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Il tempo conteso

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Marco Dotti
Marco Dotti
Insegna Professioni dell’editoria al Corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Professionale dei Media dell’Università di Pavia. Giornalista professionista, si occupa di etica delle nuove professioni e del digitale, con particolare attenzione alle questioni aperte dallo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (AI). Il suo ultimo libro è “Finis Europae. Welfare, neonazionalismo, corpi intermedi digitali” (Roma, 2017).

Forse non c’è immagine che condensa la nostra condizione. Un’immagine che vale mille teorie: lo schermo dello smartphone che illumina il volto di una donna e di un uomo che non riescono a dormire. Luce blu alle tre di notte, pollice che scorre senza tregua, il corpo che chiede sonno e la mente che non sa più staccarsi dal flusso. Non è solo insonnia. È qualcosa di meno e, al contempo, qualcosa di più. È il sintomo incarnato di un’epoca che ha dichiarato guerra al tempo.

Jonathan Crary ha chiamato questa guerra servendosi di uno slogan iconico negli store di mezzo mondo: 24/7. Il mondo sempre acceso, il mercato che non chiude mai, la connessione perpetua come norma, come obbligo, infine come desiderio. In un suo saggio del 2013 — tradotto in Italia con un sottotitolo emblematico: Il capitalismo all’assalto del sonno — Crary non si limita a descrivere l’accelerazione cui siamo sottoposti nella vita e nel lavoro, tema ormai logoro. Fa qualcosa di più semplice e radicale: mostra come il capitalismo della tarda modernità abbia preso di mira non solo il nostro tempo di lavoro, ma il tempo tout court.
Ogni ora, ogni minuto, ogni interstizio tra un’attività e l’altra è diventato territorio di estrazione. La mail controllata mentre si aspetta il caffè. La notifica che interrompe la cena. Il podcast ascoltato in palestra per «rubare tempo al tempo». Siamo diventati i sorveglianti di noi stessi, sempre impegnati a ottimizzare qualcosa.

E tuttavia – ed è questo il punto su cui Crary non smette di insistere – c’è un limite. Quel limite è il corpo. Ventiquattro ore restano ventiquattro ore per tutti. A dispetto di tutto e di tutti. Dentro quelle ore il corpo umano esige ancora di dormire, di mangiare, di fermarsi.
Le smart drugs possono rimandare il crollo, i protocolli di biohacking possono comprimere i cicli di sonno, le tecniche di produttività possono spremere qualche minuto in più dalla giornata.  Ma il limite resta. Il sonno, osserva Crary, è l’ultimo baluardo di indisponibilità, l’unico momento in cui non siamo utilizzabili da nessuno, nemmeno da noi stessi. Per questo il capitalismo lo odia. Per questo lavora instancabilmente a ridurlo, a colonizzarlo, a trasformarlo in un problema (insonnia o meno) da risolvere.

Ma che cos’è, esattamente, questo tempo oggetto di contesa? I Greci – che non avevano smartphone ma avevano già colto la questione – distinguevano almeno tre modi di nominarlo.

Chronos è il più familiare: il tempo che si misura, che scorre, che fugge via. Il tempo degli orologi e dei calendari, delle scadenze e dei ritardi. Il tempo che non torna, libero e senza redenzione. Chronos divora i suoi figli, dice il mito, e infatti è il tempo dell’usura, del consumarsi, della perdita irreversibile. Ma è anche il tempo del capitale: ore di lavoro, tempi di consegna, cicli di produzione. Quando diciamo che «non abbiamo tempo» è proprio di chronos che stiamo parlando. Come se il tempo fosse unicamente questa risorsa scarsa, un conto che si svuota a prescindere da noi. 

Ma questo non è il solo modo di nominare il tempo. Un altro termine è aion. E aion è un’altra cosa. Non è il tempo che passa. È il tempo che dura. Non la successione degli istanti, ma l’intensità di ciò che accade. L’eternità si gioca qui, in questo tempo esteso. Qualitativamente esteso. Eraclito, in un frammento che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, dice che «aion è un fanciullo che gioca, che sposta i pezzi sulla scacchiera». Immagine enigmatica, ma il senso è chiaro: c’è un tempo che non serve a niente, che non produce niente, che non va da nessuna parte. Proprio per questo è il tempo più reale e più concreto. il tempo della vita che si accorda alla vita. Il tempo che si vive invece di consumarsi.

Kairos, infine, è il momento: l’istante che conta, l’occasione irripetibile, il punto di svolta. Il «tempo debito», secondo una raffinata definizione di Giacomo Marramao. I Greci lo raffiguravano come un giovane con un ciuffo sulla fronte e la nuca rasata: se non lo afferri quando ti viene incontro, non potrai più riprenderlo. Non è un tempo che si gestisce. È un tempo che si riconosce o che si manca.

Gilles Deleuze, in Logica del senso, ha ripreso la distinzione tra chronos e aion portandola alle estreme conseguenze. Per lui non si tratta di due aspetti dello stesso tempo, ma di due regimi incompatibili. Chronos è il tempo dei corpi, delle cause e degli effetti, della materia che si trasforma. È un presente “spesso”, che contiene in sé il passato come traccia e il futuro come attesa. Aion invece è il tempo degli eventi. Ma evento, qui, non significa «qualcosa che succede». Significa qualcosa che accade ai corpi senza essere esso stesso un corpo. Il coltello taglia la carne: il taglio è un evento, non è né il coltello né la carne, ma qualcosa che si dice di entrambi. La battaglia ha luogo: ma dov’è la battaglia? Non nei soldati, non nelle armi, non nel campo — è ovunque e in nessun luogo, è un puro effetto di superficie.

Nell’aion, scrive Deleuze, il presente si assottiglia fino a scomparire. Diventa una linea senza spessore che divide all’infinito un passato che è sempre già passato e un futuro che non arriva mai. L’evento non sta unicamente nel presente: lo schiva, lo eccede, lo fa esplodere. Fa esplodere chronos. Ne blocca il flusso. È l’immagine dell’Alice di Lewis Carrol che cresce: mentre diventa più grande di prima, diventa anche più piccola. Puro divenire, senza essere. Puro essere, nel divenire.

Cosa c’entra tutto questo con Crary e con il capitalismo 24/7? C’entra perché il regime del sempre-connesso è una macchina di cattura del chronos. Un apparato di neutralizzazione del tempo, attraverso la sua riduzione a tempo misurabile, monetizzabile, ottimizzabile. Un tempo che sistematicamente esclude l’aion. Il tempo intensivo, il tempo dell’evento, il tempo che non serve a niente: questo è ciò che la connessione perpetua rende impossibile. Non c’è spazio per il ragazzino che gioca quando ogni momento deve essere rendicontato.

Aldo Masullo, immenso filosofo napoletano morto nel 2020, ha dedicato vita e ricerca a questi temi: soggetto, gioco, grazia, temporalità. Ma ha giocato la sua carta migliore attorno a un tema: la paticità. Prima di essere soggetti che agiscono, siamo esistenze che patiscono. Prima di toccare il mondo, siamo toccati dal mondo. Prima di decidere, siamo già decisi, nel senso che qualcosa ci ha già segnato, orientato, aperto o chiuso. La paticità è la condizione di essere esposti, vulnerabili, attraversati da ciò che non controlliamo. La paticità è il nostro esperire la complessità, urtante e liberante, del tempo. 

In quest’ottica, la questione del tempo cambia completamente. Chronos, il tempo che misuriamo e gestiamo, è il tempo in cui ci illudiamo di essere padroni. Ma il tempo autentico, quello che Masullo chiamerebbe il tempo della paticità, è aion: il tempo in cui siamo vissuti più di quanto viviamo, il tempo in cui accade qualcosa che non abbiamo scelto e che ci trasforma. L’incontro che cambia una vita. Il lutto che spacca il tempo in un prima e un dopo. La gioia improvvisa, immotivata, che non si può né prevedere né trattenere.

E kairos? Kairos è il momento in cui la paticità da domanda si fa risposta. Non decisione calcolata, non scelta razionale, ma corrispondenza: qualcosa ci chiama e noi rispondiamo, senza sapere bene perché, senza poterlo giustificare del tutto. È il tempo dell’etica, se per etica intendiamo non l’applicazione di regole ma l’esposizione a un appello.

Il tempo, insegna Masullo, non va nemmeno inteso come un mero meccanismo che scandisce l’universo, bensì come una forza dinamica, una dimensione carica di tensioni in cui si decide il destino dell’essere umano. Il tempo rappresenta la condizione stessa dell’etica: non perché ci detti delle norme, ma perché ci pone in relazione con l’altro, ci apre all’imprevedibile, ci confronta con la nostra vulnerabilità e ci carica di responsabilità. Al di fuori del tempo, infatti, non esiste possibilità etica: l’altro si manifesta «nel tempo», ed è proprio il tempo a sollecitarci una risposta, un’azione, una scelta. Ecco perché il «tempo» va inteso (anche) come qualcosa di patito, cioè di vissuto, poiché il suo ritmo è segnato dal significato che assume l’irrompere della differenza.

Torniamo allo schermo dello smartphone che illumina il volto della nostra donna e del nostro uomo insonni. Quello che il regime 24/7 produce non è semplicemente stanchezza, sovraccarico, burnout, alimenta tutto questo come effetto secondario. Produce qualcosa di più sottile: l’impossibilità dell’aion. La saturazione di ogni interstizio cancella inoltre lo spazio-tempo in cui potrebbe accadere qualcosa di non programmato. Il tempo diventa una successione di stimoli e risposte, input e output, task e notifiche. Non c’è più posto per l’evento che eccede, per la paticità che trasforma. Niente aion, dunque niente kairos. Solo simulazioni infinite nella forma di caos controllato della finanza.

Resistere a questo regime non significa semplicemente “staccare”, decomprimere, riarmonizzare mente, corpo e spirito: parole già sospette, già complici della logica che si vorrebbe contestare. Significa piuttosto riconoscere che il tempo non è una risorsa da gestire, ma una condizione da abitare. Abitare il tempo significa accettare di non esserne padroni: significa esporsi all’aion, essere disponibili al kairos, lasciarsi attraversare invece di controllare.

È poco, forse. È niente. Ma di fronte alla macchina che non dorme mai, dinanzi a questo quasi niente – è solo dal sonno, dall’attesa, dalla distrazione, dalla noia, dallo smarrirsi e dal perdersi in tutto ciò che non serve che potrebbe ancora nascere qualcosa.

BIBLIOGRAFIA

Crary, J. (2013). 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep. London-New York: Verso. Trad. it. (2015). 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Torino: Einaudi.

Deleuze, G. (1969). Logique du sens, Paris: Les Éditions de Minuit. Trad. it. (1975). Logica del senso. Milano: Feltrinelli.

Marramao, G. (2005), Kairos. Apologia del tempo debito, Roma-Bari: Laterza.

Masullo, A. (1992). Il tempo e la grazia, Napoli: Liguori.

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