Lo stilista raggiunse la radura, un’ellisse d’erba sottile nel cuore di un boschetto di bambù. Al centro stava la colonna, in pietra rosa porosa, e sulla cima sedeva lo stilita. Lo stilista girò attorno alla colonna per tre volte, quindi la abbracciò con voluttà e la scosse, per quanto gli era possibile farlo.
«Fatico ad immaginare metodo più barbaro per attirare l’attenzione» disse lo stilita senza muovere un ciglio.
«Allora sei vivo! E immagino che qualsiasi cosa arrivi in questa radura sia per te barbara. Siamo tutti stranieri nel tuo mondo».
«Esistono gradazioni».
«Fa ridere che parli di gradazioni proprio tu, così estremo. Fermo più di un fiore di loto su uno stagno in una notte senza vento».
Finalmente lo stilita degnò la terra di uno sguardo. Lo stilista interpretò un inchino. Portava una veste di oro e di rosso, a falde sovrapposte in una geometria indecifrabile. Sulla pelle aveva dei segni bluastri e numerosi oggetti scintillanti adornavano polsi, dita, orecchie. I capelli sulla testa erano una scultura tagliente e iperrealista.
«Da che parte è l’estremo?» commentò lo stilita.
Lo stilista fece un altro giro attorno alla colonna. Ogni movimento era un tintinnare.
«Mi avevano raccontato di te, già diverso tempo fa, e, lo confesso, mi ero incuriosito».
«Non lo dubito».
«Finora non avevo trovato l’occasione di raggiungere questo luogo, la tua radura».
«Non è mia».
«Eppure così sembra. Ad ogni modo attendevo l’occasione giusta, e pare sia arrivata».
«Quindi hai scelto di turbare la mia concentrazione solo per curiosità?».
«Direi di sì. La curiosità peraltro è fondamentale, è un motore di scoperta, è il cuore del mio lavoro, sono un creatore di moda, non potrei vivere senza curiosità».
«Oppure potresti morirne, affogato nel suo costante vorticare».
Lo stilista appoggiò la schiena alla colonna e percorse con gli occhi l’ellisse di fusti e foglie che sussurravano alla brezza leggera.
«Impossibile per me vivere altrimenti. Per nulla al mondo rinuncerei all’eccitazione che mi percorre nel principio di ogni progetto, alla smania della creazione, al singulto che accompagna l’apertura del sipario, ai festeggiamenti durante l’evento, ai piaceri dei banchetti che li accompagnano…».
«Impossibile per me vivere in uno stato di perenne schiavitù verso l’effimero e la materialità, affidato a passi sul ciglio della delusione, alimentato solo da quanto l’esterno decide di concedermi. L’unica scelta reale è allontanarsi dal mondo terreno e divenire tutt’uno con il pensiero, con il divino…».
«Voglio essere circondato da vivacità, sguardi, intime confessioni, intimi incontri… bisogna pure che il corpo esulti!».
«Al contrario, è l’anima a dover esultare, l’unica che alla fine sopravviverà».
«Diventare un soprammobile del mondo? Non riuscirai mai a convincermi».
«Come tu non riuscirai mai a convincermi che la tua sia una felicità reale, quanto piuttosto un infinito inseguire il nulla».
Lo stilista volse lo sguardo verso la cima della colonna e verso il cielo.
«Come farai a scendere da lì?».
«Me ne preoccuperò quando sarà il momento».
«Pensavo di regalarti un’agenda per organizzare i tuoi appuntamenti, ma ho capito che sarebbe un regalo inutile».
«Non ho bisogno di attendere qualcosa che accadrà domani».
«Invece io posso superare l’oggi, sapendo quello che il domani mi porterà».
«Dunque siamo inconciliabili».
«Dal mio punto di vista, senza offesa, sei un essere paradossale».
«Dal mio punto di vista, altrettanto, grazie».
«Stop! Ottimo ragazzi, questa è buona, davvero buona. Un piano sequenza perfetto, grazie».
La costumista sfila la pesante veste dalle spalle dello stilista e lo smagrisce all’improvviso.
«Dov’è la scala? Fatelo scendere dalla colonna».
Una mano preme il pulsante che cancella la brezza leggera. La radura si trasforma in un uniforme sfondo verde.
«Allora, shawarma per tutti?».
Lo stilita si ferma con un piede sospeso sullo scalino centrale:
«Fanno il kebab vegano?»
«Piccante?»
«Sì, ma senza cipolla».
«È possibile».

