Non ci riesco, è impossibile. Quante volte abbiamo pronunciato questa frase o ci siamo trovati davanti a un’affermazione del genere. Una barriera culturale che ci viene inculcata dalla società in cui viviamo e che cementifica, mattone dopo mattone, nella nostra mente man mano che cresciamo. Da bambini, infatti, siamo liberi da questi schemi e allora siamo in grado, di interpretare il mondo, liberamente. Pensiamo, ad esempio, quando un bambino disegna: noi vediamo uno scarabocchio incomprensibile mentre lui, felice, ci spiega di aver disegnato un astronauta nello spazio. Ma a quello stesso bambino se dovessimo chiedere, qualche anno dopo, di disegnare un astronauta nello spazio, ci risponderebbe: non sono capace.
La società e il modello socioeconomico in cui viviamo, comprese le istituzioni che ne sono l’emanazione, sembrano castrare creatività e senso critico, due caratteristiche fondamentali per diventare cittadini consapevoli e responsabili per trasformaci in sudditi incapaci di pensare e infilati nel tubo tecnologico che accelera il tempo e svuota le relazioni.
UTOPIA: CIÒ CHE ANCORA NON È MA CHE POTREBBE ESSERE.
Eppure, la Storia del mondo è fatta di piccole avanguardie che hanno saputo sfidare l’impossibile per aprire spazi di possibilità inedite e magari inimmaginabili, inseguendo l’utopia con creatività. L’Italia, da questo punto di vista, è ricca di esempi.
A Camaldoli nel luglio del 1943, quando il nazifascismo, se non impossibile, sembrava difficile da sconfiggere, un gruppo di intellettuali di fede cattolica elaborò un documento programmatico che trattava tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall’attività economica al rapporto cittadino-Stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l’azione nell’Italia liberata. A Camaldoli si gettarono le basi della Costituzione della futura Repubblica Democratica Italiana.
Siamo stati il paese dell’obiettore di coscienza, una figura importante e che ha saputo dare nuove sfumature al pacifismo e che ha iniziato a far traballare la leva militare obbligatoria. Spesso però ci si dimentica dei tantissimi giovani, oggi adulti, che firmarono il rifiuto delle armi e del servizio militare, accettando la radicalità della nonviolenza. L’obiezione di coscienza costò il carcere a Balducci e tanti problemi a don Milani dopo la Lettera ai cappellani militari.
E ancora. Gli anni Settanta che sono stati anni di straordinari avanzamenti sociali con la psichiatria democratica, il rinnovamento della professione giornalistica, il servizio sanitario nazionale, la medicina del lavoro che fece enormi avanzamenti, la legge Basaglia che chiuse i manicomi e le grandi conquiste sindacali come lo Statuto dei Lavoratori. Tutti aspetti di crescita democratica che vennero avanti in parallelo mancando tuttavia di un evidente sbocco politico interrotto con il fallimento della solidarietà nazionale nel 1979. Con Moro morì il progetto di costruire l’alternanza di governo che avrebbe fatto solo bene alla nostra democrazia evitando molto probabilmente alcune derive a cui abbiamo assistito e che vediamo ancora oggi. Tutta la grande spinta contestatrice che aveva caratterizzato la fine degli anni ‘60 e tutti gli anni ‘70, sia in positivo che in negativo per quanto riguarda terrorismo e violenza, verso gli anni Ottanta iniziò a ritirarsi e ad esaurirsi: meno attenzione alla politica, meno giovani impegnati nel sociale. Si aprì caso mai un po’ di spazio nel volontariato che mancava però di sensibilità politica. La spinta che c’era sembrò non aver trovato sbocchi e, quindi, ci si ritirò nel privato, senza più una tensione collettiva.
L’ENERGIA E LA PRESENZA DEI GIOVANI.
Penso che in quegli anni il tratto distintivo su cui si è fondata la sfida all’impossibile sia stata la straordinaria capacità di immaginare futuro. Ce lo dicono anche alcuni dati interessanti. L’Italia fu attraversata da una forte immigrazione interna che modificò geografie sociali e culturali dentro le grandi trasformazioni del lavoro. Lo storico Guido Crainz, nella sua introduzione al bel libro-inchiesta di Franco Alasia e Danilo Montaldi Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati negli anni del «miracolo» (Donzelli Editore), ricorda come «fra il 1955 e il 1970 i mutamenti di residenza sfiorarono i venticinque milioni, e dieci milioni di essi portarono in un’altra regione. Già allora gli immigrati, specie quelli meno qualificati e professionalizzati, trovavano sistemazione nelle case più vecchie e degradate». Questo movimento e fermento portò poi alla conquista di politiche abitative avanguardiste. L’altro dato è quello demografico che assegna al biennio 1963-1964 il record di un milione di nuovi nati. La spinta dei giovani è determinante nell’immaginare, e costruire, il domani accompagnata da un forte sentimento cooperativo che ha consentito di spingere tutti in avanti. Oggi sembriamo invece naufragare in balia delle onde di una competizione senza fine e senza quartiere, benedetta dal sistema socioeconomico che detta legge e che lascia indietro chi non ce la fa in nome di un concetto di merito falso e ipocrita che asseconda, semplicemente, la lotteria della nascita che assegna sconfitte e privilegi a casaccio.
SENSO DEL LIMITE PER RIPARTIRE.
«Secondo me si esiste l’impossibile, non solo, ma talvolta è necessario accettarlo, talvolta la vita ci pone davanti a porte che sembrano invalicabili, si può provare a entrare comunque, oppure trovare una strada alternativa, magari anche per entrare nella stessa stanza, però allo stesso tempo, non si può sapere che qualcosa è impossibile senza tentare a fondo. Allo stesso tempo accettare troppo presto una presunta impossibilità significa arrendersi troppo presto. Per me, ad esempio, sarebbe impossibile diventare un giocatore NBA ma non ho mai voluto esserlo, quindi non so se conti ugualmente. Certo, esistono cose impossibili perché sono tecnicamente impossibili (io non potrei trasformare una forchetta in un buco nero). In conclusione, credo sia necessario accettare il concetto di impossibile, ma sia altrettanto utile non accettarlo troppo presto» mi spiega Alessandro, 17 anni e tanta voglia di scoprire il mondo.
Come ci insegna Ugo Morelli, infatti, «l’esistente è fallito, con i suoi numeri sempre orientati al di più è meglio, fatti di indifferenza, ingiustizia sociale, disuguaglianza e volgarità, distruttive dell’ambiente e della cultura, del paesaggio e della memoria. Solo l’immaginazione creativa ci può portare a un mondo possibile e vivibile». Fare i conti con il fallimento, dunque, oltre a tenere vivi pensiero e azione, ci mette davanti anche al concetto di limite, fondamentale per insegnarci a contrastare ogni delirio di onnipotenza che nasce dall’individualismo dei nostri tempi e proiettandoci nel futuro organizzando speranza e cercando spazi di cooperazione.

