di Michele Arena
La locuzione “povertà educativa” è diventata una presenza fissa nel dibattito pubblico, nei bandi del terzo settore e nella retorica delle fondazioni filantropiche. Presentata come una categoria moderna e inclusiva, capace di garantire a bambini e adolescenti svantaggiati il diritto al sapere e alla crescita personale, questa formula sembra racchiudere le migliori intenzioni. Tuttavia, nel suo libro Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista, Michele Arena — richiamando la sociologia critica di Giovanni Battista Sgritta, le analisi di autori come Martin Rein e le riflessioni del filosofo Michael Sandel — decostruisce con rigore questa narrazione, mostrandone le ambiguità concettuali e le derive politiche attraverso un’impostazione prettamente marxiana. La tesi di fondo è radicale: anche laddove il concetto di povertà educativa potrebbe teoricamente descrivere un impoverimento culturale o relazionale diffuso, la povertà rimane, prima di ogni altra cosa, una questione strutturale, economica e di classe.
Il primo affondo del libro riguarda la natura stessa del termine. Associare la parola “povertà” alla sfera educativa crea un’equiparazione fuorviante tra condizioni profondamente diverse. In primo luogo, mettere sullo stesso piano la povertà economica (la reale privazione di risorse materiali per una vita dignitosa) e la “povertà di stimoli” finisce per confondere le necessità di un adolescente in forte svantaggio materiale con quelle di un coetaneo benestante ma svogliato o privo di stimoli culturali. In secondo luogo, l’autore mette in luce l’effetto secondario, ma devastante, dell’occultamento della causa primaria: tutte le forme di marginalità sociale conserverebbero un’origine comune, ossia la carenza o la totale assenza di risorse economiche. Sfumare questo dato reale significherebbe perdere il focus sul problema principale, neutralizzando così il conflitto sociale.
L’opera passa poi ad analizzare la traduzione pratica di questo concetto nelle policy di contrasto alla povertà educativa. Qui l’autore evidenzia il cortocircuito tra la portata dei problemi e l’inadeguatezza delle soluzioni proposte: campus estivi, doposcuola, gite di orienteering e laboratori vengono presentati come esperienze “trasformative”, mentre nei fatti non sono nulla più che parentesi che non scalfiscono minimamente le disuguaglianze strutturali di partenza. Una gita in montagna di due settimane non cambia la realtà di chi torna poi in una casa fredda, in un quartiere privo di servizi e in una famiglia schiacciata dal disagio economico.
Punto centrale dell’analisi di Arena è proprio l’esplicitazione della mossa ideologica celata dietro parole d’ordine come talenti, aspirazioni e opportunità. Nel momento in cui si imposta il dibattito educativo sulla necessità di “risvegliare i talenti” o “ampliare le aspirazioni”, la povertà economica viene colpevolmente confusa con una semplice “mancanza di sogni da cogliere”. Si fa così passare il messaggio che basti la buona volontà individuale per superare barriere economiche che richiederebbero, invece, politiche pubbliche di redistribuzione, scuola a tempo pieno ed edilizia popolare.
Debitore delle riflessioni di Sandel (La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti. Feltrinelli, Milano, 2023), nel suo Manifesto Arena denuncia apertamente come il risultato di questa impostazione sia che l’intero peso del successo o del fallimento sociale gravi unicamente sulle spalle del minore o della sua famiglia.

