GIOVANI, DISAGIO E CRISI DELLA SOCIETÀ ADULTA
«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Risponde così Marco Polo alla domanda del Gran Kan, a conclusione del capolavoro di Italo Calvino Le città invisibili. Un libro che ha un forte contenuto educativo. Nel cuore della complessità in cui vivono i giovani oggi, si nasconde un “inferno”, che spesso sembra avere la meglio, fatto di sfide, difficoltà, disorientamenti. Davanti a questa realtà abbiamo due possibilità: chiudere gli occhi, girarci dall’altra parte, accettando la realtà e lasciandoci sopraffare, oppure imparare a cercare lì in mezzo a quell’inferno ciò che inferno non è, senza rassegnarsi. È in questa seconda via che risiede la sfida educativa che ci spinge a cercare sempre la parte positiva che abita in ognuno di noi, anche nei ragazzi che attraversano situazioni difficili e a dare spazio a quelle scintille di positività, capacità e risorse che ogni giovane porta con sé. Educare significa quindi saper vedere oltre le difficoltà, valorizzare le potenzialità nascoste e costruire relazioni che accendano luce laddove sembra esserci solo oscurità. In questo modo l’esperienza dell’apprendimento viene trasformata in un percorso di crescita autentica e di speranza.
IL DISAGIO GIOVANILE COME SPECCHIO DEL NOSTRO TEMPO.
Sdraiati, zombi digitali, bamboccioni, maranza, bimbominkia, generazione tiktok. Sono queste alcune delle etichette, tutte dispregiative, con cui il mondo degli adulti definisce i giovani, incastrandoli, a suon di stereotipi, in una palude che impantana storie, nomi, unicità. Lì dentro, abbiamo bloccato i loro passi e saccheggiati del loro futuro.
L’uomo è un animale sociale che si forma, e riforma, continuamente nelle relazioni; dopo ogni incontro con l’Altro, noi diventiamo qualcosa di diverso rispetto a ciò e come eravamo prima di quell’incontro. Va da sé che se gli adulti continuano a definire e a guardare i giovani con quelle lenti, fatte di pregiudizi, finiranno con il fissare nella mente, nel corpo e nei comportamenti dei giovani proprio quegli stereotipi, rafforzandoli. I giovani continueranno a specchiarsi in quello sguardo giudicante che definirà, continuamente, la loro identità, abbassando la loro autostima sempre più. Un corto circuito perfetto.
Il più grande desiderio degli uomini è essere desiderati, riconosciuti. L’indifferenza è proprio il venir meno del diritto dell’altro di essere nel nostro focus attenzionale, come ci spiegano Vittorio Gallese e Ugo Morelli, rispettivamente professore di neuropsicologia e neuroscienze cognitive e psicologo e studioso di scienze cognitive. Un giovane che non si sente visto, riconosciuto o appartenente a una comunità può progressivamente smettere di investire anche nell’apprendimento che, appunto, si esplicita anche nelle relazioni e in quel riconoscimento. È chiaro che se il riconoscimento dei giovani da parte degli adulti passa da quel linguaggio e da quelle etichette, allora i ragazzi e le ragazze faticano a sentirsi desiderati e riconosciuti a tal punto che, probabilmente, decidono di irrompere nel focus attenzionale dei grandi in maniera provocatoria e violenta, quasi fosse un grido sordo e disperato di aiuto. Oppure, tentano di farsi riconoscere all’interno di logiche di gruppo, facendosi forza nel conformismo che, alla fine, ha anche un retrogusto di anonimato.
Un linguaggio nuovo
Se, come dice Ludwig Wittgenstein, “i limiti del mio linguaggio definiscono i limiti del mio mondo” occorre allora iniziare a cambiare le parole con le quali definiamo i giovani, e rappresentiamo la realtà, buttando giù quei confini fatti di negatività che imprigionano le nuove generazioni e che rischiano di diventare profezie che si autoavverano. I giovani sono infatti il bene comune più importante che abbiamo: sono i germogli del nostro futuro e, per questo, dobbiamo prendercene cura perché possano sbocciare in tutta la loro bellezza e originalità. Ma soprattutto sono soggetti impegnati a capire chi sono qui e ora, nel presente!
Spiega bene don Virginio Colmegna: “Oggi i linguaggi violenti e il male sembrano affascinare e aggregare maggiormente o, addirittura gli unici possibili. Il bene, in questo modo, finisce relegato a questione individuale quando, invece, è creativo e capace di generare futuro e vita. Una società che non ragiona sulla nonviolenza, o la confina a idealismo, soggettività o moralismo, rendendola sostanzialmente irrilevante, è una società dove il rapporto interpersonale diventa violento o alternativo, o comunque di difesa. La nonviolenza, invece, è capace di far trionfare il noi, spingendoci in avanti”. Il linguaggio duro e violento con cui descriviamo il mondo finisce per incarnarsi nelle persone, intossicando continuamente le relazioni. Sulla Gazzetta di Parma, lo scorso 29 aprile, Vittorio Gallese aggiunge: “uno dei nostri problemi – di cui sono in parte causa i media – è che siamo bombardati da messaggi negativi dalla mattina alla sera, su futuro, clima, guerre. Siccome siamo come spugne che assorbono l’ambiente in cui viviamo (non ultimo il nostro cervello, che è un organo altamente plastico, molto influenzato dal clima in cui viviamo), se abitiamo un clima sociale in cui prevalgono emozioni negativo, è ovvio che, per molti di noi, introiettarle diventa un passaggio obbligato. Questo crea una sorta di camera di risonanza, che aumenta la negatività del mondo in cui viviamo”.
C’è bisogno, dunque, di un linguaggio positivo, improntato alla cooperazione e alla collaborazione senza le quali, come dice Gallese, “ci saremmo estinti molte migliaia di anni fa. Non è un fatto romantico, lo dice la biologia. L’aspetto cooperativo è uno dei tratti distintivi della specie umana. Bisognerebbe capitalizzare su questo. I modelli a cui siamo esposti vanno in direzione opposta e questo alimenta la negatività” di cui parlavo sopra.
In questo senso, la fragilità mostra tutto il suo carico pedagogico quando ci pone davanti al senso del limite spingendoci a cercare nella relazione e nella collaborazione con gli altri la via per resistere e contrapporsi al delirio di onnipotenza tipico di questi tempi segnati dall’individualismo, offrendoci un modello cooperativo dentro un sistema che sembra proporre soltanto un paradigma competitivo.
Ribaltiamo il punto di vista
Per comprendere il “disagio” – di cui siamo colpevoli – delle nuove generazioni dobbiamo smettere di chiederci che cosa sia successo ai giovani e cominciare, invece, a domandarci cosa sia successo al mondo nel quale chiediamo loro di diventare adulti. È lì che vanno cercate risposte e soluzioni, smettendo di inseguire consensi sulla loro pelle, abbandonando linguaggi repressivi e di violenza, tornando a offrire loro speranza e futuro, considerandoli un investimento collettivo e non un costo sociale da tagliare. Solo così potremo ridare loro ciò che abbiamo soffocato: la possibilità di liberare tutta la loro energia e creatività per immaginare un altro mo(n)do di vivere e stare insieme.
Questo non significa assecondarli o giustificarli su tutto, ma aprire degli spazi per liberare la loro energia e progettualità: la loro potenzialità generativa.
È urgente, quindi, ricostruire quella rete sociale che ha consentito ai giovani, nel passato, di esprimere tutto il loro potenziale. La realtà dei fatti, però, ci dice altro. Ci dice che sta vincendo la logica perdente, punitiva e repressiva che, dopo aver dipinto i giovani come violenti, maleducati, inaffidabili, propone, come soluzione, quella di considerarli, nel minor tempo possibile, al pari degli adulti, buttati a forza nel mondo dei grandi senza aver ricevuto gli strumenti necessari a interpretare la realtà e con una sfilza di pregiudizi a carico che lascia poco spazio alla misericordia.
Come altro leggere il provvedimento che introduce la presunzione della capacità di intendere e volere per i minori dai 14 anni, invertendo l’onere della prova. “La presunzione della capacità di intendere e di volere per chi ha compiuto quattordici anni sostituisce alla valutazione individuale della maturità, della personalità e del contesto dell’adolescente un automatismo che finisce per equipararlo a un adulto, ignorando le specificità dello sviluppo cognitivo e delle competenze decisionali riconosciute dalla scienza. Il provvedimento prosegue una tendenza già avviata con il decreto Caivano e con i successivi interventi in materia di sicurezza: meno accertamenti sulla personalità e meno spazio per i percorsi educativi, a favore di automatismi, repressione e ricorso al carcere” scrive l’Unione Nazionale Camere Minorili.
Cosa sta succedendo?
I ragazzi stanno crescendo all’interno di una trasformazione rapidissima e multidimensionale dentro la quale cambiano contemporaneamente tecnologia, lavoro, relazioni, linguaggi, modelli familiari, rapporto con l’autorità, comunicazione e perfino la percezione del tempo.
Il corto circuito nasce quando le istituzioni chiamate a occuparsi della loro educazione continuano ad agire sulla base di modelli, ormai interiorizzati, nati in un mondo che era più lento, più stabile e prevedibile. Come spiega la psicologa Katia Provantini, per generazioni diventare adulti ha significato muoversi all’interno di una promessa implicita che assicurava lo status di adulto a fronte del raggiungimento di obiettivi: studiare, acquisire una professionalità, trovare un lavoro, rendersi autonomi, costruire relazioni e magari una famiglia, e immaginare una condizione futura migliore o almeno relativamente stabile. Questa promessa oggi è molto più debole o addirittura assente.
Millenials e Generazione Z, sono i primi giovani in epoca moderna che vedranno interrompersi il mito novecentesco della crescita lineare di benessere. Per la prima volta, scontano già oggi il peggioramento delle condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti. Non solo. Il futuro è visto come una minaccia dalla quale difendersi.
D’altronde, se un adolescente alza lo sguardo sul mondo incontra guerre, crisi ambientali, pandemie, instabilità geopolitica, trasformazioni tecnologiche inimmaginabili e un mondo del lavoro del quale è difficile persino immaginare le professioni future.
E quando il futuro smette di attrarre, il rischio è quello di ripiegare difensivamente sul presente. La ricerca continua di esperienze, il tutto qui e ora, la difficoltà ad accettare percorsi lunghi il cui risultato e beneficio è inevitabilmente proiettato proprio in quel futuro da fuggire, possono essere letti anche da questa prospettiva. Se il domani è percepito come incerto, perché dovrei sacrificare l’oggi per costruirlo?
Il problema è evidente anche nei numeri della demografia italiana. Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini e il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna. La denatalità ha certamente più cause ma questi numeri raccontano comunque una società che incontra una crescente difficoltà nel trasformare il futuro desiderato in progetto possibile.
In un Paese che invecchia e si assottiglia in termini di giovani, una scuola, un percorso educativo, un servizio per i giovani possono essere considerati prevalentemente un costo e non un investimento. Investire, invece, presuppone la convinzione che ciò che facciamo produrrà un valore da redistribuire alla collettività. oppure un investimento.
La società della prestazione.
A questa incertezza si aggiunge anche la deriva performativa che la società sembra chiederci costantemente, fino a costringerci a dover apparire ciò che non siamo per conquistare, sgomitando, uno status o un posizionamento sociale.
Viviamo infatti immersi in una cultura della performance che ci chiede di realizzarci, essere competenti, visibili, interessanti, efficienti, possibilmente speciali. Quante volte negli ambienti che si occupano di educazione abbiamo sentito spronare le ragazze e i ragazzi con un bel “Se ti impegni, ce la fai”. È la versione positiva del più demolitore “se non ce la fai è perché non ti impegni” che scorda storie, difficoltà, problematiche e la capacità di orientamento che non deve mai mancare per accompagnare, in modo completo e armonioso, la crescita di un adolescente.
La meritocrazia è un inganno perché le condizioni di partenza non sono uguali per tutti. Il contesto familiare, economico, territoriale, culturale e relazionale incide sulle opportunità e sulle possibilità di riuscita. E l’impegno non produce sempre automaticamente il risultato sperato. In più, se rafforziamo l’idea che il successo dipenda esclusivamente dall’individuo, oltre a picconare il concetto di cooperazione, otterremo come conseguenza inevitabile la maturazione della convinzione che anche il fallimento dipenderà esclusivamente dall’individuo stesso. Dunque, anziché diventare un’occasione di crescita e di richiesta di aiuto, il fallimento da inciampo diventerà un (auto)giudizio sulla persona stessa che si sentirà fallito o mediocre. La meritocrazia, quindi, è per natura immeritocratica.
La scuola può involontariamente rafforzare questo meccanismo quando la valutazione smette di essere una fotografia parziale e temporanea di un apprendimento e viene percepita come un giudizio sul valore della persona. L’ansia da voto, infatti, non nasce soltanto dalla paura di un numero basso ma da una domanda più profonda: quanto valgo?
Per questo la scuola, e la formazione professionale ha molto da dire sull’argomento, deve privilegiare la personalizzazione della didattica in modo da renderla sfidante in funzione delle condizioni, delle attitudini e delle caratteristiche delle allieve e degli allievi. In questo modo si esce da quella logica che insegue la performance, promuovendo una didattica sartoriale capace di aumentare l’ingaggio cognitivo delle allieve e degli allievi e stimolare la loro crescita, mettendo ognuno nelle condizioni di tendere al meglio delle proprie possibilità in quella determinata materia e disciplina. Ed è quel percorso che deve essere valutato. Non quindi una scala oggettiva, che peraltro asciuga le unicità delle persone che invece sono il vero valore aggiunto, ma una scala soggettiva che tiene conto della persona nella sua interezza e irripetibilità.
La valutazione dovrebbe quindi recuperare soprattutto una funzione educativa: riconoscere per far crescere, non classificare per separare.
Significa, anche, accompagnare i ragazzi nell’errore, considerandolo una delle forme più alte dell’apprendimento. Significa sospendere il giudizio – che preclude ogni possibilità – per lasciare spazio alla relazione, alla fiducia e alla possibilità di cambiamento. Significa trasformare fragilità, difficoltà e differenze culturali in occasioni di crescita collettiva.
Prima dell’individuo viene la relazione
C’è poi una contraddizione culturale ancora più radicale. Chiediamo continuamente a un giovane di diventare “sé stesso”, trovare la propria strada, realizzarsi individualmente. Ma l’essere umano non costruisce sé stesso da solo. Noi diventiamo ciò che siamo dentro le relazioni. Provantini spiega bene che prima ancora di possedere un’immagine di sé, il bambino incontra lo sguardo di qualcuno che gli restituisce progressivamente chi è. La fiducia, il limite, il riconoscimento, l’autonomia nascono originariamente dentro una relazione. Con l’adolescenza il quadro cambia.
Il ragazzo deve progressivamente separarsi proprio dagli adulti dai quali, fino a quel momento, è dipeso. Deve sperimentare autonomia, mettere in discussione regole e valori, confrontarsi con il mondo esterno.
E soprattutto cambia lo sguardo che conta. A quello dei genitori si affianca, e spesso si sostituisce, quello dei pari. Essere riconosciuti dai coetanei diventa fondamentale. Ma il gruppo è contemporaneamente desiderato e temuto: può accogliere ed escludere, confermare il proprio valore oppure metterlo in discussione.
Protezione o accompagnamento?
Parlare dei giovani significa quindi inevitabilmente parlare degli adulti.
Anche genitori, insegnanti ed educatori sono immersi nello stesso cambiamento e spesso non possiedono strumenti consolidati per capirlo e affrontarlo.
Una delle risposte, in questa incertezza diffusa, può essere l’iperprotezione che rappresenta il desiderio, pure comprensibile, di evitare ai figli sofferenza, frustrazione, conflitto ed errore. In queste pieghe si genera però un paradosso: nel tentativo di renderli più sicuri impediamo loro di fare le esperienze attraverso le quali si costruisce la sicurezza.
Crescere significa anche incontrare un limite, perdere, aspettare, sbagliare, essere esclusi da qualcosa o qualcuno, misurarsi in una prova, ricalcolare il percorso, riorientarsi. Il compito dell’adulto non è quindi eliminare qualsiasi ostacolo, spianando la strada, ma esserci mentre il giovane impara ad affrontarlo, guardarlo cadere e assicurarsi che riesca a rialzarsi.
I ragazzi hanno bisogno di adulti credibili, capaci di indicare un limite, assumersi una responsabilità e sostenere un conflitto senza interrompere la relazione.
E hanno bisogno anche di adulti capaci di dire: non lo so. Ma sono comunque lì a interrogarsi e dubitare insieme, dimostrando di saper accogliere le domande anche quando non hanno necessariamente una risposta.
Perché educare non significa possedere tutte le risposte ma saper stare un passo accanto ai giovani sostenendo il loro percorso di crescita fatto, anche, di atti inediti di creatività capaci di progettare l’inedito che magari ci spaventa ma che è necessario per trovare alternative possibili a ciò che ha ampiamente dimostrato di aver fatto danni.
Il digitale: non demonizzarlo, insegnare a governarlo
Lo smartphone è diventato il convitato di pietra di qualsiasi riflessione sulla condizione giovanile e il capro espiatorio con cui viene spiegata le fragilità dei giovani. Lo sterco del demonio digitale da boicottare, come sentenziano gli adulti con il cellulare in mano.
Pensare che il problema consista semplicemente nell’oggetto rischia di impedirci di vedere la trasformazione più profonda. Per un adolescente il digitale non è uno strumento aggiunto alla realtà: è parte della realtà sociale nella quale cresce. Attraverso lo smartphone costruisce relazioni, osserva il mondo, ricerca informazioni, si presenta agli altri, verifica il proprio riconoscimento e sperimenta appartenenze.
La questione dello sguardo sociale viene così amplificata enormemente. Anche perché dietro le quinte della vita rimane forte per ciascuna e ciascuno di noi la questione del riconoscimento.
Un adolescente ha sempre desiderato essere accettato dai suoi pari. Oggi però quello sguardo e quella approvazione – il riconoscimento – possono essere inseguiti e misurati a colpi di like, condivisioni, commenti, follower, visualizzazioni, quasi fossero una moneta sociale che, anziché finire nel portafoglio, gonfia l’identità dei giovani. Inoltre, gli algoritmi selezionano progressivamente ciò che vediamo, creando ambienti nei quali incontriamo con maggiore probabilità contenuti coerenti con ciò che già ci interessa, ci piace o ci indigna.
È il meccanismo delle bolle informative.
La risposta educativa non può essere soltanto la proibizione.
Uno smartphone può distrarre, ma può anche diventare un potentissimo dispositivo di ricerca, documentazione, produzione e apprendimento.
Il compito educativo è insegnare a governare lo strumento invece di esserne governati e a usarlo in modo consapevole e responsabile.
Uno dei rischi da tener presente è che l’algoritmo è programmato, spesso, per darci ragione e compiacerci: il rischio è aspettarsi lo stesso dagli altri esseri umani, esponendo le relazioni tra persone a forti tensioni alimentate dalla frustrazione che si genera nel gap tra ciò che ci aspettiamo e ciò che riceviamo dall’altro. L’assuefazione all’accondiscendenza azzera la tolleranza alla critica e spalanca le porte al conformismo. Inoltre, ricorda Gallese, il rischio non è tanto che l’AI generativa ci sostituisca, ma che ci modelli e uniformi nei nostri processi di individuazione. Il digitale, infatti, modifica il modo in cui percepiamo la realtà e contribuisce alla costruzione dei significati, intensificando al tempo stesso il coinvolgimento sensoriale delle persone.
A partire da riflessioni sostenute dalle neuroscienze e dalla pedagogia sul rapporto tra umano e digitale, possiamo comunque affermare che l’AI rappresenti un fattore abilitante dell’apprendimento, capace di rendere la didattica più personalizzata, inclusiva ed efficace, evidenziandone opportunità, rischi e implicazioni culturali. È urgente promuovere una cittadinanza consapevole nell’era digitale, fondata su pensiero critico, responsabilità e capacità di resistenza a processi che sembrano essere sempre più veloci.
All’interno della grande velocità con cui avvengono oggi i cambiamenti, il ciclo di vita delle competenze tecniche, le cosiddette hard skills, è molto più corto rispetto a quello delle soft skills. Ecco perché queste ultime diventano fondamentali. Più sono forti e strutturate e più rappresenteranno il solido e affidabile pavimento sul quale poggiare, di volta in volta le competenze tecniche che ci troveremo di fronte: pensiero critico, come già detto e, soprattutto, apprendere ad apprendere costituiscono il passaporto di cittadinanza futura per essere cittadine e cittadini responsabili e lavoratrici e lavoratori capaci di governare il cambiamento, senza subirlo, rendendolo occasione per costruire e coltivare nuove opportunità.
La nuova alfabetizzazione: sapere se una cosa è vera
Questo introduce forse una delle responsabilità più importanti della scuola contemporanea.
Per secoli uno dei problemi fondamentali è stato accedere alla conoscenza. Oggi l’accesso all’informazione si è notevolmente abbassato, un fatto certamente democratico. La questione, però, è che ora ci troviamo immersi in una quantità di informazioni infinitamente superiore a quella che possiamo elaborare.
Internet è ormai il principale punto di accesso all’informazione per una parte crescente della popolazione italiana, soprattutto tra i giovani.
Ecco che il senso critico può aiutarci a districarci in questo turbinio informativo, aiutandoci a capire chi ha generato l’informazione e sulla base di quali fonti; perché mi viene mostrata quella particolare notizia, come posso verificarla; quale differenza passa tra un’opinione, un’esperienza personale e, appunto, una notizia.
Ma quali sono oggi i luoghi educativi che curano il sapere critico? La scuola, recuperando una prospettiva educativa integrale, che cioè non si ferma all’istruzionismo, può insegnare qualcosa di importante: come trasformare l’informazione in conoscenza e la conoscenza in capacità di giudizio.
Una società velocissima ha bisogno anche di luoghi lenti
C’è infine un elemento comune a molte di queste trasformazioni: la velocità.
Notifiche, video brevi, messaggi, informazioni, immagini e conversazioni si sovrappongono continuamente.
Viviamo nella simultaneità.
E la simultaneità rischia di togliere spazio alla riflessione.
La scuola deve insegnare che esistono momenti nei quali occorre fermarsi, approfondire, riflettere, confrontarsi, tornare su una domanda, dubitare, cambiare idea. Può, insomma, insegnare a diventare cittadini nel pieno possesso dei propri diritti.
La sfida è costruire ambienti educativi capaci di alternare azione e riflessione, tecnologia e relazione, individualità e comunità, sapere ed esperienza.
QUANDO UNA SOCIETÀ SMETTE DI PRENDERSI CURA
Dove abbiamo sbagliato?
Eppure, il nostro Paese è stato la culla di straordinari avanzamenti sociali con la psichiatria democratica, il rinnovamento della professione giornalistica, il servizio sanitario nazionale, la medicina del lavoro, lo Statuto dei lavoratori, giusto per citarne alcuni. Tutti aspetti di crescita democratica che vennero avanti in parallelo mancando tuttavia di un evidente sbocco politico interrotto con il fallimento della solidarietà nazionale nel 1979. Bisognerebbe recuperare quella visione profetica che ridia attenzione al bene comune e ristabilisca l’urgenza di mettersi a immaginare un’idea di futuro possibile da raggiungere insieme.
Abbiamo assistito negli anni all’indebolimento di tutti quei servizi che consentivano di intercettare disagio e fragilità, costruendo luoghi in cui accoglierle e trasformarle in una occasione di crescita collettiva, anziché aspettare che diventassero patologie e problematiche conclamate. I tagli alla spesa pubblica, la riduzione del personale sanitario e la frammentazione del welfare locale hanno indebolito la rete dei servizi pubblici di prossimità, riducendo la capacità di intercettare tempestivamente il disagio giovanile dandogli una forma e una direzione di speranza. Questa è la differenza che passa tra promuovere relazioni di cura e arrancare, invece, all’inseguimento dei problemi, salvo poi arrendersi e cercare scuse e spiegazioni. Il risultato è stata solitudine ed esplosione dell’emergenza, con pochi strumenti per interpretarla e gestirla, per giunta. È chiaro che per un’opinione pubblica disorientata e tartassata da continue notizie, portata all’esasperazione e stretta nelle proprie filter bubbles, fatte di fake news, numeri generici, analisi mancate e taciute, pensiero unico dominante e conformismo, dove si alimentano in continuazione un clima di paura e una perenne emergenza, la soluzione non può che essere la repressione. Insomma, è la logica del mercato e del modello neoliberista che inonda anche il sociale: creo la domanda e offro la soluzione. E, non ultimo, prendo i voti. Il dramma è che interessano più i voti dei giovani, che peraltro sono sempre meno. L’obiettivo è parlare alla pancia del paese, quella guardona e assetata di sangue, gettandole in pasto i mali del paese, tra cui i giovani, in nome di un tornaconto elettorale, misero e velleitario, che indica colpevoli e non cerca soluzioni. Abbiamo venduto i sogni dei giovani in cambio di un incubo collettivo.
Un passo indietro.
Se vogliamo capire perché oggi è così difficile gestire il disagio giovanile, dobbiamo volgere lo sguardo su ciò che è cambiato intorno agli adolescenti.
Come si diceva, negli ultimi decenni si è progressivamente indebolita, o comunque resa più discontinua e diseguale, quella rete di presìdi intermedi che aveva il compito di intercettare le difficoltà prima che diventassero emergenze: servizi sociali territoriali, consultori, educativa di strada e domiciliare, centri di aggregazione giovanile, centri diurni, doposcuola socioeducativi, interventi sulle dipendenze, associazionismo e luoghi accessibili di socialità, sport e cultura.
Non si è trattato di uno smantellamento lineare. La storia è più complessa. Tra gli anni Settanta e Duemila, l’Italia aveva progressivamente immaginato un modello di welfare territoriale nel quale scuola, servizi sociali, sanità, consultori, Comuni e, poi, Terzo Settore avrebbero dovuto costituire una rete. La legge sui consultori del 1975, gli interventi per l’infanzia e l’adolescenza degli anni Novanta e soprattutto la legge 328 del 2000 sul sistema integrato dei servizi sociali esprimevano precisamente questa idea: il disagio andava intercettato nella vita quotidiana delle persone e delle comunità e i servizi diventavano un vero e proprio diritto di cittadinanza. In fondo era una delle pesanti eredità della rivoluzione basagliana che ci ha insegnato che le fragilità sono una responsabilità collettiva e che ognuno di noi, per il proprio ruolo, deve farsene carico.
Un punto di rottura particolarmente significativo arriva con la crisi finanziaria e con la stagione dei tagli tra la fine degli anni Duemila e l’inizio del decennio successivo. Il Fondo nazionale per le politiche sociali subisce una contrazione drastica: la quota destinata a Regioni e Province autonome si riduce in maniera importante e, nello stesso periodo, vengono ridimensionate anche altre risorse destinate alle politiche familiari e giovanili. Eppure non è stato un continuo arretramento perché, negli anni successivi, i finanziamenti tornano a crescere e la spesa sociale dei Comuni recupera. Tuttavia, questa ha prodotto un sistema frammentato, troppo basato sulla capacità economica e amministrativa dei singoli territori e, quindi, sempre più diseguale e difforme tra le varie aree del Paese.
Il risultato non è stata una scomparsa improvvisa dei servizi ma un continuo arretramento: un centro giovanile con meno ore, un progetto educativo che dura in funzione del finanziamento, un assistente sociale costretto a concentrarsi sulle emergenze, un consultorio difficile da raggiungere, un servizio di neuropsichiatria infantile sovraccarico, un educatore che entra in scena quando la situazione è già compromessa. Un servizio può continuare formalmente a esistere e, nello stesso tempo, perdere una parte della propria capacità di prevenzione. E se meno persone riescono ad accedervi, quel servizio perde di senso e si svuota, precipitando in un arretramento inesorabile. Si contrae la domanda e viene meno l’offerta. È il mercato, bellezza.
Disuguaglianze territoriali
La lotteria della nascita prevede sommersi e salvati anche dal punto di vista della quantità e qualità di servizi sociali e socioeducativi disponibili a seconda del luogo in cui un giovane nasce e cresce. Le differenze tra Nord e Sud del Paese, in termini di spesa sociale pro-capite, sono molto accentuate tanto che parlare di un unico sistema italiano di prevenzione del disagio è fuorviante e rischia di portarci fuori pista quando facciamo analisi.
A questo si aggiunge la crescente pressione sui servizi specialistici per la salute mentale, fenomeno in forte aumento, e la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Spesso cambiano radicalmente i tempi che intercorrono tra il momento in cui si intercetta un malessere in un giovane e quello in cui quel giovane viene preso in carico dal servizio competente. In quell’intervallo, più o meno lungo, si rischia il ritiro sociale del giovane o la dispersione scolastica; oppure, giustamente il ragazzo continua a frequentare quella stessa scuola che, nel frattempo, tenterà di accogliere e contenere la sofferenza, al meglio delle proprie possibilità e con le risorse disponibili.
La vera disintermediazione.
Per questi motivi rischia di essere un esercizio inutile e demagogico, che appassiona alcuni media e la parte miope della politica, perdersi nelle caccia al responsabile da additare e a cui addossare la colpa del disagio giovanile: i genitori incapaci di educare e di esercitare autorità o autorevolezza, gli insegnanti che non sanno più tenere la classe e non sanno farsi rispettare, i ragazzi che non rispettano regole e adulti, gli psicologi che non bastano. Analisi zeppe di pregiudizi che non producono alcun avanzamento, anzi deviano il senso della discussione. Il punto vero è che una società che ha perso quei luoghi intermedi di cui si parlava pocanzi, ha finito per incontrare i giovani solo quando il disagio diventa visibile, estremo, i problemi conclamati e l’emergenza esplode: a scuola, al pronto soccorso, nei servizi specialistici, nelle forze dell’ordine, in carcere dove, peraltro, l’uso degli psicofarmaci è la normalità.
Una disintermediazione che ha prodotto solitudini commoventi dentro le quali il disagio si è trasformato in una storica e deprimente sconfitta collettiva.
Prevenire è meglio che curare.
In questo smottamento a farne le spese è stata la prevenzione che ci consentiva di poter incontrare un ragazzo prima che diventi un caso, una diagnosi, una patologia: quando comincia a non uscire più di casa, quando abbandona lo sport, quando frequenta meno gli amici, quando salta qualche giorno di scuola, quando cambia improvvisamente comportamento. Prevenzione che garantiva, anche, la presenza di adulti nei quartieri e nei luoghi dove gli adolescenti si riunivano semplicemente perché esercitavano il loro diritto a essere giovani.
Per questo la difficoltà contemporanea di gestire il disagio giovanile non può essere letta soltanto come una crisi della scuola o della famiglia. È anche una crisi, o almeno una trasformazione profonda, dell’intero ecosistema sociale che circonda i ragazzi. Abbiamo progressivamente concentrato sulla scuola una quantità crescente di aspettative educative, preventive, sociali e persino terapeutiche, obbligandola, nei fatti, a supplire a professionalità e istituzioni nate proprio per svolgere quelle funzioni.
La questione, allora, non è semplicemente aggiungere un altro compito alla scuola ma è ricostruire quella rete che stava attorno alla scuola e di cui la scuola stessa era un nodo di cura e benessere.
Investimenti e non costi
La vera sfida è spostare il concetto da costo a investimento. Perché quando parliamo di giovani, di benessere, di prevenzione, continuiamo troppo spesso a ragionare come se le risorse destinate ai servizi fossero semplicemente una spesa. E allora la risposta diventa: i soldi non ci sono. Ma forse la domanda da fare è un’altra: quanto ci costa non investire sui giovani? Quanto ci costa la dispersione scolastica? Quanto ci costa intervenire sui comportamenti devianti?
Investire sui giovani significa ricostruire quella rete di welfare che un tempo era molto più presente nei territori; significa avere adulti e servizi capaci di intercettare i ragazzi prima che un disagio diventi patologia, che una difficoltà diventi abbandono scolastico, isolamento, dipendenza, violenza o reato. Significa soprattutto creare luoghi nei quali i giovani possano stare, incontrarsi, essere ascoltati, costruire relazioni, trovare opportunità e immaginare un futuro; significa avere, in quei luoghi, adulti di riferimento che si prendano cura di quei germogli di futuro.
Queste risorse non possono essere considerate una spesa improduttiva. Sono un investimento sul benessere dei giovani e, attraverso di loro, dell’intero Paese.
Se i giovani stanno bene, avremo generazioni che possono studiare, lavorare, costruire relazioni, partecipare alla vita delle proprie comunità, impegnarsi in politica e per il bene comune, produrre valore economico e sociale. Il benessere di un ragazzo e di una ragazza non riguarda soltanto quei giovani o la loro famiglia: riguarda la scuola che frequenta, il quartiere in cui vive, il mondo del lavoro nel quale entrerà e, alla fine, la società intera.
Inoltre, scegliere di non investire oggi significa spendere molto di più domani. Quando il disagio non viene intercettato e accompagnato per tempo, prima o poi riemerge con tutta la sua forza, richiedendo interventi molto più complessi e costosi: cure, ricoveri, neuropsichiatria, servizi sociali intensivi, comunità, interventi delle forze dell’ordine, repressione e, nei casi più estremi, carcere.
Il punto, allora, non è soltanto trovare nuove risorse. È anche decidere dove vogliamo investire quelle che abbiamo, nella consapevolezza che allestire spazi sociali, professionali e di creatività a misura dei giovani non potrà che avere un proficuo ritorno sull’insieme di una società che rischia di morire di individualismo e solitudine. I giovani, infatti, a partire dai contesti di lavoro, chiedono riconoscimento umano e professionale, ambienti friendly, relazioni cooperative, prima ancora di un buon salario. Possiamo continuare a concentrare una parte enorme delle risorse quando il problema è ormai esploso, oppure possiamo spostarne una parte a monte, ricostruendo una rete capace di prevenire, accompagnare e generare benessere. Per tutti!
È un cambio di prospettiva: dalla riparazione alla prevenzione, dall’emergenza alla presenza, dalla spesa all’investimento. In definitiva, le risorse che non utilizzeremmo per gestire i problemi una volta esplosi con tutti gli strascichi e tutte le conseguenze che si portano dietro per anni, possono essere spostate sulla prevenzione e sulla promozione del benessere, con un ritorno sociale, e anche economico, di gran lunga maggiore e certamente virtuoso. Di contro, l’immobilismo ci presenterebbe il costo dei mancati investimenti.
Ogni ragazzo che riusciamo ad accompagnare verso una vita autonoma, relazioni positive, formazione e lavoro non rappresenta un costo futuro evitato, ma una persona che può contribuire alla propria comunità e alla crescita del Paese.
Ogni giovane, che non può essere identificato con il suo disagio o con il problema che manifesta, è portatore. È una persona portatrice di capacità, desideri, relazioni, energie e possibilità. Investire su di lui significa scommettere sulla possibilità che quelle risorse emergano e vengano messe nelle condizioni di produrre valore. E significa lavorare sul suo ambiente di vita: famiglia, scuola, relazioni, quartiere, formazione, lavoro, casa, affettività.
Per questo serve una rete. Nessun servizio, da solo, può farcela. Servono pubblico, terzo settore, scuole, servizi sanitari e sociali, associazioni, famiglie e comunità che tornino a progettare insieme. E servono luoghi e figure educative che non aspettino necessariamente che un ragazzo arrivi alla porta di un servizio, ma che siano capaci anche di andargli incontro.
Inoltre, questo approccio improntato al tema dell’investimento, che coincide con il prendersi cura, ci aiuterebbe a far tornare i giovani realmente un bene comune della cui crescita tutti noi siamo responsabili.
E la scuola?
In questo spazio pieno di falle, è venuta meno la rete di cui la scuola era un nodo fondamentale. La scuola ha così assunto un ruolo sempre più grande, restando uno dei pochi presìdi realmente universalistici dell’adolescenza. Quando un adolescente comincia a isolarsi, smette di dormire regolarmente, diventa aggressivo, si ritira dalle relazioni, consuma sostanze, manifesta ansia, depressione, disturbi alimentari, comportamenti autolesivi o vive una situazione familiare difficile, molto spesso è un insegnante ad accorgersene per primo.
La scuola diventa così una sorta di antenna sociale, capace di capire che qualcosa non va. Ma intercettare un problema non significa possedere gli strumenti per risolverlo.
Alla scuola viene chiesto di occuparsi di dispersione, bullismo e cyberbullismo, dipendenze, disagio psicologico, educazione affettiva, inclusione, povertà educativa, integrazione, orientamento, uso problematico del digitale, violenza e difficoltà familiari. Persino di sostituirsi alle famiglie. Parimenti, è la stessa scuola a venire accusata di mancanze o lassismo quando esplodono problemi di dimensione sociale. Ovviamente è corretto e giusto che la scuola coltivi queste attenzioni e attitudini e si prenda cura dei destini e delle vite delle proprie alunne e dei propri alunni.
Un adolescente ha bisogno di più adulti che si occupino di lui e di più luoghi da frequentare. Certamente la famiglia ma anche l’allenatore, l’educatore, il centro giovanile, il consultorio, i servizi sociali, le associazioni del territorio e, quando necessario, i servizi sanitari specialistici. Ciascuno dovrebbe cogliere una parte della sua storia. Se questi luoghi si diradano o diventano difficilmente accessibili, rimangono essenzialmente due istituzioni: la famiglia e la scuola. E quando anche la famiglia è fragile, resta soprattutto la scuola.
EDUCARE SIGNIFICA COSTRUIRE FUTURO
La scuola di ieri davanti ai ragazzi di oggi
Tutto questo investe direttamente la scuola. Una parte consistente dell’organizzazione scolastica continua a derivare da un modello nel quale il docente possiede il sapere, l’allievo ascolta, memorizza e riproduce e l’insegnante verifica quanto è stato acquisito.
Ma il mondo nel quale quel modello è nato, come abbiamo visto, non esiste più. Sono cambiate le fondamenta della casa ma il pavimento è rimasto il medesimo che, quindi, risulta ora traballante.
Non è quindi corretto dipingere i giovani come incapaci di mantenere l’attenzione. Rischia di essere, questa, una giustificazione per auto assolverci e per evitare di ragionare sul fatto che, forse, è proprio la scuola a dover cambiare tempi e metodi per rispondere alle domande e ai bisogni che i giovani stanno rivendicando e per essere capace, proprio come si faceva nel mondo precedente, di preparare ragazze e ragazzi capaci di entrare con consapevolezza e responsabilità nel mondo attuale che ha caratteristiche completamente diverse in termini di richieste, velocità, opportunità e complessità.
Per questo, anziché concentrarci sul fatto che non sono attenti, dobbiamo chiederci che fare per attivare la loro attenzione. E cosa significa ricercare e condividere il senso del sapere.
Per questo un’educazione contemporanea non può limitarsi alla trasmissione di contenuti. Deve interrogarsi sulle resistenze all’apprendimento che impediscono a un ragazzo di attivarsi o di comprendere. Deve capire come ingaggiarlo partendo dalle sue competenze residue e collegare l’apprendimento a situazioni reali e a compiti di realtà.
La didattica che abbiamo sviluppato nella formazione professionale è fondata sulle competenze e sempre più slegata dalle discipline. Alle competenze vengono associate le discipline che, quindi, sottostanno alle competenze stesse che, invece, diventano i pilastri su cui si fonda la nostra didattica. Le competenze, formate da conoscenze e abilità, devono essere contemplate nel piano formativo e nel curriculum dello studente e quindi certificate. Le UDA – Unità di Apprendimento – sono uno strumento fondamentale della didattica per competenze e rappresentano un percorso formativo strutturato, progettato dai docenti, che ha come obiettivo lo sviluppo di competenze attraverso casistiche d’esercizio, attività significative e concrete. Le UDA si configurano come un insieme organizzato di attività didattiche, preferibilmente interdisciplinari, che permettono agli studenti di acquisire e utilizzare conoscenze e abilità all’interno di compiti reali o simulati. È questo il passaggio cruciale da un modello centrato sui contenuti disciplinari a uno orientato alle competenze.
Le UDA promuovono un apprendimento attivo, interdisciplinare e basato su compiti autentici.
Attraverso casistiche d’esercizio e compiti di realtà, gli studenti sviluppano competenze trasferibili in contesti reali. Strategie come la flipped classroom e metodologie innovative come gli EAS – Episodi di Apprendimento Situato – supportano questo approccio. L’obiettivo è formare persone autonome, competenti e pronte a entrare in modo consapevole e responsabile nel mondo degli adulti.
Un approccio a forte valenza innovativa che supera il tradizionale concetto di programma scolastico: il baricentro si sposta dai contenuti alle competenze che gli studenti devono sviluppare al termine del percorso. La progettazione assume un ruolo strategico e può selezionare in modo flessibile i contenuti più adeguati alla costruzione di un solido profilo di competenze in uscita.
Si tratta di una visione distante da quella tradizionale in cui la progettazione è organizzata per ambiti disciplinari, la disciplina resta centrale e la valutazione è prevalentemente focalizzata sulle conoscenze. Al contrario, questo approccio mira a superare la frammentazione delle discipline, orientando la progettazione alla costruzione e alla valutazione delle competenze attraverso il contributo integrato di più formatori e ambiti, anche trasversali. L’approccio pluridisciplinare consente di superare la dicotomia tra sapere disciplinare e competenze trasversali, offrire una visione integrata e completa del processo formativo e costruire apprendimenti significativi e trasferibili. In questo quadro formatori e tutor diventano figure chiave.
L’errore non squalifica
Anche l’errore, dentro questa prospettiva, cambia significato. Nel modello prestazionale l’errore certifica una mancanza, mentre in quello educativo indica all’insegnante dove si trova l’allievo, quale passaggio non è ancora avvenuto e dove può essere necessario intervenire.
Questa differenza è decisiva. La scuola deve insegnare a non temere l’errore e a viverlo come un momento pedagogico necessario per chiedere, ai giovani, creatività, innovazione e pensiero critico perché non esiste autentica esplorazione senza la possibilità di sbagliare. Il fallimento è l’unica strada che abbiamo, partendo dall’esperienza, per prendere consapevolezza di chi siamo, e come sciogliere nel senso più costruttivo la nostra ambiguità. La scuola deve sintonizzarsi con questa prospettiva educativa.
Imparare facendo non significa imparare meno
È in questa prospettiva che assume particolare interesse la formazione professionale.
La formazione professionale rappresenta un’avanguardia pedagogica che integra conoscenza, esperienza, laboratorio, tecnologia, relazione, lavoro, cittadinanza e impegno civico.
Imparare facendo non significa imparare meno. Significa studiare in modo diverso, significa costruire il sapere attraverso un rapporto differente con la realtà. Significa la convinzione che la persona apprenda realmente quando incontra la realtà e si misura con essa. L’esperienza rappresenta il luogo originario dell’apprendimento: è attraverso l’azione, l’osservazione, il confronto, la riflessione e la rielaborazione che le conoscenze acquistano significato e si trasformano in competenze.
Questa prospettiva supera una concezione della scuola centrata sulla semplice trasmissione di contenuti e propone una didattica nella quale sapere e fare si sostengono reciprocamente. La teoria non precede necessariamente l’esperienza, ma spesso nasce dall’esigenza di comprendere ciò che si è vissuto, di interpretare i fenomeni osservati e di trovare soluzioni ai problemi incontrati. Una metodologia attiva, laboratoriale e induttiva, nella quale gli studenti sono chiamati a partecipare in modo consapevole al proprio percorso di apprendimento, sperimentando situazioni autentiche e assumendo un ruolo progressivamente più autonomo e responsabile.
Nel progettare, collaborare, realizzare un prodotto, utilizzare una macchina, risolvere un problema concreto, incontrare un’impresa o un cliente, un ragazzo può vedere immediatamente il rapporto tra ciò che impara e ciò che quella conoscenza rende possibile.
Il lavoro diventa così anche uno strumento educativo. Il lavoro, infatti, non è soltanto il naturale sbocco occupazionale del percorso formativo. È, prima ancora, un’esperienza umana che insegna a confrontarsi con la realtà, ad assumersi responsabilità, a collaborare con gli altri, a rispettare tempi e regole, ad affrontare gli errori come occasioni di apprendimento e a mettere le proprie capacità al servizio della comunità. Su queste direttrici è possibile ridare senso e significato al lavoro, ripensandolo nel suo significato intersoggettivo, emancipativo, realizzativo capace di tenere insieme la progettualità individuale e la responsabilità sociale.
Educare attraverso il lavoro significa educare attraverso l’esperienza.
Laboratori, officine, attività pratiche, stage, imprese e territorio diventano autentici ambienti educativi nei quali teoria e pratica si alimentano reciprocamente, permettendo allo studente di comprendere il significato di ciò che apprende.
Non soltanto preparazione all’occupazione, ma occasione per sperimentare responsabilità, collaborazione, competenza, autonomia e appartenenza a una comunità.
Questo significa anche ripensare l’orientamento. Orientare non si limita ad aiutare un tredicenne nella scelta della scuola superiore. Orientare è accompagnare i giovani a a scoprire progressivamente talenti, interessi, limiti e possibilità. Orientare è aiutarli ad allargare lo sguardo e riempire l’orizzonte di possibilità.
In Italia nel 2024 il 9,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni aveva lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione. Il dato è migliorato negli anni, ma nasconde differenze profonde: l’abbandono riguarda maggiormente i ragazzi rispetto alle ragazze ed è più consistente nelle aree economicamente e socialmente fragili.
La personalizzazione della didattica che costruisce percorsi di apprendimento su misura e strumenti di valutazione sugli avanzamenti di quel percorso e sulla coerenza tra caratteristiche individuali e obiettivi, è la via che contiene l’abbandono scolastico per tutti, consentendo a ognuno di trovare le proprie motivazioni anche nel rapporto con i compagni.
Scuola, luogo di felicità
Bisogna ripartire dal rendere la scuola il luogo dove i giovani possano stare bene, dove ci si possa prendere cura della loro felicità, perché anche la scuola possa essere il posto dove poter essere felici. È questo il motivo per cui nella formazione professionale abbiamo scelto di incastonare la crescita globale dei ragazzi e delle ragazze per accompagnarli in un percorso di crescita che li possa rendere cittadini e cittadine responsabili e consapevoli, prima ancora che ottimi lavoratori e ottime lavoratrici, dove possano sperimentare il senso del limite e mettere a disposizione del bene comune le loro competenze, anche promuovendo esperienze di volontariato e impegno civile. È infatti una buona ricetta per resistere alle negatività, collaborare con gli altri e dedicare tempo a chi a bisogno o a progetti di valore sociale: volontariato e associazionismo sono valori che aiutano a contrastare quella frustrazione che produce la rabbia che sembra annebbiare la società contemporanea.
In questo compito, che è una vera e propria urgenza, bisogna ripartire dai determinanti della salute, ovvero ciò che fa stare bene le persone, di qualunque età. Una persona per vivere in salute deve avere delle relazioni significative e positive; vivere in un ambiente sano, che non significa solo avere una casa ma poter contare su luoghi e comunità salubri dove poter essere tranquilli e felici; avere un ruolo inteso non solo come lavoro e reddito che, certamente, è fondamentale, ma nel senso di avere una motivazione, un posto riconosciuto nella società. La scuola è, in definitiva, il crocevia dei determinanti della salute: la scuola è il luogo dove i giovani esercitano il ruolo di studenti e questo è ciò che ci si aspetta da loro e che viene riconosciuto loro; la scuola è un insieme di relazioni e affettività con i pari e con gli adulti; la scuola è la comunità dove si incontrano i vari ruoli e dove si costruiscono e si vivono relazioni, è il luogo dove rivendicare il diritto di poter stare bene. Ecco, se a una persona togliessero le relazioni, il proprio ruolo e la possibilità di vivere in un ambiente sano e felice, questa persona non sarebbe più in salute.
La scuola, invece, è la costruttrice per eccellenza di senso, è l’istituzione che si preoccupa di costruire i cittadini, i lavoratori e la classe dirigente del domani. La scuola è quindi il laboratorio dove si immagina e realizza il futuro.
Per questa ragione, deve tornare a esprimere quella capacità di rendere radicale la speranza, mettendo al centro il benessere dei giovani e offrendo modalità didattiche e pedagogiche innovative in grado di cogliere e valorizzare le caratteristiche e le attitudini delle nuove generazioni che hanno solamente bisogno di essere ascoltate e valorizzate. Ho la fortuna di vivere una realtà formativa che sta dimostrando che si può fare e che questa è la strada da percorrere con forza e determinazione.
La questione giovanile è una questione adulta
Alla fine, quindi, la condizione dei giovani ci restituisce soprattutto le contraddizioni del mondo che abbiamo costruito.
Chiediamo autonomia mentre prolunghiamo la protezione.
Chiediamo creatività dentro sistemi che spesso premiano la conformità.
Chiediamo collaborazione dentro una cultura fortemente competitiva.
Chiediamo di accettare l’errore mentre trasformiamo continuamente le prestazioni in classifiche.
Chiediamo pensiero critico mentre affidiamo una parte crescente dell’attenzione agli algoritmi.
Chiediamo ai giovani di progettare il proprio futuro mentre raccontiamo quotidianamente quanto il futuro sarà difficile, incerto o peggiore del presente.
Forse, allora, non abbiamo bisogno semplicemente di “riparare” una generazione fragile ma abbiamo bisogno di ripensare gli ambienti nei quali quella generazione sta crescendo.
Una scuola capace di riconoscere prima di classificare; una famiglia capace di accompagnare senza trattenere; una formazione capace di riunire sapere ed esperienza.
Adulti capaci di esercitare autorevolezza senza rinunciare all’ascolto.
Una società capace di considerare giovani, figli, educazione e formazione non semplicemente come costi, ma come investimenti.
E soprattutto dobbiamo restituire alle nuove generazioni – senza paternalismi, ma aiutandoli a prendere in mano la loro vita – qualcosa che nessun programma scolastico può garantire da solo: la percezione che valga ancora la pena diventare adulti.
Educare, in fondo, significa proprio questo.
Non preparare ragazze e ragazzi semplicemente ad adattarsi al mondo che abbiamo costruito noi, ma dare loro conoscenze, competenze, relazioni, fiducia e libertà sufficienti per immaginarne uno che ancora non esiste.
Perché il futuro non dovrebbe essere soltanto qualcosa che i giovani devono imparare ad affrontare.
Dovrebbe tornare a essere qualcosa che possono desiderare e contribuire a costruire.

