Quanta vita ci può stare, in uno scatolone?
Affrontare un trasloco è un’impresa sotto ogni punto di vista, e costa svariate fatiche. Quella fisica di smontare, imballare, impacchettare e trasportare oggetti; quella mentale di capire che cosa possiamo lasciare indietro e di organizzare un posto nuovo, che sia adeguato e pensato logicamente, per tutto ciò che invece decidiamo ci debba accompagnare nella nuova vita. In tutto ciò, è rara la possibilità – o forse il privilegio – di mettere in sospeso il lavoro, gli impegni e le responsabilità per dedicarsi totalmente al trasloco, sicché spesso e volentieri questo finisce per essere portato avanti nei ritagli di tempo del post lavoro e dei week end. E qui subentra una terza fatica, più emotiva: quella di non lasciarsi distrarre dai ricordi, di non perdere tempo, risorsa sempre compressa e sempre troppo scarsa, nel riguardare o riascoltare quei ricordi che invece devono essere passati in rassegna velocemente, decidendo in qualche secondo se infilarli in uno scatolone o destinarli alla discarica.
Handablance Trento Company è una compagnia di performer difficili da descrivere o classificare dentro un genere. Tra verticalismo, calisthenics, giocoleria e danza, nello spettacolo VHS – Il tempo non si aggiorna portano in scena esattamente quei minuti dentro un trasloco, dentro una frenesia, in cui si decide di fare una pausa e dedicare davvero attenzione a ciò che passa per le mani, a quel tempo materiale fatto di ricordi incisi sui nastri delle VHS, quelli di un tempo in cui «le storie si riavvolgevano». Un tempo che «si poteva rivedere, risentire, rivivere, con dei colori forse un po’ sbiaditi, ma [che] piacevano anche per quello». Ricordi che rimanevano tali senza la pretesa di «confondersi col presente», ma che nel loro essere nastro materiale davano consistenza a un tempo che, seppur passato, si poteva maneggiare, toccare, ritrovare.

Ripercorrendo attraverso gli oggetti la storia del nostro rapporto con i ricordi cristallizzati negli ascolti musicali si passa dalle VHS ai CD, dove era facile «saltare di traccia in traccia […], le pause si facevano più rare. Ci dicevamo “c’è tempo”, ma il tempo non ci aspettava più. Aveva imparato anche lui a saltare traccia». Veloci, sempre più veloci si passava da un brano all’altro, fino ad arrivare prima ai lettori mp3 e poi allo streaming digitale di oggi, in cui sì, abbiamo il mondo in tasca – e abbiamo il tempo in tasca: lo possiamo fermare, saltare, rallentare, domare a nostro piacimento. Ma noi, in tutto ciò, dove siamo? Costruiamo ricordi o intessiamo un tappeto di sottofondo che poi non ci interessa guardare? Che cosa, di questi momenti, metteremo negli scatoloni del prossimo trasloco?
Sarebbe troppo semplice e decisamente errato e ingiusto descrivere lo spettacolo VHS come un inno romantico e nostalgico a un’epoca in cui tutto era più lento. Questo spettacolo è molto di più: è la parola di una generazione che non vuole criticare la propria epoca, ma domandarsi seriamente quali sono i ricordi concreti a cui vogliamo agganciare il nostro tempo, i nostri giorni. Se siano ancora «gli abbracci, le risate, i silenzi condivisi».

NOTA
Tutti i virgolettati di questo articolo sono citazioni dei monologhi dello spettacolo VHS – il tempo non si aggiorna di Handbalance Trento Company.

