Dolore in bellezza. Diventare istituenti e trasformativi, tra il possibile e l’impossibile

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Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, nato a Napoli nel 1960, dal 1982 al 1987 ha lavorato come operaio presso la SIRAM, assumendo l’incarico di delegato sindacale della Fim Cisl; nel 1987 è entrato a far parte dello staff della Fim Cisl nazionale, prima come Responsabile dell’Ufficio Stampa e dal 2003 come Responsabile della Formazione sindacale. Cura i rapporti con le Università e con l’Associazionismo culturale e sociale con i quali la Fim Cisl è partner nei diversi progetti. Giornalista pubblicista dal 1990. È direttore responsabile della rivista Appunti di cultura e politica. E’ componente del Comitato Direttivo e del Comitato Scientifico dell’Associazione NExT (Nuova Economia per Tutti).

«Nominare il male, reintegrare il male. Infine, negoziare con il male per opporsi al male, perché ogni forma di cura che ci risulti davvero difficile è una forma di negoziazione col male».
La quarta di copertina sintetizza, con le parole della sociologa francese Claudine Herzlich, in maniera efficace la cifra culturale e esperienziale del volume “Dolore in bellezza. Narrazioni del possibile, nonostante tutto”, uscito nel 2025 per i tipi di Mimesis, curato da Vincenza Pellegrino, sociologa dei processi culturali e Maria Inglese, medico psichiatra. 

Si tratta dell’elaborazione – cosa rara – di un pensiero multidisciplinare e interdisciplinare, che da molti anni è oggetto di ricerca e sperimentazione sociale delle curatrici del volume, alimentata da laboratori seminariali annuali tenuti nell’ambito della Rassegna “Dolore in bellezza”, nata nel 2010, con l’intento di dare un linguaggio al dolore, in particolare attraverso la via dell’espressione artistica (la pittura, la musica, il teatro, ecc.). 

Bisogna essere capaci di accogliere il dolore invece di rimuoverlo; guardarlo in faccia insieme a chi ne è particolarmente segnato (ma tutte e tutti ne siamo segnati) per farne un’occasione educativa e di rigenerazione delle relazioni intersoggettive, evitando che diventi causa di isolamento. A maggior ragione se l’epicentro di tutto ciò è il carcere, luogo di sofferenza, dove Vincenza Pellegrino e Maria Inglese, svolgono una parte del lavoro professionale e sociale, anche nella prospettiva, che vive sullo sfondo di questo itinerario, della cosiddetta “giustizia riparativa”, che coinvolge vittime, rei e comunità, partendo da coloro che hanno inferto dolore ad altre/i; un dolore che rivisitato, rielaborato, si faccia linguaggio di una nuova conoscenza di sé e del riconoscimento dell’altro.

In occasione dell’uscita del numero di Marzo 2026 di Passion&Linguaggi, dedicato all’Impossibile, a Vincenza Pellegrino e a Maria Inglese, curatrici della rassegna culturale e del volume “Dolore in bellezza”, abbiamo posto alcune domande sulle premesse culturali e sulle pratiche sociali auspicabili per trasporre il dolore in bellezza, qualcosa che apparrebbe impossibile.

(VP e MI) La rassegna è stata occasione di sperimentazione laboratoriale per creare occasioni di pensiero “tra” (per esempio, pensare tra dentro e fuori il carcere) grazie alla partecipazione di operatori e operatrici dei servizi, utenti e studenti dell’università che si muovevano tra questi spazi, amplificando narrazioni, domande, risposte capaci di interrogare in modo specifico quei luoghi e quei modi della cura. Il titolo della rassegna, “Dolore in bellezza”, in realtà viene da una frase pronunciata da una cara amica, la storica dell’arte Bianca Tosatti, proprio all’interno di uno dei primi laboratori seminariali. Stavamo parlando di art brut, cioè delle produzioni artistiche di persone che avevano vissuto buona parte della loro vita dentro a manicomi o altre istituzioni totali. Con quella espressione, “dolore in bellezza”, Bianca ci sfidava a vedere le potenzialità difformi, creative, sovversive che in quei contesti a volte riescono a disobbedire, non si fanno spegnere, non si fanno annichilire.

[RI] Nel nostro contesto culturale è assai difficile parlare del dolore, c’è una forte rimozione del tema, una presa di distanza, quando non si vive come risentimento e odio verso chi ce lo ha procurato. Ma anche attorno alla “bellezza” gli approcci sono molteplici, e l’evocazione più gettonata e meno nobile appare quella cosmetica. In quale prospettiva di senso avete affrontato tali questioni e cosa proponete al lettore sulla questione?

[VP e MI] Del tipo di dolore di cui parleremo – quello che discende dal dominio e dal potere esercitato da e tra gli umani – sappiamo che si potrebbe (e vorrebbe) ben fare a meno. E siamo consapevoli che la parola stessa – dolore – è in buona parte inappropriata per indicare le condizioni di cui parleremo: troppo ampia e troppo poco precisa, non in grado per esempio di indicare subito il fatto che si tratta sempre di “dolore-anche-inferto”. E siamo ben consapevoli anche d’un certo uso della parola “bellezza”, oggi troppo diffusa e usata spesso in modo strumentale, estetizzante, rabbonente e comunque retorico. Ma quell’espressione – “trasporre il dolore in bellezza” — ci era comunque piaciuta: dava parola alla volontà di legittimare le resistenze, di illuminare le possibilità, i saperi, i modi della sottrazione, i modi dell’auto-cura, i modi della soggettivazione e del “nonostante tutto”.  Di queste cose volevamo parlare meglio, posizionandoci contro la depressione deresponsabilizzante che oggi dilaga nelle istituzioni del sapere e della cura dentro cui noi lavoriamo, incapaci di interagire con il “nonostante tutto” di molte persone ferite, incapaci di rilanciare le possibilità, ormai arrese al proprio conservatorismo.

[RI] Il volume è originale e pieno di spunti. Si nutre di un pensiero che nasce dalle pratiche, da un agire generativo, è ricco di codici interpretativi e soprattutto di sguardi: dalla filosofia, alla psicoanalisi, alla sociologia, alla musica, al teatro, al cinema, alla pittura. La ricerca si muove sostanzialmente su tre binari, o come scrivete, su tre tracce. La prima riguarda la pronunciabilità del male, l’esplorazione della tensione tra dicibile e indicibile dentro le storie e i racconti individuali e collettivi.

[VP e MI] Da sempre il male – fare male, stare male – è una condizione e perciò una narrazione necessaria: da sempre manipoliamo simbolicamente la sventura e la violenza, la malattia e la morte. Se il male ci accompagna e ci appartiene inesorabilmente, la portata storica di una civiltà, la sua capacità di esistere e resistere, è leggibile nei termini di “manipolazione simbolica” del male. Nominare il male, reintegrare il male. Infine, negoziare con il male per opporsi al male, perché “ogni forma di cura che ci risulti davvero difficile è una forma di negoziazione con il male” diceva Herzlich nella celebre opera Il senso del male. Eppure, in un periodo storico dove ci sembra di poter parlare di tutto, il male scatena forti negazioni o sbrigative rassicurazioni. Forse abbiamo dismesso quei contesti in cui si narrava il male collettivamente, abbiamo delegittimato le narrazioni emotive situate, corporee, relazionali a favore di quelle mediatizzate, abbiamo perso la “tragedia” a favore di tanti piccoli frammenti, freddamente tragici (pensiamo alle sfuggenti narrazioni televisive della violenza). O forse ci siamo convinti che l’unica mediazione efficace con la sventura è quella che porta alla sua sconfitta: sconfitta della morte attraverso la medicina; sconfitta della follia attraverso il farmaco; sconfitta del desiderio attraverso la sua domesticazione in forme cui è più facile dare soddisfazione attraverso il mercato. Infine, alla Tecnica e al Mercato abbiamo affidato il destino del Male, sicuri di dominarlo attraverso la ragione da un lato e la scelta dall’altro, e così di portare fuori il male dalla comune umanità. Ma cosa succede poi se il male quotidiano viene riprodotto proprio da coloro che son vestiti di quella tecnica e di quel mercato che dovevano salvarci?

[RI] Le forme contemporanee del capitalismo (delle piattaforme e della sorveglianza) – che come aveva visto con largo anticipo Pier Paolo Pasolini non avrebbe più mirato solo a fare mercato ma soprattutto “a cambiare l’umanità stessa” – esercitano in maniera strisciante un condizionamento delle coscienze e un ampliamento del conformismo che riduce le possibilità della trasformazione del mondo in qualcosa di alternativo allo status quo. Nella prospettiva indicata dal libro l’uscire dalla faticosa dialettica tra il possibile e l’impossibile del cambiamento, nella quale spesso rimaniamo intrappolati/e, comporta la riconquista della soggettività dell’individuo per via relazionale attraverso il racconto di sé all’altro/a.

[VP e MI] La nostra epoca ci espone tutti alla tensione tra possibile e impossibile in modo inedito e violento. Da un lato, il soggetto è investito dalla retorica delle possibilità, del

“nulla è impossibile” offerto dalle tecnologie, dalle immagini e dai desideri incubati nel loro moltiplicarsi, si nasconde davanti ai limiti invalicabili che pur ci sono ma con i quali le proiezioni virtuali non lo aiutano a con-misurarsi, si illude e viene illuso, si colpevolizza se non può. Dall’altro lato, ogni cambiamento nell’ordine sociale pare oggi impensabile, impossibile, nell’epoca in cui ogni protesta crea un nuovo mercato (le parole e gli slogan divengono poi oggetti, gadget, vestiti, stili di consumo), in cui ogni distinzione viene sussunta, appunto, dal sistema capitalista che si dice in crisi eppure pare invincibile. Il possibile insomma pare oggi una chimera individuale dentro all’impossibile che fa da cornice. Ma è in questo momento che appare il soggetto. E ancora e sempre è la narrazione che gli permette di piegare l’impossibile al possibile: è lo strumento di lotta che usa per tornare al mondo, consentire ad altri di entrare nella sua salvezza, rassicurarlo, condursi. Un tema focale è quindi la narrazione ancora e proprio oggi, laddove si dia come processo elettivo di “soggettivazione”, cioè di riconquista della parola “io” quando intorno tutto pare dire “non tu” e del modo in cui la parola “io” si riconquista nel “noi”, nella pratica del dirsi a qualcuno che inaspettatamente ascolta.

[RI] Particolarmente impegnativa è la proposta emergente dalla terza traccia di riflessione, relativa alla relazione e alla tensione tra possibilità sociale e processi istituenti. Senza mezzi termini affermate, ponendo al centro il tema della “cura”, che i desideri collettivi di cambiamento oggi siano “istituibili”. Ciò investe le istituzioni che tuttavia non paiono affatto attrezzate a rispondere a una tale significativa istanza.

[VP e MI] C’è oggi una tensione specifica e dolorosa insita nel tenere insieme passato e futuro: dolorosa in modo particolare per chi vive e lavora nelle istituzioni, per chi credeva sino a poco tempo fa nel loro ruolo ordinativo e normativo, che si traduce in conservativo del “passato che vale la pena di trasmettere”. Per poter aspirare al futuro insomma bisogna fare i conti con il passato e le speranze in esso incubate. In tal senso, esplorare la capacità di aspirare al futuro oggi vuole dire a nostro avviso mettere al centro il discorso sulle istituzioni di domani, e ammettere l’esistenza di immaginari paralleli e sovrapposti – di pluriversi – sul loro futuro. I contributi in questa terza traccia riguardano il dispositivo della cura come elemento trasformativo per l’istituzione che lo propone.

[RI] Rimanendo ancora sulla questione istituzionale, professoressa Pellegrino, nel suo saggio fa riferimento esplicito alla violenza strutturale emergente in questi luoghi dove opera il pubblico. Può approfondire?

[Vincenza Pellegrino] Negli ultimi anni ho condiviso questi discorsi con persone che hanno vissuto molto a lungo in manicomio, o persone che stanno in carcere con una condanna all’ergastolo ostativo (con “fine pena mai”), con persone nascoste nei campi profughi informali con il rischio mortale di essere deportate nel deserto dalle polizie locali pagate dall’UE (i lager a cielo aperto di Libia e Tunisia su cui ormai si sa tutto). Condizioni differenti, ma accomunate da alcuni elementi importanti: dal fatto che si vive una soluzione di forte disagio, di disperazione, come se non vi fosse alcuno sbocco; ma soprattutto, dal fatto che tale impossibilità di soluzione è legata al ruolo delle istituzioni. Si tratta di forme di disperazione e sofferenza specifiche, quindi, in cui un certo tipo di violenza istituzionale si somma a una sofferenza precedente, proprio nel mentre la stessa istituzione considera e tratta il/la ricercatore/rice esterno/a come cittadino/a di cui considerare “i diritti” interfacciandosi con lui/lei in modo molto diverso. È proprio la doppiezza di trattamento – il modo in cui le organizzazioni istituzionali trattano in modo discrezionale le diverse persone ben al di là delle regole esplicite – a mostrare un elemento interessante per la ricerca, vale a dire a illuminare i funzionamenti della violenza insita nella funzione di quelle organizzazioni istituzionali.

[RI] Una forma strisciante, ma radicalmente dolorosa di violenza, poco percepita da chi non frequenta questi luoghi, ma particolarmente sofferta dai soggetti coinvolti e dai professionisti più sensibili che in questi contesti operano.

[Vincenza Pellegrino] I dolori di cui questo libro parla, e di cui io parlerò nel seguito del mio saggio, sono legati a questo tipo di violenza chiamata “strutturale”, e allo specifico coinvolgimento delle istituzioni. E l’altra faccia del nostro ordine sociale: non si tratta di indagare una sofferenza che deriva da singoli episodi interpersonali, ma di indagare un dolore, una malattia, la morte che viene riprodotta da muri, fili spinati, aghi, lacci, porte chiuse e mille altri artefatti pagati con i denari dei contribuenti. Una violenza che deriva dalle istituzioni sociali, spesso incarnate e mantenute dalle organizzazioni istituzionali di tipo pubblico. Esempi emblematici sono il razzismo istituzionalizzato, il sessismo, il classismo, ma anche l’ageismo (la discriminazione legata a età avanzate) o il nazionalismo (l’idea che si possa fare violenza differenziale in base a gerarchie dell’umano di tipo nazionale) e così via. Un dolore evitabile socialmente naturalizzato, quindi, la “morte in eccesso” riprodotta dalle gerarchie in modo carsico! La violenza strutturale non è politicamente sponsorizzata ad alta voce, è carsicamente legittimata, promossa da istituzioni che fanno come se la sofferenza non dipendesse dal loro agito. In tal senso, le organizzazioni istituzionali possono essere analizzate come contesti dove i meccanismi della violenza strutturale si mostrano, nella forma di contraddizioni, discrezionalità, ambivalenze.

[RI] Dottoressa Maria Inglese, nel suo saggio mette in relazione la cura delle persone con lo sguardo con il quale ad esse ci si approssima. Uno sguardo che nell’incontro faccia a faccia si modifica radicalmente, capace di ridurre i pregiudizi e di aprire il varco a un processo di cambiamento. Ci racconta cosa può nascere dal mutamento dello sguardo sull’Altro?

[Maria Inglese] In carcere il soggetto è “tante cose”: soggetto da riabilitare, rieducare, da inquadrare diagnosticamente, un soggetto da curare, un soggetto semplicemente da punire per qualcuno. Ho sempre pensato che la differenza con la quale definiamo (tentiamo di farlo) il nostro soggetto di cura stia nello sguardo che gli rivolgiamo: in come, chi e quando si guarda il soggetto. Nel momento in cui incontriamo lo sguardo dell’altro, modifichiamo la nostra teoria, l’oggetto di indagine, e, se sufficientemente permeabili all’altro, modifichiamo il nostro giudizio (o pregiudizio). Una delle caratteristiche umane più difficili da contrastare è infatti la nostra innata propensione a “giudicare” il prossimo. Sempre. Qualsiasi “divisa” portiamo. Cosa definisce il cambiamento? Esistono i segnali di un cambiamento? Lo si può misurare? Come? Chi? Il cambiamento è processo individuale o collettivo? Sono queste le domande che accompagnano il percorso di trasformazione. Anche all’interno del carcere dove tutto sembra predeterminato, governato da altri. Dove la spinta individuale appare “costretta” dal dispositivo stesso. Ma come accade in tutte le eterotopie, e il carcere ne è una testimonianza, nei “luoghi altri” dove si compie una trasformazione (spesso non in-dolore) avvengono esperienze altre, incontri altri, insospettati, imprevisti e impensabili.

Come scrive Jean-Luc Nancy (scomparso nell’estate 2021) siamo esseri singolari dotati di pluralità e ci definiamo solo e sempre nella relazione con gli altri: il cambiamento condivide questa natura relazionale, dell’essere con e tra: “La singolarità di ciascuno è indissociabile dal suo essere-con-tanti […] il singolare è sin da subito ogni uno e dunque anche ogni con e tra tutti. Il singolare è plurale”. Dall’ego sum, quindi, all’ego cum.

[RI] Nella prospettiva che lei indica, il cambiamento non è impossibile, ma è tuttavia possibile solo nella relazione con l’altro. Un cambiamento – come sottolinea – che non è solo azione ma è innanzitutto ricostituzione, rigenerazione del sé, dell’essere.

[Maria Inglese] Nulla si crea nella solitudine e nel silenzio, nulla che si possa dare come espressione di cambiamento. Non si cambia da soli. Mai da soli. Mai senza l’altro, come recita il titolo del libro di Michel de Certeau. Chi lavora o entra in carcere rappresenta l’interfaccia tra il dentro e il fuori, il primo sguardo che il detenuto incontra, dopo quello dei familiari. Nella “casa dello stato”, come operatori della cura, siamo l’interfaccia tra il carcere e lo sguardo della comunità. Come sarà questo incontro di sguardi dipende molto da come noi guardiamo e incontriamo gli sguardi dei detenuti. Noi siamo avamposti e da noi dipende la qualità dell’incontro possibile. Solo nella relazione, quindi, avviene il cambiamento e si sperimenta quello che definisco essere cambiamento e non semplicemente agire il cambiamento, o addirittura subirlo e imporlo. Diventare soggetti del cambiamento, agire e governare, anche nel luogo della costrizione, scelte e direzioni. Se dovessi immaginare una prossima tappa del nostro dialogo possibile attraverso il dispositivo della rassegna metterei una nuova parola: tramonto. Occorre saper tramontare, come dice Nietzsche, per cogliere la luce di un’alba, di un’aurora. Oggi dobbiamo saper tramontare: lasciar tramontare gli apparati tecnicistici, le divise consolatorie, le parole già dette. Solo così troveremo lo stupore di parole nuove, il piacere dell’incontro inaspettato. Pensare che sia possibile incontrare l’impensabile anche in un luogo di esclusione e di separazione come è il carcere. Da qui ripartiremo, ancora una volta: se non qui da dove? È da qui che possiamo e dobbiamo ripartire, nel luogo del non senso, nel luogo della sofferenza; anche qui sappiamo che è possibile incontrare l’umano e diventarne testimoni e compagni. Se non da qui da dove ripartire? È si sperimentano le ripartenze, le trasformazioni, essere cambiamento; è da qui che si costruisce un nuovo legame,”nodi che non legano”, come dice l’amata Simon Weil.

[RI] La scrittura del libro, così come la Rassegna “Dolore in bellezza”, è stata anche una bellissima opera collettiva, che fa intravvedere anche un legame affettivo, una forte sintonia culturale e politica (nel senso alto del termine) e di progettualità sociale tra coloro che hanno preso parte ai laboratori e alla redazione del volume. Ricordiamo tra le altre e gli altri Antonella Moscati, Nicole Janigro, Luca Alici, Franco Mussida, Glenda Acito, Marta Mungo, solo per fare alcuni nomi.

[VP e MI] Siamo molto grate a tutti i relatori che negli anni ci hanno regalato contributi alla rassegna e a quelli che hanno voluto ulteriormente regalarci questi testi per il volume.

Ci piace pensare che il libro che abbiamo co-costruito insieme sia un tentativo per diventare “istituenti e trasformativi” per tutte le istituzioni che abitiamo e per tutti gli incontri che avremo il coraggio di onorare. L’immagine che apre questo libro è offerta dall’Atelier dell’Errore e ha come titolo Anticoronavirus. Opera collettiva, come accade in atelier, è nata in periodo di pandemia ed esplora alcuni temi emersi durante questi anni, come la necessità di occuparci di “noi”, istituzione e cittadini, ricordandoci che non tutti partiamo con le stesse premesse, in termini di risorse e di opportunità, ma anche di idee e opinioni (quanti conflitti nati e cresciuti in epoca di pandemia!).

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