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Carlo Pacher
Carlo Pacher
Carlo Pacher, classe 1995, lavora per la formazione e lo sviluppo delle persone in La Sportiva. Ha conseguito una doppia laurea in Scienze Filosofiche presso gli atenei di Padova e Jena, in Germania, con una tesi dal titolo: "Intersoggettivà, costruzione, limite. Intorno alla riflessione hegeliana sul linguaggio", tema a cui ha lavorato sotto la guida dei Professori Luca Illetterati e Klaus Vieweg. Precedentemente aveva affrontato il tema della conoscenza di sé in Platone per l'elaborato di tesi triennale con il Professor Carlo Scilironi. Nell'estate 2021 ha preso parte al corso executive "Strategie e nuovi modelli di sviluppo sostenibile" presso CUOA Business School. Attivo in più realtà di volontariato sociale a livello locale, musicista per passione.

Il ruolo dell’immaginazione per il linguaggio nella filosofia hegeliana

Nel lessico filosofico contemporaneo il termine “immaginazione” viene spesso associato alla creatività, alla libertà figurativa o alla facoltà di produrre mondi alternativi. Nell’opera di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, invece, l’immaginazione occupa una posizione assai più complessa e decisiva: essa non è evasione dal reale, ma momento necessario del processo attraverso cui lo spirito costruisce sé stesso e giunge al pensiero. È nel cuore dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817), nelle sezioni dedicate allo Spirito teoretico, che Hegel tematizza l’immaginazione come attività di mediazione tra intuizione sensibile, rappresentazione e concetto, collocandola all’interno del movimento mediante cui l’intelligenza diviene veramente pensiero [Enz., §§ 451-465].

La riflessione hegeliana sull’immaginazione si inserisce in una più ampia teoria del linguaggio e della rappresentazione. Essa emerge non come facoltà isolata, ma come momento di una dinamica spirituale che conduce l’intelligenza a costruire progressivamente il proprio mondo simbolico. L’immaginazione è, in questo senso, il luogo in cui l’interiorità umana inizia a emanciparsi dall’immediatezza del dato sensibile, elaborando immagini, segni e significati che preparano il terreno al pensiero concettuale.

Nell’incedere illustrato nell’Enciclopedia, viene tematizzato il cammino dello spirito teoretico come un progressivo raffinamento dell’attività dell’intelligenza. Dopo l’intuizione sensibile e il ricordare, compare la Einbildungskraft, l’immaginazione, che costituisce uno dei momenti centrali del processo rappresentativo [Enz., §§ 455-457]. Essa non si limita a riprodurre passivamente contenuti ricevuti dall’esterno, ma opera attivamente sulla materia sensibile interiorizzata. L’immagine non è mai semplice copia del reale: è già trasformazione, organizzazione, costruzione.

Hegel insiste sul fatto che lo spirito non si limita a ricevere il mondo, ma lo interiorizza e lo rielabora. L’immaginazione lavora infatti sul negativo. Essa sottrae l’oggetto alla sua presenza immediata e lo conserva interiormente sotto forma di immagine. In questo senso, l’immaginare è già un superamento dell’immediatezza: l’oggetto non è più presente davanti al soggetto, ma viene ricostruito interiormente dallo spirito. È qui che emerge una delle intuizioni decisive della filosofia hegeliana: l’uomo non vive mai in un rapporto puramente immediato con il reale, ma sempre attraverso la mediazione.

Non a caso, già nella precedente Fenomenologia dello Spirito (1807) Hegel aveva mostrato come l’immediatezza sensibile fosse destinata a dissolversi non appena si tenti di esprimerla linguisticamente. La coscienza crede inizialmente di poter cogliere il reale nella sua pura singolarità — nel semplice “questo”, “qui”, “ora” dell’esperienza immediata [PhG, pp. 63-65]. Tuttavia, nel momento stesso in cui prova a dire ciò che esperisce, scopre che il linguaggio non restituisce mai il puro singolare, ma sempre un universale. Quando diciamo “questo”, infatti, non esprimiamo l’irripetibile immediatezza sensibile, bensì «il Questo universale» [PhG, p. 65]. 

È precisamente il linguaggio a smascherare la pretesa della certezza sensibile di possedere una conoscenza immediata del reale. Hegel può così affermare che «è il linguaggio però, come vediamo, a essere più veritiero» [PhG, p. 65]. La parola introduce infatti inevitabilmente una mediazione: trasforma il dato immediato in significato condivisibile, sottraendolo alla fugacità dell’istante. L’esperienza umana si rivela allora costitutivamente simbolica e mediata per poter essere quello che è: intersoggettiva.

L’immaginazione si colloca precisamente in questo spazio di mediazione che separa e insieme unisce il sensibile e il concettuale. Essa produce il materiale che il linguaggio organizzerà in segni. Nel movimento dell’intelligenza descritto da Hegel, il segno rappresenta il passaggio cruciale attraverso cui l’interiorità si esteriorizza senza perdere sé stessa. La parola è il punto in cui il contenuto interiore assume una forma sensibile che, pur essendo materiale — il suono — rimanda immediatamente a un significato diverso da sé [Enz., §§ 458-462].

L’immaginazione rende dunque possibile la stessa dimensione simbolica dell’esperienza umana. Senza la capacità di conservare, trasformare e collegare immagini interiori, il linguaggio non potrebbe sorgere. Per questo motivo Hegel colloca l’immaginazione al centro della costruzione dello spirito: essa è, in quanto organizzatrice e accoppiatrice del materiale sensibile interiorizzato, la facoltà che apre lo spazio della mediazione, sottraendo l’uomo alla pura immediatezza naturale.

Ma l’aspetto più interessante della riflessione hegeliana consiste probabilmente nel fatto che l’immaginazione non rappresenta il punto d’arrivo del processo spirituale. Essa deve essere superata e insieme conservata nel pensiero. Hegel non svaluta l’immagine, ma ne mostra il limite: l’immaginazione rimane infatti ancora legata alla forma rappresentativa, cioè a contenuti che vengono figurati e intuiti. Il pensiero concettuale richiede invece un ulteriore passaggio, nel quale lo spirito non si limita più a rappresentare, ma comprende razionalmente il movimento interno del reale.

In questa prospettiva, l’immaginazione assume una funzione eminentemente dialettica. Essa è necessaria perché senza immagini il pensiero non avrebbe materia su cui lavorare; ma è anche insufficiente, perché l’immagine trattiene ancora il pensiero entro una forma sensibile. L’immaginazione è quindi un momento di transizione: indispensabile e insieme destinato a essere oltrepassato.

Questa dinamica permette di cogliere l’originalità della posizione hegeliana rispetto a molte concezioni contemporanee dell’immaginazione. Nella sensibilità moderna e postmoderna, infatti, l’immaginazione viene spesso pensata come facoltà infinita di produzione soggettiva, talvolta sganciata dalla verità del reale. Per Hegel accade esattamente il contrario: l’immaginazione ha valore solo nel movimento che conduce lo spirito verso una comprensione più alta della realtà. La sua funzione non è creare mondi arbitrari, ma partecipare al processo mediante cui il reale diventa intelligibile.

Da questo punto di vista, l’immaginazione non coincide neppure con la fantasia pura. Hegel distingue attentamente la Einbildungskraft dalla Phantasie [Enz., §§ 457-459]. La fantasia radicalizza infatti la capacità produttiva dell’intelligenza, ma rischia anche di smarrire il rapporto con la necessità razionale. L’immaginazione autentica, invece, resta inserita nel cammino ordinato dello spirito verso il concetto. Essa è produttiva, ma non arbitraria; creativa, ma non irrazionale.

È significativo che il percorso dell’intelligenza culmini poi, rispettando l’incedere enciclopedico, nella memoria e nel pensiero. Hegel osserva infatti che «noi pensiamo nel nome» [Enz., § 462 Anm.]. In questa formulazione si raccoglie una delle intuizioni più profonde dell’intera riflessione hegeliana sul linguaggio: il pensiero umano non si dà mai in una purezza separata dalla mediazione linguistica, ma prende forma attraverso il lavoro storico e simbolico delle parole.

Si comprende allora perché il tema dell’immaginazione sia così importante anche per una filosofia del linguaggio. Il linguaggio umano non nasce come semplice etichettatura del mondo, ma come esito di una lunga elaborazione interna che sfocia nell’intersoggettività di una persona che parla ad un’altra. Le parole custodiscono il lavoro invisibile dell’immaginazione: sono immagini divenute segni, segni divenuti pensiero, pensiero divenuto mondo condiviso.

In fondo, una delle intuizioni più profonde di Hegel consiste proprio nell’aver mostrato che lo spirito umano vive sempre dentro costruzioni simboliche che esso stesso produce – è questo, in nuce, tanta parte del senso della nota affermazione: «ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale» [Lineamenti filosofia del diritto, 1821)]. L’immaginazione è il laboratorio di questa costruzione. Non vi è pensiero senza immagini, così come non vi è linguaggio senza il lavoro silenzioso dell’interiorizzazione e della trasformazione simbolica del reale.

Nell’epoca contemporanea, segnata dalla proliferazione incessante delle immagini e dall’espansione delle tecnologie simboliche, la riflessione hegeliana acquista una sorprendente attualità. Essa invita infatti a interrogarsi non soltanto sulla potenza creativa dell’immaginazione, ma anche sulla sua responsabilità. Se immaginare significa costruire il modo in cui il mondo appare e diventa pensabile, allora recuperare questa peculiarità anziché delegarla ad un rimpasto algoritmico diventa centrale per mantenere la cifra prettamente umana di costruire ed elaborare un punto di vista sul mondo e di scomporre e ricomporre in modi almeno in parte originali il repertorio disponibile – come direbbe il nostro Ugo Morelli a proposito di creatività.

Tratteniamo questo: l’immaginazione, in Hegel, non è dunque fuga dal mondo, ma lavoro dello spirito sul mondo. È il movimento attraverso cui l’uomo si sottrae all’immediatezza naturale per entrare nello spazio della significazione, della memoria, del linguaggio e infine del pensiero. In questo senso, senza immaginazione non potremmo avere nessun pensiero non solo sul mondo, ma nel mondo in assoluto.

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