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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

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Aurora Martinelli
Aurora Martinelli
Aurora Martinelli, nata nel 1998, dopo gli studi classici ha conseguito una Laurea Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “La lunga liberazione. La questione della specificità femminile nelle esperienze post Olocausto” con la professoressa Enrica Asquer. Contenta, ma non abbastanza, ha conseguito un'altra laurea in Graphic Design presso la LABA di Rovereto con una tesi di progetto dal titolo "Sfumature. Interazione tra podcast e comunicazione visiva in un progetto di divulgazione storica" col prof. Matteo Carboni. Mossa dal desiderio di unire l'anima storica e quella grafica e lavorare nel campo della comunicazione culturale, attualmente si muove tra Trento, dove collabora con la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e con lo Studio di Davide Dorigatti, e Bologna, dove lavora per Un Altro Studio.

Torino, Einaudi, 2011, trad. di Enrico Filippini, a c. di Francesco Valagussa

Quando Walter Benjamin scrive questo saggio nel 1936 è consapevole che la riproducibilità delle opere d’arte non è una novità della sua epoca. Da sempre l’essere umano ha avuto gli strumenti e le possibilità di ri-produrre ciò che altri esseri umani avevano prodotto, e gli stessi metodi tramite i quali è possibile realizzare queste riproduzioni si sono evoluti col tempo. La riproducibilità tecnica, però – si legga: la fotografia – porta con sé delle notevoli differenze rispetto alla riproducibilità manuale, su due fronti in particolare.

In primo luogo, il gesto di un allievo (o di un falsario) che copia le opere del grande pittore per imparare (o per dedicarsi a traffici illeciti) rimane comunque un gesto artistico, mentre con la fotografia «la mano fu dispensata dalle più importanti incombenze artistiche, che ormai spettavano esclusivamente all’occhio che guarda dentro l’obiettivo» (pag. 6).
In secondo luogo, la riproduzione che deriva da un processo manuale non intacca in alcun modo l’opera di partenza: «l’autentico mantiene la sua piena autorità di fronte alla copia manuale» (pag. 7), mentre la copia e il falso restano, appunto, copia e falso di qualcosa che però rimane a sé, rimane intatto. La riproduzione tramite fotografia, invece – e risiede qui, forse, il nucleo della riflessione di Benjamin – va a intaccare le condizioni che rendono l’opera d’arte ciò che è, ovvero il suo hic et nunc, la sua condizione originaria, il luogo, il contesto e il tempo in cui essa è stata generata. La sua aura, come la definisce Benjamin. «L’autenticità di una cosa – spiega Benjamin – è la quintessenza di tutto ciò che di esso, fin dalla sua origine, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua testimonianza storica» (p. 8), concetti che Benjamin riassume nel termine “tradizione”, strettamente derivante dall’azione di tradere, tramandare. Ciò che la riproduzione tecnica fa è precisamente andare a «sottrarre il riprodotto all’ambito della tradizione», cioè alla sua quintessenza e autenticità, ponendo «al posto di un evento unico una grande quantità». Questa grande quantità di riproduzioni resa rapidamente possibile dalla tecnica, risponde alla «esigenza vivissima» delle masse di «avvicinare le cose spazialmente e umanamente», portando però le stesse masse a percepire come uguali a un originale anche le riproduzioni di ciò che invece è unico – ad accontentarsi, in un certo senso, di ri-prodotti non autentici perché privi della loro aura. 

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