«Questo libro riguarda un unico problema: come combinare la prospettiva di una persona particolare all’interno del mondo con un punto di vista oggettivo su questo stesso mondo, che includa la persona e il suo punto di vista. Si tratta di un problema cui si trova di fronte ogni creatura con l’impulso e la capacità di trascendere il suo particolare punto di vista e di farsi un’idea del mondo come un tutto. […] La difficoltà di riconciliare le due prospettive sorge nella condotta di vita così come nella riflessione. È la questione più fondamentale per quanto riguarda la moralità, la conoscenza alla libertà in sé e la relazione della mente con il mondo fisico. La nostra risposta, o assenza di risposta a esso determinerà in modo sostanziale la nostra concezione del mondo e di noi stessi, e il nostro atteggiamento verso la nostra vita, le nostre azioni e le nostre relazioni con gli altri». [Thomas Nagel, Lo sguardo da nessun luogo, a cura di Salvatore Veca, Mimesis, 1986]
Thomas Nagel apre il suo celebre The view from nowhere ponendo una domanda che attraversa l’intera filosofia occidentale: come si possono tenere insieme il punto di vista soggettivo e quello oggettivo sul mondo?
Nasciamo immersi in una prospettiva che è irriducibilmente soggettiva ed interna: viviamo il mondo dal centro della nostra esperienza, come soggetti incarnati. Eppure, proprio perché siamo esseri razionali e relazionali, siamo anche capaci di trascendere quel centro, di guardarci “da fuori”, di costruire un punto di vista più ampio, che si pretende neutro, universale, oggettivo. Questo è ciò che Nagel chiama «sguardo da nessun luogo», un «metodo di conoscenza» che ci consente artificiosamente benché concretamente di trascendere la contingenza del nostro essere soggettivamente collocati in un qui ed ora individuante ed individuale. Non possiamo d’altronde eliminare completamente la nostra prospettiva fisica ed esistenziale: ogni pensiero, ogni azione, ogni giudizio nasce da un corpo, da una storia, da un contesto.
La domanda centrale che Nagel pone è come sia possibile coniugare il dato di fatto di una vita vissuta in presa diretta dal nostro punto di vista soggettivo – connaturato al nostro essere fisicamente umani – con la necessità di individuare un punto di vista comune che trascenda la nostra soggettività e valga intersoggettivamente – che chiamiamo oggettività.
Quando parliamo di soggettività, intendiamo ciò che è vissuto in prima persona: l’esperienza corporea, emotiva e storica dell’individuo, il punto di vista irriducibilmente situato per ciascuno di noi. Non possiamo uscire completamente dalla soggettività, perché tutto ciò che percepiamo e pensiamo è filtrato dal nostro stare al mondo, esserci in presenza. L’oggettività, d’altro canto, ambisce a superare l’individuale coordinata spazio-temporale: è la prospettiva della scienza, della descrizione impersonale, dell’osservatore neutrale. Ce lo insegna la prima lezione di fisica tradizionale: il corpo in movimento può essere ridotto a punto nello spazio, privato di contesto e di identità – e così noi lo guardiamo.
Il punto è che l’oggettività ci è necessaria: senza di essa rischieremmo di cadere nel solipsismo e nel narcisismo contemporaneo, dove ogni esperienza diventa privata e incomunicabile. Nagel stesso, in un estremo della sua trattazione, si trova a fare i conti con la nota domanda: «Se fossimo null’altro che un cervello immerso in una vasca?». Tralasciando la fortuna di questa provocazione e la sua ampia smentita scientifica (per citare soltanto uno dei valevoli contributi, cfr. Morelli, Gallese, Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, Raffaello Cortina, 2024), dobbiamo osservare che un punto di vista così costruito, come view from nowhere, rappresenta un’esperienza di oggettività che non è pura, poiché sempre mediata da soggetti che scelgono cosa osservare, come misurarlo e quali criteri applicare. Un’oggettività figlia di un gesto soggettivo di delega del proprio punto di vista ad un punto astratto e convalidato da un’adesione volontaria a sua volta soggettiva: scegliamo che il nostro punto di vista soggettivo sia quello oggettivo. In questo senso, l’oggettività non annulla la soggettività, ma la trasforma, la eleva e la rende partecipante a uno spazio più vasto. È una forma di trascendimento, giammai di cancellazione.
Se consideriamo soggettivo e oggettivo come assoluti, rischiamo però due derive pericolose. Possiamo rifugiarci nella soggettività pura, in cui ogni esperienza è chiusa in sé stessa, rendendo la comunicazione fragile e la moralità incapace di fondarsi su qualcosa di condiviso. Oppure possiamo aderire all’oggettività assoluta, come se esistesse una visione perfetta e neutra che valga per tutti, correndo il rischio di tecnicismo, astrattezza morale e alienazione dall’esperienza concreta. Nagel ci invita a riconoscere la tensione tra i due poli, ma forse non sviluppa sufficientemente la possibilità di un terzo registro interpretativo: quello dell’altro.
Entrare nel mondo dell’altro, assumere il suo punto di vista, non significa abbandonare la propria soggettività, ma metterla in confronto e in tensione. Solo in questa relazione emergono forme di comprensione che non possono ridursi né alla pura soggettività né alla mera oggettività (cfr. il contributo levinassiano di Fedrigotti sul presente numero di Passion&Linguaggi).
A livello esistenziale, questa riflessione diventa ancora più pressante e tocca nel vivo la postura che assumiamo di fronte al nostro essere nel mondo. Assumere esclusivamente il proprio punto di vista significa ridurre il mondo a un oggetto esterno, mentre rinunciare alla propria soggettività per aderire a un’oggettività astratta comporta il rischio di smarrirsi. Abitare il mondo abbracciando empaticamente molti punti di vista significa piuttosto riconoscere la propria posizione e contemporaneamente aprirsi all’altro: provare a vedere le cose come l’altro le vede, senza perdere la propria singolarità, ma ampliandola. Questo movimento richiede vulnerabilità, confronto e capacità di relativizzare il proprio sguardo, ed è in questa tensione che si gioca la dimensione più autenticamente umana dell’esperienza.
Non si tratta di un gesto buonista o un atto moralmente raccomandabile, quanto piuttosto di un’indagine teoretica che inquadra una prospettiva esistenziale. Fanno parte di essa alcune domande fondamentali: può esistere davvero un punto di vista “di nessuno”? Quanto pesa la soggettività incarnata nella costruzione di un’oggettività condivisibile? Quando ci si apre al punto di vista dell’altro, fino a che punto la nostra singolarità si trasforma? La molteplicità di punti di vista può generare una visione oggettiva, o produce soltanto una convivenza di soggettività diverse senza convergere mai in un principio unico?
La risposta alla tensione delineata da Nagel non è uno sguardo da nessun luogo, ma muta in uno sguardo da molti luoghi: un punto di vista molteplice che mantiene insieme singolarità e reciprocità, limiti e aspirazione all’oggettività. L’oggettività non annulla la soggettività, ma ne costituisce la forma più matura, riconoscendo i limiti del proprio sguardo e aprendoli al confronto. Un et-et di contro alla prospettiva di un aut-aut. L’empatia non è evasione dal sé, ma ampliamento della soggettività nella relazione. La conoscenza non è semplice descrizione, ma partecipazione a un mondo condiviso, aprendo alle implicazioni etiche di una costruzione di una convivenza responsabile perché nostra nel mondo e non anonima da nessun luogo.

