Gli dèi sono immortali, eppure non sono onnipotenti. Nella mitologia, come nella filosofia, c’è una forza che nemmeno loro riescono davvero a dominare: il tempo. Paradossalmente, a riuscirci è stato l’uomo. Non fermandolo, ma inventandolo. Il tempo, così come lo intendiamo, non esiste in natura: esso non scorre, non accelera, non rallenta. In natura esiste solo il cambiamento. È l’uomo che, per orientarsi nel divenire, ha creato il tempo come strumento, misura, racconto. In questo senso, il tempo è una delle più grandi invenzioni umane.
Il mito di Cronos è il primo grande racconto sul tempo. Cronos divora i suoi figli perché teme di essere superato quindi il tempo distrugge ciò che genera. È cieco, ciclico, crudele. Zeus lo sconfigge, ma non lo elimina. Lo imprigiona, e limitandolo cerca quindi di governarlo.
Non è la vittoria sull’eternità, ma sull’angoscia del caos. Da quel momento il tempo non è più solo distruzione; diventa successione, storia, direzione. Il mito anticipa ciò che farà l’uomo, ovvero non fermare il tempo, ma dargli una forma.
Diciamo che il tempo scorre, ma in realtà siamo noi a muoverci e cambiare. Il tempo è una percezione legata alla memoria e all’attesa. Per questo da bambini sembra infinito e da adulti fugge. Più esperienze accumuliamo, più le nuove si comprimono nello stesso schema.
Il tempo fisico è neutro mentre quello vissuto è emotivo. Ed è proprio questa soggettività che rende il tempo umano e non naturale.
Ore, giorni, anni, compleanni e anniversari: nulla di tutto questo esisterebbe senza l’uomo. Abbiamo inventato il tempo per raccontarci chi siamo stati e chi potremmo diventare. È un linguaggio, un’interpretazione, non una legge cosmica.
Senza l’uomo non esisterebbe il “troppo tardi”, né il “non ancora”, esisterebbe solo il cambiamento. Il tempo nasce quando qualcuno ha bisogno di dare un senso al mutamento.
Luciano De Crescenzo distingueva due modi di vivere il tempo. In orizzontale lo accumuliamo, definendolo con età, carriera, risultati, scadenze. È il tempo della società moderna, che misura il valore in progressione.
Il tempo verticale, invece, è fatto di profondità. Un’ora può valere una vita. Un istante restare per sempre. È il tempo del senso, non della quantità. Il problema non è che il tempo passi, ma che lo attraversiamo solo in orizzontale, senza mai scendere in profondità.
La nostra paura del tempo si manifesta soprattutto nell’invecchiamento. Non temiamo il passare dei giorni, ma ciò che il loro trascorrere lascia sul corpo. Non a caso, una delle figure mitologiche più persistenti è il vampiro. Un essere immortale, immutabile, eternamente giovane.
Il vampiro non teme il tempo perché ne è fuori, non invecchia, non cambia, non decade. Ma paga un prezzo altissimo ovvero non vive davvero. Egli è sospeso, sterile, ripetitivo. È la perfetta incarnazione del nostro desiderio di fermare il tempo e, insieme, della condanna che questo comporta.
Nel vampiro c’è il sogno moderno, sconfiggere l’età senza accettare il limite. Ma anche l’avvertimento che senza tempo non c’è trasformazione, e senza trasformazione non c’è vita.
Oggi non beviamo sangue ma usiamo filtri, chirurgia estetica e integratori alimentari. L’immagine diventa lo scudo contro Cronos perché non vogliamo sembrare giovani, vogliamo non sembrare vecchi.
Nascondiamo il tempo invece di comprenderlo. Ma ogni tentativo di cancellarne i segni non fa che rafforzarne il potere, perché trasforma il limite in nemico.
Gli dèi erano eterni, ma immobili, mentre l’uomo è finito, ma consapevole. Inventando il tempo, non lo ha sconfitto fisicamente, ma simbolicamente lo ha trasformato da condanna a significato.
Il tempo non ci uccide. Ci definisce. Ed è proprio perché passa che la vita, a differenza dell’eternità, vale qualcosa.

