della Terra sembra ricordarci Coccia.

«Sei il fiume di lava – continua Camurri – non sei ciò che ci galleggia dentro e vi è trasportato».

Ma è una comprensione che ci sfugge tutte le volte che ci allontaniamo dal punto, dal foro che ci connette alla vita che arde, si illumina, trabocca, distratti dal nostro ego affamato di salvezza.

«Per qualsiasi essere vivente, la vita è inizialmente lo stato normale. Con fatica e per vie tortuose, che potrebbero anche passare da Eleusi – ammonisce Roberto Calasso ne Il Cacciatore Celeste – si arriva a cogliere che la vita è uno stato di eccezione, come anche la morte, che l’accompagna.

Normale, in quanto prevalente, è la non-vita, l’inanimato, la “pietra che non ride”. Questo testimonia il cosmo e anche la costituzione della materia, che ignora, salvo in un suo minuscolo frammento, l’eventualità della vita».

La Grecia si volge ad Oriente. Calasso cartografa la dimensione archetipa, sacra della genealogia mitica, la sapienza sciamanica esperita nelle steppe di Tracia e Scizia, quella d’Egitto con le sue divinità che intrecciano umano, animale e divino.

Ma è l’ibrido originario il ganglio, il nodo in cui l’indifferenziato s’intensifica. Anticipando la separazione fra cosmo, animale, divino, umano, si genera il campo di forze in cui intra-agiscono incessantemente, negoziando i loro confini, organico e inorganico, cacciatore e preda, umano e naturale. È il tempo che precede il mito. Atteone, Orione e Artemide compiono con la loro metamorfosi un atto generativo, il loro sacrificio è ferita e creazione simpoietica.

Uno stato di eccezione che permise al “greco antico nutrito in terra cristiana” – così lo definì Giorgio Colli – Friedrich Hölderlin, di riaffacciarsi ai bordi dell’Etna. La morte di Empedocle è una tragedia incompiuta in cui scrittore e protagonista a volte si sovrappongono. Non sporcato dall’ ideale della “nobile semplicità e quieta grandezza” che contaminò il primo Nietzsche filologo, Hölderlin seppe trarre dal romanticismo il lato più eversivo e rivoluzionario e lo usò per approcciarsi alla grecità. Se per Schiller e la scuola di Jena scissione e dilacerazione si ricomponevano in armonia attraverso un’educazione estetica di stampo classicista, Hölderlin trasmise a Nietzsche, che in gioventù tentò di emularlo con la stesura di una tragedia incentrata proprio sulla figura di Empedocle, l’idea che i fondamenti abissali ed oscuri della Weltanschauung greca dovessero ricercarsi nella riscoperta della cosiddetta filosofia presocratica.

Come aveva intuito Remo Bodei «quanto più le scissioni sono radicali dolorose e incomponibili tanto più intensamente si manifesta in esse l’unitezza con il tutto che vive».

Ma se in Hölderlin il sapiente agrigentino incarna il desiderio di esprimere l’inesprimibile, dire l’ignoto, comprendere il nefas, conciliare organico e aorgico, di svelare con un atto di hybris il

segreto della natura finendo per sprofondarvi, per il Nietzsche della Filosofia tragica nell’epoca dei greci Empedocle è Dioniso che accetta la vita nella sua interezza, sospinto da un amore profondo per il tutto. Un tutto in cui ciò che è si lega indissolubilmente alla morte, la generazione alla disgregazione in un desiderio attivo per il vivente.

Una prospettiva che arriva al giovane Nietzsche dagli Heidelberger Romantiker, Creuzer, Bachofen, Görres,i primi a disvelare il lato oscuro, ctonio, sotterraneo, entusiastico ed estatico della grecità, quegli elementi sovrabbondanti, traboccanti di perdita ed annullamento dell’individualità, di dismisura e profondità connessi ad una percezione naturans della natura, che, privilegiando l’elemento simbolico e mitico, gli aspetti sacrali e misterici, tradiscono la sua matrice orientale.

«A mezzogiorno gli dèi ti hanno fatto visita, si sono messi a danzare dentro di te – evoca il

protagonista de La vita che brucia – si sono fatti spazio, e tu sei stato semplicemente lo sfondo del loro spettacolo».

Avvicinando Dioniso a Śiva, ne Il Dio che danza, in cui la trance da possessione diviene strumento di indagine filosofica, Paolo Pecere scrive: «le forme della realtà sono una danza del sé interiore, in cui il sé si perde e da cui infine si risveglia per scoprire, con stupore di appartenere al tutto» e aggiunge «questa concezione mistica della natura somiglia al panteismo della filosofia romantica. In modi diversi, e richiamandosi simbolicamente a due divinità affini, pensatori indiani e filosofi europei hanno concepito un’identità tra io e natura, lanciando una sfida al razionalismo della civiltà urbana e cercando una nuova forma di religiosità. Un nesso storico tra queste concezioni c’è: la riscoperta dell’India e la riscoperta di Dioniso si intrecciano nel pensiero di tanti poeti e pensatori del XIX secolo, da Schlegel a Schelling a Schopenhauer a Nietzsche. Dioniso è il dio che è fatto a pezzi e si ricompone, simboleggiando il distacco dell’individuo dalla natura e il suo successivo ricongiungersi con la totalità mediante una rinascita spirituale, per cui tutto è Dioniso. Affidandosi allo spirito dionisiaco, sostiene Nietzsche, si sperimenta la gioia per l’annientamento dell’individuo …per brevi attimi siamo veramente l’essere primigenio stesso e ne sentiamo l’indomabile brama di esistere e piacere di esistere. Il senso del dionisiaco è un impulso verso l’Unità, un dilagare al di fuori della persona, della vita quotidiana, della società, della realtà, che si realizza con l’estasi e il furore».

Con i suoi Void, sorta di ossimorico potenziamento metafisico della materia attraverso l’assenza, e l’installazione Descension, anticipata da Descent into Limbo, Anish Kapoor – artista a nato a Bombay nel 1954, trasferitosi a Londra negli anni Settanta, città in cui ha lavorato con opere di grande impatto proprio sui temi del vuoto e della percezione – opera una radicalizzazione estetica della lacerazione della punta che fora la superficie.

Attraverso una metamorfosi al limite dell’alchemico, acque scure bachelardiane evocano profondità di caverne, con tutte le implicazioni filosofiche di quegli spazi, divorano cosmicamente la luce come assorbita in un buco nero. «Sono sempre stato interessato al vuoto – afferma Kapoor –, è il momento creativo in cui ogni cosa è possibile e niente è ancora accaduto. Il vuoto è quel tempo che precede la creazione in cui tutto è possibile».

Attraverso il Vantablack – materiale sintetico composto da nanotubi di carbonio verticalmente allineati, capace di assorbire fino al 99,965% delle radiazioni visibili – Kapoor realizza superfici così profonde da sembrare fori infiniti, capaci di inghiottire lo sguardo.

Il punto non fugge più come nella prospettiva rinascimentale, ma implode trascinando nel suo vortice chi lo osserva. Non si allontana, ma divora lo spazio, senza misurarlo, ma confonde, cancellando con una fruizione intra-attiva, l’illusione di una tridimensionalità dominata dallo sguardo antropocentrico.

Se la mistica medievale conosceva già questo vuoto traboccante, la tenebra luminosa, l’estasi per sottrazione, i void diventano dispositivo che riporta alla visibilità l’irrappresentabile, in un’implosione che è già potenziale esplosione, rendendo manifesto il collasso dei paradigmi della modernità e la necessità di approcci altri. Il punto, il non-luogo euclideo ora è solo pura apertura verso potenzialità tutte da esperire.

Occorre farsi materia, restituendole la sua pulsante vitalità, sperimentare l’indifferenziazione, annullarsi nel magma, farsi assorbire dal Vantablack, trascendere il principium individuationis nell’estasi meridiana, conoscere la metamorfosi, essere albero, pesce, uccello e pietra, entrare nelle trame della magia per uscire nel mondo reincantati.

«Il mondo è stupendo e rigoglioso – ammonisce Edoardo Camurri a chiusura de La vita che brucia – non annientarlo nelle tue paure, non distruggerlo con il tuo goffo protagonismo, con la tua tristezza, con la tua pretesa di avere ragione, con le tue aspettative. Non hai tempo per i pensieri. Diventa libero, fluido, imprevedibile».

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