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Autenticità: siamo autentici per davvero?

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Elio Proietti
Elio Proietti
Elio Proietti è un manager IT con una profonda passione per la psicologia e la cucina. Nel suo percorso professionale, Elio ha saputo combinare le sue competenze tecniche con un forte interesse per la comprensione delle dinamiche umane, applicando principi psicologici per migliorare la gestione dei team e l'efficienza dei progetti. Oltre al lavoro, Elio ama sperimentare in cucina, dove trova un ulteriore modo per esprimere la sua creatività e attenzione ai dettagli. La sua capacità di coniugare tecnologia, umanità e arte culinaria lo rende una persona unica e versatile.

Al giorno d’oggi, cosa definiamo davvero come autentico? Un brand affermato difende la propria unicità dalle repliche; una valuta viene protetta dalla contraffazione per preservarne il valore; le opere d’arte vengono tutelate dalle copie illegali. In tutti questi casi, però, ciò che viene difeso non è l’autenticità in sé, ma il valore economico che a essa è associato. L’autenticità diventa un marchio, una garanzia di mercato, più che una qualità intrinseca.

Ma quando ci spostiamo dalla sfera economica a quella relazionale, cosa intendiamo per autenticità? Quando ci rapportiamo agli altri, mostriamo davvero ciò che siamo o piuttosto ciò che gli altri si aspettano di vedere? Spesso esibiamo solo ciò che ci conviene, ciò che può facilitarci l’accettazione, il riconoscimento o un qualche vantaggio. In questo senso indossiamo molte maschere, ciascuna costruita da noi, ciascuna in apparenza originale. Eppure, proprio perché finalizzate a uno scopo, queste maschere finiscono per nascondere più che rivelare. L’unica cosa davvero originale rimane il loro creatore, che però si cela dietro di esse.

È qui che il pensiero di Pirandello diventa illuminante. In Uno, nessuno e centomila, il protagonista scopre di non coincidere mai con l’immagine che ha di sé. A se stesso appare in un modo, agli altri in centomila modi diversi. Da questa molteplicità nasce il paradosso finale: se sono mille versioni diverse, allora non sono nessuna. Pirandello non ci offre una sentenza sull’autenticità, ma ci costringe a viverne il problema, a sentire il disagio di un’identità che si frantuma sotto lo sguardo altrui.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: è possibile essere autentici vivendo in società? Per essere completamente fedeli a se stessi, forse, bisognerebbe isolarsi in un angolo remoto del pianeta, lontani da ogni relazione. Ma una simile scelta porterebbe a un impoverimento profondo. Noi cresciamo, ci definiamo e ci trasformiamo proprio nel confronto con l’altro. L’isolamento non genera autenticità, ma sterilità.

D’altro canto, anche vivere pienamente immersi nella società non ci rende davvero originali. Le aspettative sociali, i ruoli, i tempi sempre più compressi ci spingono a produrre qualcosa che sembri nuovo, ma che spesso non lo è. Pensiamo ad esempio alla musica; ascoltiamo una canzone appena uscita, il ritornello ci colpisce, ci sembra fresco, ma allo stesso tempo familiare. Approfondendo, scopriamo che la base contiene un campione di un brano di trent’anni prima, che a sua volta richiamava melodie ancora più antiche. In fondo, anche nella creatività quotidiana vale una sorta di primo principio della termodinamica applicato alla cultura: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Così, nel nostro vivere, adattiamo continuamente la nostra verità personale, spesso senza rendercene conto.

Essere originali, però, non significa semplicemente essere diversi. La differenza, per diventare autentica, dovrebbe essere unica e irripetibile, proprio come unico e irripetibile è ogni momento della nostra vita. A volte questa originalità esiste solo all’interno di un gruppo ristretto. Immaginiamo un gruppo di avventori abituali di un bar: all’interno di quel microcosmo ciascuno è speciale, riconoscibile, importante. Ma se lo stesso gruppo venisse osservato dall’esterno, su scala più ampia, cosa rischierebbe di diventare? Una caricatura, una macchietta. È ciò che accade, in modo ironico, nel film Bar Sport di Massimo Martelli.

La nostra identità, quindi, cambia a seconda del gruppo a cui apparteniamo: affetti, lavoro, tempo libero. Non siamo una sola persona, ma una combinazione di ruoli e contesti. Forse siamo tanto più autentici quanto più i gruppi che scegliamo riescono a rispecchiare ciò che sentiamo di essere davvero.

Resta allora una domanda aperta; siamo autentici quando restiamo fedeli a noi stessi in ogni situazione, oppure quando sappiamo costruire versioni di noi capaci di entrare in relazione con gli altri? L’autenticità è la coerenza assoluta o un equilibrio instabile tra ciò che siamo e ciò che mostriamo? Forse non esiste una risposta definitiva, ma solo la consapevolezza delle maschere che costruiamo e del motivo per cui le indossiamo.

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