UN’INTRODUZIONE AL PROFUMO DEL TEMPO DI BYUNG-CHUL HAN
Una delle esperienze più negativamente pervasive e, insieme, meno tematizzate della nostra epoca è sicuramente individuabile nella sensazione che, in misura più o meno marcata, attanaglia ciascuno: quella, cioè, di soffrire di una cronica mancanza di tempo. Esso pare sempre scarseggiare, sfuggirci e, infine, consumarsi in una sequenza di urgenze che si accavallano per poi disperdersi, senza lasciare traccia. Si tratta di un vissuto condiviso, che spesso viene spiegato ricorrendo alla categoria dell’accelerazione, dal momento che tutto, nel nostro mondo, sembrerebbe correre più velocemente di quanto avvenisse in passato. Nel suo libro Il profumo del tempo1, il filosofo Byung-Chul Han invita a sospendere questa diagnosi apparentemente ovvia e ad interrogarsi radicalmente sulle condizioni che la determinano: secondo la sua prospettiva, l’accelerazione in oggetto non va vista come la causa del disagio dell’uomo ipermoderno nei confronti del tempo, ma come uno dei suoi principali epifenomeni. Il nucleo della riflessione di Han è rappresentato dalla nozione di crisi temporale o discronia, la quale va intesa non in senso meramente quantitativo, bensì eminentemente qualitativo: il soggetto non manca di tempo, ma della capacità di viverlo nella sua densità e consistenza.Â
«Il nome dell’odierna crisi temporale – afferma il pensatore sudcoreano naturalizzato tedesco – non è accelerazione. L’epoca dell’accelerazione è conclusa. Ciò che noi avvertiamo ora come accelerazione è uno dei sintomi della dispersione temporale. L’odierna crisi del tempo risale a una discronia che porta a disturbi temporali e alterazioni differenti nella percezione del tempo. Al tempo, oggi, manca un ritmo che gli dia ordine. Per questo, paradossalmente, va fuori tempo. La discronia fa agitare il tempo e l’impressione che la vita acceleri deriva in realtà dalla sensazione di un tempo che si agita senza alcun orientamento»2.Â
Bastano tali righe per comprendere come, secondo Han, il tempo diventi freneticamente povero quando l’uomo che lo vive risulti incapace di cogliervi nessi significativi in grado di aggregare passato, presente e futuro. In assenza di questa trama, l’esperienza antropologica si frantuma in una serie di istanti puntiformi, ciascuno chiuso in se stesso e immediatamente sostituibile dai successivi. È in quest’orizzonte che il tempo – apparendo come qualcosa che scorre senza posa e, soprattutto, senza motivo alcuno – genera un senso diffuso di affanno e di inquietudine. Svuotato – come se questo non fosse sufficiente – anche di un ordine narrativo e simbolico, il tempo non viene più offrendosi come dimora, ma come pressione continua: esso incalza, sollecita, esige di essere riempito. Per l’uomo che vive in un simile habitat non vi è più spazio per l’attesa né per la maturazione; ciò che conta, per lui, è l’occupazione incessante degli intervalli, la saturazione di ogni vuoto percepito come intollerabile.
Tale forma di angoscia non scaturisce – secondo Han – dall’eccesso di compiti che il soggetto ipermoderno è chiamato ad assecondare, ma dalla perdita di un rapporto genuino, gratuito e non strumentale con il tempo, che viene ridotto a puro supporto funzionale dell’agire: è proprio in relazione a tale dinamica che il tempo inizia ad assumere i tratti di una merce. Come ogni bene economico, esso viene frammentato, contabilizzato, ottimizzato, speso. Ci si convince allora di dover investire il tempo, di non doverlo sprecare, di sforzarsi per ricavarne il massimo rendimento. Il lessico economico colonizza l’esperienza temporale, trasformandola in una risorsa da amministrare con efficienza. In questa prospettiva, ogni momento deve produrre qualcosa: un risultato, una prestazione, un contenuto condivisibile. Ciò che non genera output misurabili appare inutile, improduttivo – dunque colpevole – e anche il riposo, quando è ammesso, viene piegato ad una funzione rigenerativa finalizzata ad una rinnovata capacità di prestazione. Han osserva come tale mercificazione del tempo, la quale risente senz’altro della mentalità capitalistica, conduca paradossalmente a un suo svuotamento esistenziale. Il tempo consumato non è mai veramente vissuto: scorre via senza sedimentare esperienza, senza lasciare memoria. L’uomo ipermoderno si muove in un presente permanente, affollato di stimoli ma povero di senso, in cui ogni istante vale solo in quanto immediatamente rimpiazzabile da un altro. L’angoscia che ne deriva non è episodica, bensì strutturale: è l’inquietudine di chi avverte che il tempo passa senza che nulla di decisivo accada, di chi è costantemente occupato e tuttavia intimamente vuoto.
In questa condizione, l’indugiare su quanto incontriamo nel quotidiano appare come una perdita imperdonabile: fermarsi, sostare, lasciar essere le cose significa sottrarsi alla logica del consumo temporale, e perciò esporsi all’accusa di inattività o di fallimento. Eppure, è proprio tale postura a custodire la possibilità di un’esperienza densa del tempo, profumata, che sgorga dall’esperienza della contemplazione. In quest’ottica, l’atto di indugiare sulla realtà non si limita a porsi come una prassi o un gesto estetico: esso costituisce una vera e propria condizione esistenziale, un modus vivendi che permette all’uomo di entrare in relazione con l’essere senza la costante mediazione del filtro rappresentato dall’utilità .
Solo accogliendo le cose nella loro pienezza (e dunque nella loro verità ) è possibile percepire il tempo non come accozzaglia di frammenti fugaci, ma come trama viva, ricca di densità e significato. Coltivare l’arte di indugiare sulle cose consente allora di restaurare la dialettica tra tempo e soggetto, dove ogni esperienza può dispiegarsi nella sua autentica consistenza: la contemplazione diventa così lo strumento per rigenerare il tempo, per conferirgli un ritmo proprio e, soprattutto, per riscoprire il valore dell’attesa. Non si tratta di un rallentamento passivo, fine a se stesso, ma di una riappropriazione del tempo. Questa prospettiva si riallaccia profondamente alla distinzione classica tra vita attiva e vita contemplativa, come viene elaborata da Tommaso d’Aquino.
«[La suddivisione della vita in contemplativa e attiva] riguarda la vita umana – nota il Dottor Comune – la quale è specificata dall’intelletto. Ora, l’intelletto si divide in attivo e contemplativo: poiché il fine della conoscenza intellettiva o è la conoscenza stessa della verità , che appartiene all’intelletto speculativo, oppure è un’azione esterna, che riguarda l’intelletto pratico»3.
La vita contemplativa per l’Angelico non è un lusso intellettuale; è piuttosto il fondamento della vita umana: l’intelletto speculativo, finalizzato alla consideratio veritatis, sostiene e informa l’intelletto pratico, orientato all’azione. La capacità di contemplare ciò che è, di fermarsi a cogliere il senso profondo delle cose, alimenta dunque l’azione stessa, la rende ponderata e radicata nella verità . Non esiste una vera vita attiva priva della contemplazione: l’agire senza la luce della considerazione è inevitabilmente sterile e alienante. Allo stesso tempo, la contemplazione ha bisogno di un concreto aggancio agli enti: essa non si esercita in un vuoto astratto, ma nel contatto con il darsi del Tutto e con il ritmo quotidiano che spesso trascuriamo.
Indugiare sulle cose significa recuperare la percezione dei loro dettagli, dei loro nessi nascosti, della loro capacità di parlare all’intelletto e al cuore. Il profumo del tempo – metafora che apre e chiude il libro di Han – restituisce quest’esperienza in termini sensoriali e concreti: come un aroma che persiste nell’aria, anche il tempo vissuto contemplativamente in-cide, lascia tracce durevoli, sedimenta significati, nutre la memoria. Non è più qualcosa da consumare o da amministrare, ma un orizzonte da abitare. Il tempo non si possiede, non si misura con la produttività , non si monetizza: si accoglie e, nella sua accoglienza, l’esistenza dell’uomo ritrova ritmo, densità e, soprattutto, gratuità . Per questo riscoprire l’arte di indugiare sulle cose significa riappropriarsi di una forma elementare ma importantissima di libertà e per questo la contemplazione si rivela – in un’epoca ossessionata dalla velocità e dalla performance – un gesto necessario: un gesto che, radicandosi nella verità di ciò che si manifesta, non riduce il mondo, ma lo amplifica, permettendoci di abbracciare la nostra vita e distogliendoci dall’attraversarla, finendo così per banalizzarla.
NOTE
- Cfr. B. C. Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose, Vita e Pensiero, Milano 2017.Â
- Ibi, p. 7.
- Cfr. Tommaso d’Aquino, Somma teologica, II-II, q. 179, a. 2, Esd, Bologna 2014, vol. III, pp. 1597-1598.


Il problema del tempo tisulta centrale ai nostri giorni, e il filosofo sud.cor eano Han non fa cje tematizzare in punto nodale della vita dell’uomo contemporaneo, l’uomp iper-moderno.
Questo comporta una focalizzazione sul soggetto, piu che sulle cose e gli accadimenti, in wuanto si tratta di spstare la nostra attenzione dalle cose-avvenimenti al soggetto.
Il quale risulta sempre piu SCHIAVO degli accadimenti, delle cose che accadono senza che il soggetto mefesimo vi possa mettere il becco, wiantomeno sentirle o farle sue!
In questo modo il soggetto riduce la sua vita ad attraversare la rralta senza veramente comprenderla, senza farla sia.
Una sensazione di estraniamento che fa parte indibbiamente della edperienza dell’uomo contemporaneo!
La banalizzaxione, come dice Han, si riduce o comporta cosi nella pratica obliterazione del tempo e del nostro stesso essere. Cosi il NOSTRO essere risulta estraniato proprio mentre pensa di vivere il tempo.
In realta e’schiavo dello accadimento, questo flusso coscienziale che in realta gli sottrar ogni controllo reale
Il tempo in tal modo gli sfugge di mano proprio quando il soggetto pensa di viverlo e possederlo. Ma in realta e’ il tempo, cosi anonimo e impersonale, a possedere luomo e il soggetto, non viceverda.
Come dovrebbe essere. Ma graxie ad Han una riflessione sul valore e la consiste nza del tempo seguendo le indicazioni di Paolo, direi il suo vademecum, possiamo farla. Fermandoci e fermando il tempo per un attimo..