Cogl’Ionesco

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Domenico Loddo
Domenico Loddo
Domenico Loddo nasce, cresce e si riproduce al sud. Cittadino dell'olocene, provinciale dell'esistenza, incauto manipolatore di parole, ha scritto racconti, romanzi, fumetti, canzoni, testi teatrali, cortometraggi, lettere d'odio, necrologi, liste della spesa. E' in assoluto lo scrittore meno venduto della sua piccolissima casa editrice, nonché l'autore meno rappresentato del globo. Ma tutto ciò di cui ha scritto è accaduto veramente, nella sua fantasia. Supera continuamente se stesso, arrivando sempre secondo.

assurde interferenze lunari

Non poter concepire un mondo senza limiti,
non poter immaginare l’infinito,
è questa la nostra infermità di fondo.

Eugéne Ionesco

– Come è nata questa cosa, Wilbur?

– Quale cosa, Orville?

– Di raccontare storie. Non ci possiamo fare bastare la nostra?

– Raccontando si impara. 

– In realtà sbagliando si impara.

– È possibile.

– Ma anche impossibile.

– Chi dice che una cosa è impossibile, non dovrebbe disturbare chi la sta facendo. 

– Chi lo dice?

– Einstein.

– Beh, le sue parole sono relative.

– È una battuta?

– Affatto. Il buon Albert diceva che se per entrare in una stanza ti devi abbassare, non è detto che significhi che sia bassa di tetto, perché magari potrebbe  essere  alta di pavimento.

– È una stupidaggine.

– Possibile che lo sia. Impossibile che non lo sia.

– Ora ti sto solo chiedendo se questa cosa vuoi farla oppure no.

– Ci devo pensare.

– Hai paura, ti capisco. Ma se gli uomini non avessero mai osato sfidare l’impossibile, saremmo ancora all’età della pietra.

– Possibile. Ma ora a osare saremo noi.

– Sì. È il nostro turno.

– Ma non mi sento all’altezza.

– Devi fare come il calabrone.

– Che c’entra ora il calabrone?

– Il calabrone, a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare, non potrebbe volare. Eppure il calabrone questa cosa non la sa e perciò continua a volare.

– Ma io so cosa sto per fare.

– Allora non puoi volare.

– Ma devo volare. Perché non appartengo interamente a questo mondo.

– Terra. Fuoco. Acqua. Ci manca soltanto lei…

– L’aria.

– L’aria.

– Sfideremo l’aria con una macchina più pesante dell’aria.

– Sì, ma ora non darti delle arie, Orville.

– Perché potrebbe finire male?

– Perché potrebbe non finire bene.

– Allora lo facciamo, fratello?

– Sì. Osiamo. Tanto, a casa non c’è nessuno che ci aspetta.

– Tra una moglie e un aeroplano, abbiamo scelto l’aeroplano.

– Non c’era abbastanza tempo per entrambi.

– Andiamo, ora. 

– Aspetta. Che giorno è oggi?

– 17 Dicembre 1903. Perché vuoi saperlo? Pensi che oggi entreremo nella storia?

– No, Wilbur, oggi è il giorno in cui entreremo nel cielo…

§

– Neil. Neil! NEIL!!

– Cos… Scusami, Buzz. Mi ero addormentato…

– Come fai a dormire proprio ora?

– Ho sognato.

– Una bella donna nuda?

– I fratelli Wright.

– Spero non fossero nudi… però ha un senso.

– Quale?

– Se ci pensi, in qualche modo, loro hanno sfidato il cielo, e ora noi stiamo come per concludere quel loro primo volo.

– Sulla Luna.

– Sulla Luna.

–Sembrava impossibile.

– Ricordi che ci dicevano? «È inutile che ci provate; non si può credere a una cosa così impossibile.»

– Non sapevano che noi a volte riuscivamo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.

– Sì. Abbiamo osato, e fra un’ora cammineremo sopra il nostro satellite.

– E come ti senti all’idea che sarai il primo uomo a farlo, Neal?

– Mi sento come… come…

– …un eroe? 

–No, Buzz. Come un calabrone…

§

– L’ho appena schiacciato?

– Cosa?

– L’insettaccio volante. 

– Ora non volerà più.

– Come le nostre carriere, Stan. Ormai la gente non ricorda neppure i nostri nomi.

– Colpa del sonoro. E del colore.

– Noi li facevamo sognare in bianco e nero.

– Possiamo farlo ancora, Ollie. Ho già scritto nuovi sketch.

– Con nuove cadute? Faremo ancora ridere?

– Sarà una risata antica, nostalgica, a denti stretti per tutto ciò che abbiamo perduto. Però sì, ruberemo al pubblico un altro sorriso.

– L’ultimo.

– L’ultimo è sempre meglio di niente…

– Forse dovevamo fare come l’uomo che non ride mai.

– Buster?

– Sì. Ha fatto un film con Samuel Beckett.

– Davvero? E come si intitola?

Film.

– Ho capito. Ha fatto un film. Ma il titolo quale è?

Film, Stan. Film è il titolo.

– È assurdo come titolo.

– Beckett fa proprio l’assurdo, infatti.

– Dovremmo osare anche noi, Ollie. Sfidare il futuro.

– Vuoi fare un film con Eugene Ionesco?

– L’altro abitante dell’assurdo? Preferisco la pensione.

– Anche io. Mi fa male il cuore…

– Resisti ancora un po’, amico mio. Non c’è niente di più comico dell’infelicità.

– Stan.

– Sì?

– Facciamo insieme un’ultima caduta?

– Come ai vecchi tempi?

– Come ai vecchi tempi…

§

– Samuel! Sei caduto? Ho sentito un botto tutto d’un botto.

– Non sono stato tu.

– Mai stato tu nemmeno io.

– La commedia umana non mi assorbe abbastanza. Non appartengo interamente a questo mondo. 

– Ma tu chi aspetti qui?

– Godot. Lo sto aspettando dal Cinquantatre.

– Mi sa che non arriva più, ormai.

– Anche tu aspetti qualcuno, Eugène?

– Un rinoceronte.

– Che verso fa un rinoceronte?

– Verso sud.

– Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano.

– Il vero problema è che qui non accade nulla.

– E le persone fanno cose senza senso.

– In che senso?

– Il quinto: tatto.

– Nessuno oggi ha più tatto.

– Perché nessuno sa più dire addio ai giorni felici.

– Perché nessuno ha risparmiato dei giorni felici.

– Burocrazia. Tasse. Sanità. Più pene che pane.

– È una guerra.

– Allora io diserto nel deserto.

– Io nell’aria.

– Vuoi volare, Samuel?

– Chi non lo vorrebbe fare?

– Se sfidi il possibile, divieni impossibile.

– Come a teatro.

– Assurdo, ma vero.

– Come è nata questa cosa, Eugene?

– Quale cosa, Samuel?

– Di raccontare storie. Non ci possiamo fare bastare la nostra?

– Raccontando si impara.

– Allora impariamo.

– Tu cogli, Beckett.

– E tu cogli, Ionesco… 

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