Noi, zingari sognanti, temerari dell’immaginazione

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Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, formatore, giornalista pubblicista dal 1990, è co-fondatore della rivista online Passion&Linguaggi. Ha recentemente pubblicato per i tipi di Edizioni Lavoro, con Emanuela Fellin e Ugo Morelli, “I nuovi linguaggi della rappresentanza sindacale” (2024). Nel 1997 ha curato con M. Stella il volume “La parabola della democrazia”, Edizioni Lavoro. Ha fondato con il regista, attore e drammaturgo Thomas Otto Zinzi, il Laboratorio Teatrale denominato “Cosa può fare un corpo”.

«L’immaginazione
cambia il mondo
continuamente,
riguarda la verità,
riguarda l’indagare
sé stessi e la realtà.
Io dico sempre
che l’immaginazione
è conoscenza,
è un modo di percepire
il mondo,
connettersi con esso,
e cambiarlo»

Azar Nafisi

«Se si pulissero le porte
della percezione, 
ogni cosa apparirebbe all’uomo
come essa veramente è: infinita.
Poiché l’uomo
s’è da sè stesso rinchiuso,
fino a non vedere più le cose
che attraverso le strette
fenditure della sua caverna»

William Blake

Una riforma importante nel campo della scuola e della formazione, a costo zero, potrebbe essere quella di apporre sulla porta d’ingresso di ciascuno di questi luoghi la poesia di Danilo Dolci, scritta nel 1970, che ha per titolo Ciascuno cresce solo se sognato:

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Fuor d’ironia, questi straordinari versi richiamano il senso ultimo di ogni azione formativa, che in chiave soggettiva è il processo di individuazione di sé, nel quale si immagina l’Altro – riconosciuto, accolto, ascoltato – come ancora non è; e in chiave politica, è la liberazione dell’immaginazione come passepartout della trasformazione sociale, per ridurre l’assurdo che c’è in un mondo ingiusto. Ma “se l’occhio non si esercita, non vede, se la pelle non tocca, non sa, se l’uomo non immagina, si spegne” [D. Dolci, Creatura di creature. Poesie 1949-1978, Feltrinelli, Milano, 1979].

Chi ha paura dell’immaginazione?

Qualche anno fa, Franco Lorenzoni, maestro elementare per quarant’anni a Giove, un piccolo paese dell’Umbria, ha raccontato in un libro il percorso formativo di un anno di vita di una quinta elementare. Una pubblicazione sui generis, dal titolo I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica [Sellerio editore Palermo, 2014], che, lontanissima dall’assomigliare a un testo didattico, raccoglie i dialoghi nati in aula attorno agli argomenti di studio. 

Si ha l’impressione – scrive Lorenzoni – «di ripercorre l’evolversi della cultura umana. Si prova la meraviglia del nascere del pensiero». Tra questi dialoghi, uno ha indagato il tema dell’immaginazione, a partire dal mito della caverna di Platone, portando alla luce il pensiero profondo, arguto, lucido delle ragazze e dei ragazzi, in grado di cogliere il disincanto cinico degli adulti che ripiegati su sé stessi depotenziano l’immaginazione di forme di vita nuova, a misura anche delle giovani generazioni.

L’epilogo del dialogo è scandito dalle parole perentorie di Marianna e Valeria.

MARIANNA: «Se uno dicesse a noi: ‘guarda che, al di fuori di questo mondo, ce n’è un altro più grande’, noi non ci crederemmo perché siamo troppo abituati, per generazioni, a vivere sempre in questo mondo, che cambia, sì, ma è sempre lo stesso…».

VALERIA: «Perché la nostra immaginazione ha confini, invece non ce li dovrebbe avere. Se ci dicessero, come dice Marianna, che all’infuori di questo mondo ce n’è un altro più bello, dove si scoprono cose fantastiche, la nostra immaginazione ha dei confini così limitati che non riesce a concepirlo quest’altro mondo, non lo capisce».

L’ipoteca tragica posta sul futuro dagli adulti, di cui le generazioni più giovani sono perfettamente consapevoli, la ricorda proprio su questo numero di Passion&Linguaggi, il filosofo Alfonso Maurizio Iacono: «I bambini giocano, i bambini immaginano. Gli adulti non giocano, gareggiano, non immaginano, ripetono. Dai bambini non emergono mondi impossibili, al contrario essi fanno nascere nuove possibilità che noi adulti, presi come siamo da noi stessi, non riusciamo a vedere».

Adattabilità versus immaginazione

Siamo in balìa di immaginari soggettivi e collettivi poveri di immaginazione e saturi di ideologie, riflessi condizionati e automatismi. Le rappresentazioni della realtà sono filtrate dalle piattaforme digitali e dalle cornici di pensiero proposte dai tecno-capitalisti dell’intelligenza artificiale. Qualcuno l’ha lucidamente definita Ipnocrazia

Il nostro habitat è una gabbia, una sottile e scarsamente percepita forma di schiavitù moderna, che poggia su quell’imperativo politico che la filosofa Barbara Stiegler ha definito: “l’adattabilità”. [B. Stiegler, Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico, Carbonio Editore, 2023]. Riecheggia il Pasolini di Scritti Corsari e la sua radicale critica a un capitalismo che detesta e si oppone a qualsiasi cambiamento sostanziale, continuando a replicare un presente assoluto, a tutelare sè stesso, ma con l’ambizione di diventare un’antropologia.

Dal mercato come regolatore sociale siamo infatti arrivati alla Ipnocrazia, con l’uso manipolatorio delle tecnologie digitali, gestite da un capitalismo della sorveglianza, sempre più aggressivo. Un frutto avvelenato, maturato nel tempo, di quel “neoliberalismo” teorizzato a fine anni trenta del ‘900 dal politologo Walter Lippmann che ritiene la democrazia, con i suoi tempi e le sue regole, un freno allo sviluppo, e ipotizza iniezioni di paternalismo, tecnocrazia e propaganda come terapia. 

Se la “dottrina Lippmann”, con le varianti tecnologiche sopraggiunte, a quasi cento anni di distanza sembra godere di ottima salute, qualche domanda sulla scarsa resistenza al conformismo e all’assuefazione al sistema dominante, colmo di assurdità (guerre, violenze, democrature, disuguaglianze, ecc.), per non dire della elaborazione di un pensiero critico e alternativo, dovremmo porcela.

Automatismi, trasgressione, nuove visioni

Gli automatismi nella nostra vita sono sempre esistiti. Le abitudini, le forme mentali, sono difficili da debellare, ma è incomprensibile che non ci si interroghi sulla loro natura – biologica e sociale – e sulle strategie educative e politiche adeguate per la loro gestione critica, atteso che il paradigma funzionalista ed efficientista, tecnocratico, apparentemente neutro che ci avvolge, è il Cavallo di Troia di un pensiero unico distruttivo e perciò ingiusto. 

In gioco c’è la libertà. E l’educazione, come direbbe Bell Hooks, allieva di Paulo Freire, è innanzitutto una pratica di libertà, quella che «rende possibili le trasgressioni – un movimento contro e oltre i confini – per poter pensare, ripensare e creare nuove visioni».

Si tratta di una questione etica, in quanto, secondo il filosofo Igor Pelgreffi, che ha dedicato un importante saggio al tema, l’automatismo è pervasivo, è formante, e rischia di passivizzare l’essere umano. Comprenderne la natura, fronteggiarlo, richiede intanto di mettere sotto osservazione quella dinamica che si crea tra l’apprendimento, nel tempo, di nuove abitudini, intesa come l’assunzione di una seconda natura, e il contro-movimento del corpo, considerato la prima natura [I. Pelgreffi, Filosofia dell’automatismo. Verso un’etica della corporeità, Orthotes, 2018].

Scrive Pelgreffi articolando il suo pensiero: “Occorrerà, in definitiva, concentrare lo sguardo sulla fase preliminare di questi processi, riandare al prima della loro esecuzione, e soffermarsi sul senso dell’espressione “apprendere un automatismo”. Non se esso, adesso, può cambiare, ma se esso, per come è stato appreso prima, può cambiare. Sono la maniera e lo stile, in un senso etico-antropologico, del cambiamento ciò che più conta affinché quel cambiamento sia concreto. Ma quella maniera e quello stile del nostro stare negli automatismi, non si apprendono in un istante a-storico. Non si incorpora mai un’abitudine in un istante. Abbiamo un’abitudine: non sappiamo come l’abbiamo acquisita. E sembra così che essa sia venuta da fuori, immotivatamente. Come vedremo, questa idea non tiene conto del potere della corporeità (può adattarsi, invece, al soggetto: qui risiede il vulnus della critica). La temporalità dell’attimo, con la sua necessità di un’invarianza dell’oggetto-automatismo da trapiantare, non descrive la reale dinamica dell’apprendimento critico, che è fatta di spazi, di tempi, di ritardi, diversioni e perdite nel processo stesso di apprendimento” [idem, pag.12].

Siamo di fronte a un fenomeno ambiguo, e perciò aperto, che l’educazione può

concorrere ad elaborare in una prospettiva positiva, se rigetta le cornici di pensiero disponibili e ripropone l’interrogazione su cosa significa diventare esseri umani. Questo vuol dire apprendere ad apprendere. Lo snodo educativo e politico è il corpo, il corpo vissuto, il Leib del quale parla Merleau Ponty, che nell’apprendere è capace anche di opporre resistenza “al processo di una sua totale assimilazione all’automatizzazione. L’attrito durante la sua ‘installazione’ nel corpo è il fondamento della critica all’automatismo” [Idem, pagg. 12-13]. 

Cosa può fare un corpo? L’intersoggettività che è inter-corporeità, può aumentare l’attrito, la resistenza all’automatizzazione, se accoglie il conflitto come costitutivo, e rigenerativo, della relazione con l’Altro, che se da un versante rappresenta, potremmo dire, un’azione di disturbo degli automatismi e un invito alla loro gestione critica, dall’altro può rimettere al mondo l’immaginazione, che si da solo grazie all’irruzione dell’alterità, e della differenza, al vissuto dell’esperienza, che dal sensus sui, soggettivo, unico, può condurre allo scambio di significati per dare alla vita le forme desiderate, da creare ex novo.

Rendere visibile l’invisibile: il linguaggio visionario di Anna Maria Ortese

Come sensibilizzarci all’immaginazione, che è una delle più importanti competenze simboliche dell’essere umano? L’arte rimane in tal senso l’esperienza emotiva e formativa più potente. Anna Maria Ortese, grande scrittrice del ‘900, esponente del cosiddetto realismo magico (o visionario), fece dell’immaginazione il suo codice narrativo, raccontando la realtà, spesso quella più cruda, rompendo il senso comune.  

Aveva conosciuto la sofferenza, Anna Maria, soprattutto per la morte di tre fratelli, uno dei quali, Antonio, suo gemello, durante la seconda guerra mondiale; ma si era imbattuta, prendendola a cuore, anche in quella degli altri, ritrovandosi – era nata a Roma e vissuta in Liguria – a vivere e a lavorare nel 1945 nella Napoli devastata e degradata del dopoguerra. Si “iscrisse” per così dire, alla categoria degli ultimi, dei senza dignità e riconoscimento, e da quella postazione intese raccontare, anticipando e captando, grazie alla sua enorme sensibilità e curiosità sociale, il naufragio di questo mondo, e la deriva dell’essere umano guidato da codici maschilisti, patriarcali, capitalisti, colonialisti, industrialisti, occidentali, un uomo, nelle sue sferzanti parole, “degradato da creatura a padrone”.

In un suo scritto dal titolo Il silenzio della ragione che compare come ultimo capitolo del libro Il mare non bagna Napoli, pubblicato da Einaudi nel 1953, la Ortese, accusata di svilire l’immagine di Napoli con i suoi scritti, criticò duramente il mondo intellettuale della Città per una certa rassegnazione e immobilismo da lei percepiti contro i mali della città. Lo scontro fu duro e per questa ragione lascio Napoli, ma il suo pensiero era chiaro: “Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante”.

Goffredo Fofi, grande critico letterario e amico della Ortese, così rileggeva sinteticamente il suo pensiero: “Il nostro distacco, la nostra separazione dalla natura e dal cosmo (è il tema che ha dato il titolo all’altra raccolta adelphiana dei suoi interventi, Corpo celeste), è il vero peccato originale, per lei, ed è distacco o separazione da un’appartenenza universale, che impedisce all’essere umano di godere di una pienezza, di un’armonia, e perché è spia di molte altre cose, per esempio della violenza che l’uomo esercita anche sui suoi simili, della distanza e incomprensione per l’essenza e unicità del creato di cui ogni essere vivente, e anche ogni vegetale e ogni minerale, è tuttavia parte” [G. Fofi, Animali come noi, Il Sole 24 Ore 7 maggio 2016]. 

Basta ripassare i titoli dei suoi libri più importanti – Il mare non bagna Napoli, Alonso e i visionari, Il cardillo addolorato, L’iguana, Il monaciello di Napoli, Il porto di Toledo, Corpo celeste – per comprendere il canone narrativo della Ortese, non immediato da cogliere, metaforico, espressivo di sentimenti amari, dolorosi, ma nient’affatto catturato nel realismo, anzi conscio che dall’ambiguità e dalla complessità della realtà può nascere un’alternativa per ripensare l’umano, più in connessione e in armonia con tutte le altre alterità.  Scritti, quelli della Ortese, che hanno per protagonisti figure immaginarie, di un’alterità non umana, che dando voce ai derelitti, ai marginali, ai sofferenti, sbattono in faccia all’umano il suo fallimento e le sue contraddizioni: un’iguana, un cardellino (‘o cardillo), un puma, ‘o munaciello (spiritello deforme che la leggenda vuole che porti fortuna o la malasorte). 

Un linguaggio narrativo immaginifico, che intende fare emergere la compassione per tutto ciò che è piccolo, debole, fragile; la pena dell’oppresso e la violenza dell’oppressore; che mira a rendere visibile ciò che agli occhi di molti rimane (anche volutamente) invisibile, e che si affida all’immaginazione per descrivere l’inimmaginabile inteso come inaccettabile, ossia a dove può arrivare l’essere umano, quando distrugge il rapporto con l’Altro, con gli altri viventi, ma anche con le cose. E soprattutto quando smarrisce il senso della sua identità aperta, in movimento. 

La zingara sognante, così Pietro Citati definì Anna Maria Ortese.

Ascoltiamo la voce di Anna Maria Ortese. Immaginandoci in dialogo con lei.

Ecco, ho finito. Ho finito anche di essere uno scrittore – se mai lo sono stata -, ma sono lieta di averlo tentato. Sono lieta di aver speso la mia vita per questo. Sono lieta, in mezzo alle mie tristezze mediterranee, di essere qui. E dirvi com’è bello pensare strutture di luce, e gettarle come reti aeree sulla terra, perché essa non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare, o quel luogo di schiavi che a molti si dimostra – se vengono a occupare i linguaggi, il respiro, la dignità delle persone. A dirvi come sia buona la Terra, e il primo dei valori, e da difendere in ogni momento. Nei suoi paesi, anche nei suoi boschi, nelle sorgenti, nelle campagne, dovunque siano occhi – anche occhi di uccello o domestico o selvatico animale. Dovunque siano occhi che vi guardano con pace o paura, là vi è qualcosa di celeste, e bisogna onorarlo e difenderlo. 

So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.

C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo splendore in scatolame e merce, ma deve vivere e essere felice con altri sistemi, d’intelligenza e di pace, accanto a queste forze celesti. Che queste sono le guerre perdute per pura cupidigia: i paesi senza più boschi e torrenti, e le città senza più bambini amati e vecchi sereni, e donne al disopra dell’utile. Io auspico un mondo innocente. So che è impossibile, perché una volta, in tempi senza tempo e fuori dalla nostra possibilità di storicizzare e ricordare, l’anima dell’uomo perse una guerra. Qui mi aiuta Milton, e tutto ciò che ho appreso dalla letteratura della visione e della severità. 

Vivere non significa consumare, e il corpo umano non è un luogo di privilegi. Tutto è corpo, e ogni corpo deve assolvere un dovere, se non vuole essere nullificato; deve avere una finalità, che si manifesta nell’obbedienza alle grandi leggi del respiro personale, e del respiro di tutti gli altri viventi. E queste leggi, che sono la solidarietà con tutta la vita vivente, non possono essere trascurate. Noi, oggi, temiamo la guerra e l’atomica. Ma chi perde ogni giorno il suo respiro e la sua felicità, per consentire alle grandi maggioranze umane un estremo abuso di respiro e di felicità fondati sulla distruzione planetaria dei muti e dei deboli – che sono tutte le altre specie -, può forse temere la fine di tutto? Quando la pace e il diritto non saranno solo per una parte dei viventi, e non vorranno dire solo la felicità e il diritto di una parte, e il consumo spietato di tutto il resto, solo allora, quando anche la pace del fiume e dell’uccello sarà possibile, saranno possibili, facili come un sorriso, anche la pace e la vera sicurezza dell’uomo.

Ecco, come sono venuta vado via; e vi ringrazio di avermi ascoltata; mi scuso se ho detto troppo o confusamente; e se ho detto poco, e se ho potuto dispiacervi. Come dicono i bambini: non l’ho fatto apposta. Vi auguro un buon giorno di pace e di comprensione. La vita è più grande di tutto, ed è in ogni luogo, e da tutte le parti – proprio da tutte le parti – chiede amicizia e aiuto. Non chiede che questo. E il valore di ogni buona risposta è immenso, se anche non dimostrabile. Amate e difendete il libero respiro di ogni paese, e di ogni vita vivente.

Questo invito, alla fine, calma e consola la mia stessa tristezza, e il senso di essere stata uno scrittore inutile. Ma non lo sono stata del tutto se, oltre il mio respiro, ho appreso a desiderare il libero respiro di ogni creatura e di ogni paese. È tutto, il respiro. È Dio stesso; ed è la cultura quando non fine a se stessa; quando, d’un tratto – voi non lo sapevate che era anche questo -, solleva e trasporta i popoli, come fa a volte, con le confuse onde del mare, un gran vento celeste.

19 febbraio 1980

Corpo celeste – Anna Maria Ortese

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