Pensieri in libertà su politica, narcisismo, solipsismo.
1. Che la politica richieda una buona dose di autostima, e una punta di vanità, pare ovvio. Alzarsi in piedi in assemblea, prendere la parola in pubblico, mettere la faccia su Instagram, esporsi con le proprie idee, non spaventarsi di fronte alle critiche – perché quando prendi una direzione volti sempre le spalle a qualcuno – non è da tutti, e rientra in primis tra le qualità, non tra i vizi del politico. Altra cosa però è il narcisismo, termine che rinvia al mito omonimo, al giovinetto figlio di Cefiso e della ninfa Liriope, insensibile all’amore, che non ricambiò la travolgente passione di Eco, per cui fu punito dalla dea Nemesi che lo fece innamorare della propria immagine riflessa in una fonte; morì consumato da questa vana passione, trasformandosi nel fiore omonimo. Ma senza scomodare il mito, basta accontentarsi della sua accezione popolare. Alla domanda su chi è il narcisista, vien da rispondere: “Chi si crede” o rispolverare la celebre frase di Alberto Sordi, nei panni del Marchese del Grillo (“Me dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un …!”). Per come si sono messe le cose oggi in politica il narciso – Marchese del Grillo la fa da padrone. Anzi, ancora di più, il protagonista è Zeus. C’è una battuta attribuita a Woody Allen che dice così: “Non sono narcisista né egoista; se fossi vissuto nell’antica Grecia non sarei stato Narciso – E chi saresti stato? – Zeus!”. E questa battuta mi fa venire in mente il modo con cui Gabriele Albertini, sindaco di Milano dal 1997 al 2026, europarlamentare e senatore, riferiva in privato del suo leader Silvio Berlusconi. “Zeus ha detto…Zeus ha fatto…” Lo chiamava proprio Zeus!
2. Il processo di trasformazione è stato lungo. È iniziato negli anni Ottanta ma poi ha avuto un’accelerazione negli anni Novanta, con l’avvento del berlusconismo, ed è esploso nel Duemila, diventando incontenibile negli anni a seguire. Fino a un certo punto le campagne elettorali si facevano con i manifesti incollati di notte sugli appositi supporti in metallo, allestiti qualche giorno prima da solerti operai comunali. Tanti slogan e tanti simboli colorati. Quasi tutti riconoscibili, perché sempre gli stessi dal 1945. In alcuni di questi (ma non in tutti) si scorgevano in basso dei nomi e dei cognomi. Si trattava dei candidati che i partiti politici indicavano agli elettori, per essere votati sulla scheda elettorale (vigeva allora il sistema proporzionale con le preferenze). Il nome e il simbolo, i colori ad esso associati, lo slogan “vota…” rinviavano a programmi, obiettivi, valori, perfino ad una Weltanschauung differente da partito a partito. Il politico si caratterizzava non tanto per la sua individualità ma per il partito a cui apparteneva e in cui militava. Negli anni Novanta, i manifesti ci sono ancora ma diminuiscono di numero, per il sopravvento degli spot televisivi, e soprattutto cambiano aspetto. Presentano primi piani di persone, qualche volta il mezzo busto, qualche volta solo il viso. Sul partito prevale la bella faccia del candidato e lo slogan accattivante. Anni Duemila. Il politico diventa a tutti gli effetti personale (rovesciando il motto sessantottino “il personale è politico”). Con la diffusione dei social il candidato invade casa nostra. Il consenso si cattura con il taglio di capelli, l’abbigliamento, l’inclinazione dello sguardo. L’estetica sostituisce l’etica. Si parla all’inconscio, al cervello rettiliano. “Ѐ uno di noi, come noi”, “Lo voto perché…non so…ma mi piace”, “Non ho capito, ma mi ha convinto”, con l’escalation del “Ci vuole uno come lui”, “Con lui le cose cambieranno”. I dialoghi diventano: “Chi voti? – “Voto Tizio (o Caia)” oppure “Contro chi voti?” – “Contro Caio (o Sempronia)”. Suscitando emozioni, condite senza problemi anche di fake news, bugie, imprecisioni, generalizzazioni, il messaggio arriva alla famosa “pancia” dell’elettorato.
3. La personalizzazione della politica, più che di valori, programmi, strategie di lungo periodo, vive di emozioni. Per questo sembra aver copiato tanti aspetti dei media, dalle telenovele televisive agli spot pubblicitari. Negli anni Settanta e Ottanta le prime soap-novel statunitensi e poi sudamericane, ottenevano successo presentando personalità molto caratterizzate. Le inquadrature mettevano in risalto i primi piani, per massimizzare la comunicazione anche non verbale: espressioni, smorfie, sguardi. Una specie di rivisitazione del repertorio attoriale del cinema muto ad integrare il linguaggio verbale. Quest’ultimo doveva risultare chiaro, familiare, a volte anche scurrile. Così nel telespettatore venivano evocate delle emozioni. Sulla stessa linea si muovevano le pubblicità, impostate su forme di narrazione tese a smuovere anche l’inconscio. Quindi non sorprende che oggi gli stessi “creativi” che facevano Telenovelas e le stesse agenzie pubblicitarie che lavoravano per le marche di automobili siano nello staff di consulenza dei segretari di partito. Il messaggio politico è diventato una merce. Del resto in una società capitalista, dove anche l’uomo è merce, prima o poi doveva capitare anche al leader politico e ai partiti. Una merce che ha come obiettivo un “profitto” specifico: il consenso. Con una ricerca di massimizzazione di esso, così come col timore di una “caduta del saggio di profitto” (meno consenso, meno voti, meno like ai post del leader).
4. La personalizzazione/mediatizzazione è andata a braccetto con la verticalizzazione del potere. Le sedi e le forme della rappresentanza e della partecipazione sono via via diventate ininfluenti, a causa dell’affermarsi del sistema uninominale, di un bipolarismo molto imperfetto ma indiscutibile, dell’elezione diretta per le responsabilità di governo ai vari livelli, del ricorso al referendum per decidere subito e direttamente su materie bisognose di confronto e di mediazione. Si è assistito alla coltivazione del mito del capo e al correlato presidenzialismo (ipotesi non a caso all’ordine del giorno). C’è stato lo spostamento delle decisioni in ambiti sempre più ristretti, all’ultimo piano dei palazzi ministeriali (mentre interi piani sottostanti restano per ore e ore desolatamente vuoti). Sembra dunque ritornare l’antica concezione piramidale del potere, con un “faraone” che opera sul fluire della domanda e della risposta decisionale lungo dinamiche squisitamente gerarchiche. Ci si è ormai abituati ai sindaci-sceriffo, ai presidenti regionali-governatori, ai governanti- “faccio tutto io”, “se il popolo mi ha eletto direttamente, sono io che lo rappresento”.
5. Questa dinamica di personalizzazione/mediatizzazione/verticalizzazione prevede capi, comandanti leader e una schiera di fedeli ai capi, comandanti, leader. Molti di loro, facilmente riconoscibili per presunzione e per l’io ipertrofico, non sono un effetto collaterale o un “riferimento casuale”, come si scrive nei titoli di coda dei film, ma una precisa conseguenza dell’impostazione adottata. Non sorprende neppure che personalità che rientrano nel range del “disturbo narcisistico di personalità”, possano essere irresistibilmente attratti da una politica di questo tipo. Oltre agli interessi più specificamente economici, professionali che hanno spesso motivato la “scesa in campo” di un politico, si aggiunge la possibilità di essere costantemente sotto i riflettori. Molte sono le patologie in circolo, potremmo parlare di “patocrazia”. E sarebbe interessante approfondire il rapporto tra narcisismo, sociopatia e posizioni di potere politiche e sociali. Siccome i narcisistici fuori controllo si connotano per mancanza di empatia, tale mancanza non può che confliggere gravemente con obiettivi d’interesse comune, di benessere del Paese, di solidarietà, di diritti sociali e di diritti civili. In simil frangenti, la “patocrazia” ottiene anche lo scopo, non trascurabile, di parlare di leader, veri, presunti o aspiranti tali, di correnti, di clan, e non dei problemi reali della società che i rappresentanti dovrebbero per l’appunto rappresentare. Assistiamo all’autismo cieco e senza prospettiva di una politica che vive in un eterno presente: quello del proprio godimento immediato correlato direttamente con il numero di like sui social, di follower, di audience. Oggi Narciso si specchia su uno schermo, in un lago di like, in attesa del prossimo sondaggio. E Zeus ha pure il tempo di usare “figure di vergini che gli si offrono per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica” (citazione della lettera di Veronica Lario del 3 maggio 2009 in cui annuncia il suo divorzio da S.B.).
6. Il cerchio si chiude. Leader, emozioni, “pancia”. E poi risposte “di pancia”, caratterizzate da un pensiero grezzo e semplicistico, e, di nuovo, l’affidamento al leader. Che “è uno come noi”, non dimentichiamolo! C’è anche la variante: “Non è uno di noi, ma è esattamente ciò che noi vorremmo essere”. Purtroppo, in quest’ultimo caso, non si tratta di un’identificazione che porta ad una crescita individuale, ma di un rispecchiamento alienante.
E se finalmente ci fossimo stancati di questa impostazione? Scrivo queste righe all’indomani delle elezioni regionali in Veneto, Campania e Puglia, che hanno visto un record di astensionismo. E se dietro questo rifiuto di recarsi alle urne ci fosse l’invocazione di qualcosa di diverso, di dimensioni dell’io più ridotte, di prospettive più ariose, di un ritorno a quote più normali?
Per l’uomo politico – non solo per lui ma soprattutto per lui – la fiducia nella sostanziale bontà dell’esperienza umana prende la forma di un sistema di valori. Detti valori ispirano progetti storici che orientano azioni. Tali azioni sono collettive, fatte da persone che si mettono insieme promuovendo associazioni, sindacati, partiti. Va da sé che valori, progetti, organizzazioni abbiano traiettorie più alte rispetto alle prospettive (e anche alle ambizioni) del singolo e tempi più lunghi di quelli individuali. Quindi il politico che si mette su questa lunghezza d’onda dovrebbe accettare che gli equilibri del momento, per quanto a lui favorevoli, siano sottoposti a verifica ed eventualmente corretti al fine dell’avanzamento desiderato. E dovrebbe anche essere in grado di dichiarare, se del caso, la sua sconfitta personale senza che ciò comporti la scomparsa dell’orizzonte complessivo. Anzi, proprio il permanere di questo orizzonte è l’aiuto indispensabile per elaborare il lutto, diventa l’appoggio per rialzarsi e riprendere l’impegno, in forme nuove e più mature. Oggi purtroppo l’oscuramento dei valori, l’assenza di progetti e la scomparsa di qualsiasi legame comunitario portano ciascuno ad occuparsi unicamente alla propria sorte. Quindi il politico, pur di difendere il proprio ruolo da leader (o sedicente tale), gonfia il petto, si mette a difendere l’indifendibile, si mette pure a fare l’influencer o il pagliaccio, impazzisce quando va all’opposizione e, anche quando vince, si accontenta di vittorie dimezzate, di essere il capo di una minoranza. Che gusto c’è a fare il Presidente o il Sindaco votato solo da un quarto della popolazione? Si può andare avanti così per ancora molto tempo?
In circolo non c’è solo Narciso, non c’è solo Zeus. Per fortuna c’è pure Spes, ultima dea.
Guardarsi l’ombelico non vuol dire riflettere. Non c’è niente, nella qualità della vita politica italiana, delle virtù dell’introspezione, che presuppone una capacità di approfondimento dei problemi. Si naviga sulla superficie, guardandosi allo specchio: narcisisticamente, appunto. Ecco perché il centro della sua attenzione è se stessa. Ecco perché passa il tempo a parlare di sé, dei propri problemi personali, delle proprie ritualità, dei propri modesti rappresentanti, commentandone il minimo gesto, per quanto inutile, o il minimo sospiro, benché irrilevante. Ecco perché si parla di leader – veri, presunti o aspiranti tali – di correnti, di clan: e non di problemi, della società che i rappresentanti dovrebbero per l’appunto rappresentare, e che è la giustificazione stessa della politica, che dovrebbe farsene carico.
La politica si presenta come un’abnorme famiglia patologica. Uomini e donne vuoti e labili: che sanno posizionarsi solo rispetto alle persone – alla persona del leader da cui dipendono, del padre padrino politico – e non ai problemi che devono affrontare, incapaci di autonomia. Un vizio a sua volta coltivato da padri padroni immaturi, che temono anziché auspicare l’autonomia dei propri figli. Il Bossi che decideva per tutti (e tutti che rispondevano, alle domande sul che fare, “deciderà Bossi”, nella più infantile mancanza di assunzione di responsabilità); il Berlusconi che, patologicamente, non prende nemmeno in considerazione l’idea di lasciare il timone ai suoi figli politici, che lui ha creato (semmai, come Crono, li divora); i notabili del PD che restano saldi nell’occupazione delle loro posizioni e nella loro volontà di gestire anche il futuro politico dei loro eredi, continuando a intralciare qualsiasi cambiamento e a orientare il dibattito intorno alle loro figure; il Grillo che tutto decide senza consultare nessuno e in maniera incoerente, come un bimbo capriccioso, ma vuole che la minima presa di posizione delle sue creature politiche sia vagliata da un’imperscrutabile rete che lui stesso controlla, rivendicando un diritto assoluto di proprietà sul movimento che ha creato: e come un adolescente ribelle si sottrae alle responsabilità della politica, ma vuole fare assumere ai suoi figli politici il peso delle sue conseguenze. Entrambi infine, padri e figli, affetti da una bulimia grave da occupazione delle istituzioni e devastazione delle risorse, alla ricerca della propria gratificazione personale, della soddisfazione dei propri desideri, ignari dell’orizzonte collettivo, della responsabilità comune, del bene pubblico. In un circolo vizioso che ci riporta all’inizio, all’autismo cieco e senza prospettiva di una politica immatura, che vive in un eterno presente: il proprio, quello del proprio godimento immediato. E in questa psicopatologia della vita politica, è al paese che viene tolto il presente, ed è ai figli, alle nuove generazioni, che viene impedito di affacciarsi sul futuro.
E’ come se il paese fosse in mano a degli psicotici: il cui delirio di onnipotenza è inversamente proporzionale all’impotenza sostanziale che li distingue. Per liberarlo, per liberarci – mettendo finalmente la vita reale, e non i politici, al centro della politica – occorre liberarcene. Uccidendo simbolicamente il padre, come insegna la psicoanalisi. Uscendo dalla riproduzione dei medesimi meccanismi. Riformando radicalmente le istituzioni. Altrimenti chi ci entra diventa come chi c’è già. L’abbiamo visto con l’ampio ricambio di persone – all’interno tuttavia dello stesso meccanismo di cooptazione senza merito, che produce dei figli identici ai padri – emerso con le ultime elezioni: presi in un meccanismo malato, si sono ammalati tutti della stessa malattia.

