Viviamo in un’epoca che sembra aver smarrito spazio e tempo. Abbiamo perso il gusto della lentezza per restare imprigionati nel vischio dell’istante, immersi in un presentissimo ad alta velocità che divora passato e futuro. Tutto ciò che si allontana – indietro o in avanti – sbiadisce, perde consistenza, smette di esistere. Eppure, il tempo non è solo una dimensione individuale: è una convenzione collettiva, un’infrastruttura invisibile che regola i rapporti sociali, il lavoro, la scuola, la politica, perfino l’amore. Senza un’idea condivisa di tempo, una società non funziona. Sopravvive, al massimo. In balia delle tempeste.
La dolce lentezza della democrazia.
Scrivevo già, il 1° marzo 2022, su questa rivista (La volgarità della velocità | Passion&Linguaggi) qualcosa che, oggi, mi fa ancora più paura e mi costringe, ogni giorno, a riflettere. La democrazia è ancora compatibile con questa nostra cultura e con questo nostro modello socioeconomico basati su velocità e decisionismo? E, anzi, mi chiedo se i nostri comportamenti collettivi stiano, anche inconsapevolmente, chiedendo una forma di governo diversa. La democrazia, infatti, è faticosa, presuppone partecipazione, impegno, studio, consapevolezza, confronti e, soprattutto, spinge a misurarsi sul consenso attorno a idee e valori. Ma la fatica, in una società votata alla performance, è qualcosa da eliminare o evitare. Infatti, l’oligarchia salta queste fatiche dando sollievo al popolo stanco di troppe scocciature pigiando sull’acceleratore del decisionismo. Già, perché la nostra peggiore sconfitta è stata finire col credere che i pilastri su cui si fonda la democrazia siano vere e proprie scocciature che ci fanno perdere tempo e che, quindi, sono da saltare, preferendo decisionismo e azione. È qui che si apre spazio alle democrature capaci invece di tranquillizzarci, mantenendo quella patina di democrazia ma mutando profondamente i meccanismi decisionali e i luoghi deputati alla vita, appunto, democratica facendo leva sull’ignoranza disorganizzata. Tutto ciò che arricchisce una qualsiasi cosa, che sia un oggetto, un’informazione, un concerto, una discussione, una relazione, un dibattito, viene visto come una perdita di tempo. E si sa, il tempo è denaro e, quindi, meno si corre meno si guadagna. Dentro questa logica chi non può correre ci dà fastidio e, forse, proprio per questo poveri e disabili ci danno fastidio tanto è vero che, quasi quasi, li vediamo come la causa dei nostri problemi. Un capolavoro. La complessità dei tempi che viviamo ha bisogno invece di recuperare spazi di confronto e non di alimentarsi di banalizzazioni e superficialità. Le soluzioni non sempre sono a portata di mano e il tempo utilizzato non è mai uno spreco ma è un utile esercizio del dubbio (mi insegnava Ugo Morelli che la libertà è il continuo esercizio del dubbio) che va riempito di discussione, partecipazione e rivitalizzazione dei luoghi deputati al funzionamento della nostra democrazia, contro ogni forma di semplificazione e banalizzazione.
Investimento nel futuro.
La scuola, in questo senso, è una palestra di democrazia e il luogo dove il tempo dovrebbe essere restituito alla sua profondità. È l’istituzione che costruisce senso, che tiene insieme memoria e futuro, che prepara cittadini, lavoratori e classi dirigenti ad abitare il domani che, prima, hanno immaginato. Ma come può la scuola essere laboratorio di futuro se il futuro, nella mente di molti giovani, non ha più spazio, sciolto nel presentismo di cui parlavo pocanzi? D’altronde, non è facile immaginare un futuro possibile quando si è circondati da guerre, crisi ambientali, precarietà del lavoro e della vita che hanno reso il domani cupo o, peggio, un destino inevitabile da cui fuggire rifugiandosi nel privato. Le relazioni, il lavoro, persino lo studio, insomma tutto ciò che guarda al futuro, rischiano di essere percepiti come ostacoli da evitare, o al massimo scocciature che distraggono dal presente e non, invece, come strumenti di emancipazione. E chi investirebbe cuore, tempo e passione in qualcosa che sente inutile?
Angelo Righetti, psichiatra che partecipò da protagonista alla rivoluzione basagliana, un giorno mi disse: «il sistema economico-sociale che caratterizza la nostra epoca, quello neoliberista, punta alla massimizzazione dei guadagni, al tutto e subito. E qual è il modo migliore per capitalizzare oggi? Spegnere qualsiasi idea di futuro. Ti sei mai domandato perché mai alcune potenze mondiali devono stivare un quantitativo di bombe atomiche capaci di distruggere il mondo 40 volte? Forse perché devono tenerci imprigionati nel tempo presente facendoci interiorizzare che il futuro non c’è, non ci può essere, e quindi bisogna mettere mano al portafogli ora. I figli qui dentro non sono previsti. Anzi, si è trasformato il figlio in un costo, non in un investimento che, invece, contiene in sé un’idea di futuro. E quindi la generatività è stata ammazzata perché non ci deve essere il futuro. Per questo, in ogni ambito, dobbiamo spostare il concetto da costo a investimento. E dobbiamo farlo, restando allegri» (Giovani e futuro | Passion&Linguaggi).
E, infatti, una delle cause della denatalità è proprio il fatto che non riusciamo più a immaginare futuro. In Italia, nel biennio 1963-1964 le nascite superarono il milione. Il 2025 si è chiuso sotto i 350.000 nuovi nati. Oggi, certamente stiamo meglio rispetto al biennio record (e gli anni prima) ma abbiamo meno capacità, o possibilità, forza o coraggio, di immaginare e costruire futuro. I figli non sono nemmeno un’opzione perché il tempo su cui si proiettano semplicemente non esiste.
Il tempo del lavoro.
Siamo tutti nel tubo. Pensiamo al lavoro. Il tempo – insieme al luogo – è la merce che vendiamo in cambio di una retribuzione. Oggi il lavoro invade tutto e chi ce l’ha sempre più spesso lo vive come una fatica (anche) da evitare, un buco nero dove il tempo personale si dissolve. Non stupisce che le nuove generazioni rivendichino il tempo come spazio di libertà prima ancora che come salario. È una questione generazionale, ma anche profondamente politica (si legga A. Donegà e R. Iaccarino Né impiego, né merce: il lavoro come linguaggio della trasformazione sociale | Passion&Linguaggi). Mi risuonano ancora nella mente le parole di Pepe Mujica, rimpianto presidente dell’Uruguay, che ebbi l’occasione di incontrare anni fa, a proposito di questi temi: per essere liberi, secondo lui, bisogna avere tempo; tempo da spendere nelle cose che ci piacciono, poiché la libertà è il tempo della vita che se ne va e che spendiamo nelle cose che ci motivano. Quando compriamo qualcosa, diceva, dobbiamo immaginare il tempo impiegato per guadagnare i soldi necessari, appunto, a comprarla e, quindi, il tempo sottratto a fare ciò che ci piace, il tempo sottratto agli affetti. Mentre siamo obbligati a lavorare per rispondere alle nostre necessità materiali (superflue), siamo schiavi del consumismo. Se non poniamo un limite alle nostre necessità, questo tempo diventa infinito, dilatato in un circolo vizioso senza tregua. Quindi, se non ci abituiamo a vivere con poco, con il giusto, dovremo vivere cercando di avere molte cose e vivremo solo in funzione di questo. Oggi la gente sembra non accorgersene e si preoccupa soltanto di comprare e comprare e comprare, in una corsa infinita. Per questo, una vita sobria è una vita che ci consente di essere realmente liberi.
Spazio e tempo.
Il tempo influenza anche l’ambiente. Quando perdiamo il legame con il futuro, perdiamo anche il legame con la terra. La crisi ambientale non suscita indignazione collettiva perché riguarda un tempo che immaginiamo non ci appartenga o che, come si diceva, non esiste nella nostra (auto)percezione. Eppure, il tempo è fatto di persone. Leggendo Il tempo e l’acqua di Andri Snær Magnason, ho fatto un calcolo che non riesco più a togliermi dalla testa, un esercizio che ci proietta nel futuro: quando è nata mia figlia Carlotta, suo bisnonno (mio nonno) aveva 95 anni, essendo del 1922. Lei raggiungerà quella stessa età nel 2112. Ponendo che Carlotta conoscerà suo pronipote alla stessa età in cui mio nonno conobbe lei, questi compirà 95 anni nel 2207. Mio nonno, dunque, avrà conosciuto e voluto bene a una persona (Carlotta) che, a sua volta, conoscerà e vorrà bene a una persona che nel 2207 sarà ancora viva: lo spazio, e il tempo, su cui mio nonno avrà avuto una responsabilità sarà dunque di 285 anni, poco meno di tre secoli. Questo è il nostro tempo. Ecco palesato il fatto che le scelte che faremo, o non faremo, influenzeranno, inevitabilmente, il futuro. Una bellissima responsabilità collettiva che va giocata fino in fondo. In meno di tre secoli, una sola catena di affetti attraversa il tempo. Il futuro ha un volto, e spesso ci sorride dal presente.
Il nostro tempo, allora, non è astratto. È il tempo delle persone che amiamo, che conosciamo, che influenziamo. È l’unico tempo su cui possiamo davvero agire. Per questo non possiamo permetterci di fallire. Per questo dobbiamo liberarci dal torpore del presentissimo che castra la libertà, impedisce l’azione e rende il cambiamento impensabile. Serve un grande sforzo culturale per restituire al tempo la sua profondità: nella scuola, nel lavoro, nella politica, nelle relazioni. Serve un grande investimento collettivo in speranza.

