Grumi

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Aurora Martinelli
Aurora Martinelli
Aurora Martinelli, nata nel 1998, dopo gli studi classici ha conseguito una Laurea Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “La lunga liberazione. La questione della specificità femminile nelle esperienze post Olocausto” con la professoressa Enrica Asquer. Contenta, ma non abbastanza, ha conseguito un'altra laurea in Graphic Design presso la LABA di Rovereto con una tesi di progetto dal titolo "Sfumature. Interazione tra podcast e comunicazione visiva in un progetto di divulgazione storica" col prof. Matteo Carboni. Mossa dal desiderio di unire l'anima storica e quella grafica e lavorare nel campo della comunicazione culturale, attualmente si muove tra Trento, dove collabora con la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e con lo Studio di Davide Dorigatti, e Bologna, dove lavora per Un Altro Studio.

Per questa sera gli preparo una cena speciale. Ho messo persino il grembiule, per fare le cose seriamente. Ho acceso una candela da mezz’ora, così il suo profumo, che lui tanto adora, farà in tempo a espandersi in tutta la sala da pranzo. Quel profumo di cannella e arancia che fa tanto Natale. Gliel’avevo regalata io qualche anno fa, proprio perché so quanto gli piacciano le candele. In forno sta cuocendo la sfoglia con le melanzane e la mozzarella. So quanto la adora. Con tanto tanto basilico, che ho accuratamente coltivato durante tutta l’estate, impegnandomi per tenerlo vivo perché so quando lo adora in cucina. L’ho congelato in modo da poterlo usare durante tutto l’anno, per insaporire i piatti che mangerà, così che li adori. Mentre salo l’acqua che sta per bollire, ci penso proprio intensamente, a quanto sia un gesto d’amore cucinare. Lo dicono tutti i libri di ricette, anche quello che mi sta guardando dallo scaffale, aperto sulla pagina dell’amatriciana. Dice proprio così, nella quarta di copertina: «Una fragranza, un sapore, un gesto d’amore. In cucina si coltiva la vita e si culla l’affetto». Segue foto di cuoco avvenente in posa con mestoli. Ma non mi devo distrarre, è ora del pomodoro. Sbircio l’orologio del forno: le 19.06. Perfetto, tra una decina di minuti tornerà dal lavoro. Ho pulito tutta la cucina, e siccome fuori sta piovendo ho spostato l’attaccapanni all’ingresso, così può lasciare la giacca e le scarpe lì, perché so quanto detesta che rimangano la scia di goccioline e le impronte fangose in giro per casa. Chissà se il cuoco avvenente della quarta di copertina sarebbe d’accordo col pensiero che anche spostare un attaccapanni può essere un gesto d’amore. Lascio pippiare il pomodoro nella padella e mi dedico alla tavola. I tovaglioli appena stirati, il servizio di posate dorate – io preferisco quelle bronzo, ma quelle dorate sono le sue preferite, le scelgo per lui –, i calici per il vino. Ricontrollo l’orologio del forno. 19.17. Strano, dovrebbe già essere qui. Avrà trovato traffico. Gli scrivo un messaggio, anche se so che sta guidando. Mi avvicino al calice che ho appena messo davanti al suo piatto e noto un alone. Prendo uno strofinaccio, sbuffo. È un mestiere che detesto, pulire i calici. Però so quanto lui adora averli perfettamente puliti e quanto ritiene volgare metterli in tavola se non sono perfetti, quindi lo tiro a lucido. Tiro a lucido anche il mio, non sia mai che pensasse che faccio tutto questo per mostrare che faccio tutto questo solo per lui e che a me non me ne importa niente. È il contrario: lo faccio proprio solo per lui, mica per dimostrare qualcosa, ed è per questo che ci tengo che sia tutto perfetto. Fosse per me, figuriamoci. Un pacchetto di crackers, due verdure bollite consumate in pigiama e sarei a posto. Lo faccio per lui. Lo amo in maniera del tutto gratuita, non mi importa niente della fatica, delle ore che ho passato a lucidare ogni fuga delle piastrelle, dei capelli che ho dovuto lavare due volte perché con la pulizia delle travi del soffitto si sono impolverati. So quanto adora che vada a letto coi capelli puliti. Fosse per me, figuriamoci, mi metterei un panno sopra al cuscino e ci dormirei serenamente. Lo faccio per lui, perché lo amo gratuitamente e non me ne importa del resto. Mi basta il suo amore, mi basta che lui ci sia quando ho bisogno, che mi supporti, che mi incoraggi quando devo fare una scelta, che ogni tanto mi faccia qualche regalo, anche, ma non mi importa davvero se non me ne fa. Lascio i calici impeccabili sulla tovaglia, mi dirigo verso il forno. 19.30. Come mai non torna? Lo chiamo, non risponde, ma il telefono non è occupato, quindi non sta chiamando nessun altro. Che strano. Gli scrivo un altro messaggio: ci sei? Spengo il pomodoro, spengo il forno, lascio bollire l’acqua con dentro solo sale. Buttare la pasta? Se almeno mi dicesse a che punto è saprei che fare. Se la butto troppo presto poi scuoce, e lo so quanto detesta la pasta scotta. Spengo l’acqua, lo richiamo. Niente. Spalanco in un colpo la dispensa, prendo il preparato per budino. Sbatto la pentola del latte sul fuoco e inizio a scaldarlo. Mi sto innervosendo anche io. Non è per me, figuriamoci. Se lui non torna per cena, non è un problema, per me. È per lui. Magari si è fermato a fare aperitivo con qualche collega e si sta strafogando di patatine, mentre io mi sforzo di cucinargli solo ricette elaboratissime e sanissime, calcolate al milligrammo nei valori nutrizionali, mentre quel patetico cuoco coi mestoli sulla faccia mi guarda sorridente dalla quarta di copertina ricordandomi che sto facendo la cosa giusta. E se non fosse a fare aperitivo con un collega? Butto il preparato in polvere nel latte e inizio a mescolare forsennatamente facendo schizzare gocce di latte dappertutto. Merda, dovrò pulire un’altra volta. Lui detesta gli schizzi attorno al piano cottura. E se non fosse a fare aperitivo con un collega, ma con un’altra? Nei giorni scorsi mi era sembrato strano, in effetti. Più stanco, più assente. Sicuramente ha conosciuto qualcuna in palestra e adesso è lì ad allenarsi solo per fare colpo su di lei. Non gliene è mai importato davvero di mettersi in forma per me, anche se lui dice il contrario. Questa è la verità: lo fa per lei. Chissà che fisico che ha e chissà che cosa lui si immagina di poter fare con lei. Le 19.45. Butto il mestolo nel lavandino, mi strappo il grembiule e corro in camera, con le lacrime che si gonfiano tra le ciglia. Spalanco l’armadio in una mossa e ficco le mani tra i suoi vestiti. Rovisto, rovisto, rovisto finché non trovo, devo trovare qualcosa che parli di lei, per poterlo incastrare, per dimostrargli che non mi ama come lo amo io, che io gli do tutto, mentre lui si fa rapire dalla prima sdraiata tra panca e bilanciere. Non c’è un indizio, non ce n’è neanche uno. Io sono stata sempre sincera con lui. Io non gli ho mai nascosto niente, ma lui è più furbo. Lui sa come ingannarmi, è solo un egoista. Sbatto l’anta dell’armadio e a malapena sento la chiave nella toppa della porta d’ingresso. Mi precipito fuori con tutta la furia di cui sono capace. Lui se ne sta lì e mi guarda con un sorriso dolcissimo, che si fa un po’ confuso quando nota le mie lacrime. Cappello e cappotto sono zuppi di pioggia. Sotto, la camicia è intonsa.

  • Ciao, amore!

Un tono dolce, sincero. Un tono sinceramente innamorato che non lascia dubbi. Guarda quanto è bravo a nascondersi. Lo osservo piena di disprezzo. Non mi ha portato nemmeno un fiore. Lancio il grembiule a terra davanti ai suoi piedi, mi volto di scatto e marcio in camera sbattendo la porta. Nel tragitto ho la lucidità di spegnere la fiamma del gas, dove il budino ormai ha iniziato a bruciare. Non l’ho mai mescolato ed è pieno di grumi, modi sbagliati della materia di aggregarsi.

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