L’eco frenetica del Bianconiglio carrolliano, con il suo incedere trafelato e l’ossessione per un orologio da taschino eletto a divinità tirannica, non rappresenta soltanto un topos letterario, bensì l’archetipo clinico della condizione iper-moderna. Viviamo immersi in una cronofagia bulimica, dove l’istante non viene esperito nella sua pienezza, ma divorato voracemente in funzione di un futuro che si dissolve non appena lo si sfiora, alimentando una patologia ontologica in cui la velocità ha cessato di essere uno strumento di efficienza per tramutarsi in un’anestesia collettiva. Questa accelerazione sociale opera un’espulsione violenta del soggetto dal proprio centro di gravità, costringendolo a una fuga perenne dall’Inerzia del Senso. Saturiamo lo spazio psichico con un rumore bianco di impegni e notifiche affinché il silenzio della stasi non lasci emergere le domande fondamentali sulla nostra finitudine. In tale contesto, l’esperienza si atrofizza, trasformandosi in una successione di shock momentanei, privi di quel sedimento memoriale che trasforma il vissuto in saggezza, lasciandoci naufraghi in un eterno presente che possiede l’estensione di un oceano ma la profondità di una pozzanghera.
Tuttavia, l’illusione della velocità onnipotente si infrange laddove la realtà rivendica la propria spaventosa pesantezza, come avvenuto nel silenzio siderale della tragedia di Crans-Montana, dove il tempo della tecnica è colato a picco contro la nuda fragilità dell’esistere. Per chi si è trovato nel cuore del dramma, la percezione subisce una metamorfosi tachipsichica. I secondi, solitamente ignorati, si dilatano in universi granulari e la vita si svela in una nudità tanto tragica quanto luminosa. Speculare a questa dilatazione è il tempo dei genitori che attendono, un tempo che smette di essere freccia per farsi palude vischiosa e ontologica. Il ticchettio dell’orologio, per loro, non segna un progresso, ma scava il solco di un’assenza che si fa sostanza. Mentre il mondo esterno continua a roteare nel suo delirio cinetico, chi attende rimane esiliato in una stasi traumatica, testimone dello scollamento insanabile tra il ritmo biologico della sofferenza e quello algoritmico della modernità che non ammette pause.
È proprio in questo scarto doloroso che emerge la necessità di riscoprire il limite come orizzonte di senso. Nella nostra epoca, il limite è percepito esclusivamente come un insulto alla volontà di potenza, un ostacolo da abbattere in nome di una crescita illimitata. Eppure, psicologicamente, è solo l’incontro con il confine, sia esso la morte, il dolore o l’impossibilità, a definire la forma dell’umano. Senza limite non esiste contorno e senza contorno l’identità si disperde in un’evanescenza priva di significato. Il limite non è la fine della strada, ma la condizione di possibilità della visione, è come l’orizzonte che pur delimitando il campo visivo permette all’occhio di mettere a fuoco la realtà circostante. Accettare la nostra intrinseca finitezza significa smettere di correre verso un infinito vuoto per iniziare finalmente ad abitare lo spazio che ci è dato, trasformando la costrizione in profondità.
La tragedia ci restituisce dunque la verità che la frenesia tenta di occultare. Il tempo non è una quantità da accumulare, ma una materia che richiede di essere onorata attraverso il “diritto al ritardo” e il dono dell’ascolto. Se non comprendiamo l’importanza di scendere volontariamente dalla giostra del Bianconiglio, rivendicando uno spazio dove il pensiero possa sedimentare e il lutto possa essere elaborato, saremo condannati a rimanere soltanto processori di dati, svuotati di ogni risonanza interiore.
Riflettere sul tempo, quindi, richiede un pensiero che non abita nel superamento del confine, ma nella sua profonda accettazione. Riconoscendo unicamente che il tempo può e deve fermarsi, possiamo sperare di abitare l’istante non più come un punto di transito, ma come l’unica dimora in cui l’umanità può ritrovare se stessa, riconducendo il senso del vivere non alla velocità del percorso, ma alla consapevolezza del passo.

