Sulla povertà linguistica dell’uomo ipermoderno

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Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

RIFLESSIONI ONTO-POLITICHE INTORNO AD UNA FRASE DI ITALO CALVINO

“Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola; una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”[1].

Anche se non si direbbe, queste righe hanno quasi mezzo secolo: esse sono tratte dalle Lezioni americane di Italo Calvino e appartengono in specifico alla sezione che il grande scrittore sanremese dedica nel suo capolavoro alla coordinata dell’esattezza. Rileggerle oggi suscita un’impressione particolare, fatta sia di ammirazione che di inquietudine. Il primo sentimento si lega alla straordinaria lucidità con la quale il loro autore descrive – quando la cosa si manifestava soltanto come una vaga tendenza letteraria – un processo destinato a incidere profondamente sulla fisionomia dello scenario socio-culturale successivo; il secondo stato d’animo si deve, invece, al fatto che ciò che un tempo poteva apparire come il presentimento di un intellettuale dotato di eccezionale sensibilità si offra ai nostri occhi come la descrizione sorprendentemente calzante di una condizione ormai del tutto dispiegata. È infatti evidente che, a oltre quarant’anni di distanza dalla sua individuazione, la peste del linguaggio diagnosticata da Calvino si sia propagata ben oltre i confini della letteratura, investendo progressivamente ogni ambito della vita collettiva e trasformandosi in una forma di povertà diffusa.

La povertà a cui ci stiamo riferendo non riguarda soltanto il modo in cui scriviamo o parliamo, ma concerne la qualità stessa del nostro rapporto con il mondo, condizionandolo fino al punto di sconvolgere le modalità con cui pensiamo, interpretiamo e abitiamo la realtà[1]; non si tratta, dunque, di un problema di stile o di una questione di gusto, quanto di una profonda contrazione dell’esperienza umana, nella quale l’indebolimento della parola accompagna e alimenta – in un perverso circolo vizioso – un  rilevante immiserimento della nostra capacità di conoscere e ragionare. È sufficiente volgere lo sguardo agli spazi nei quali oggi prende forma il discorso pubblico per cogliere la virulenza pervasiva di tale malattia. La stampa, la televisione, l’universo digitale, la comunicazione politica, la pubblicità e perfino numerosi ambiti professionali e accademici, tradizionalmente custodi di una significativa ricchezza espressiva, sembrano fatalmente convergere verso un paradigma linguistico semplificato, caratterizzato da una crescente aridità lessicale, da una sintassi sempre più minimale e da una generale riduzione della complessità argomentativa. La ricerca dell’immediatezza tende sistematicamente a prevalere sulla precisione concettuale; la brevità comunicativa soppianta la pazienza dell’argomentazione; la formula stereotipata sostituisce la ponderazione dimostrativa, mentre lo slogan occupa lo spazio un tempo riservato alla riflessione[2].

A tale processo ha indubbiamente contribuito l’accelerazione impressa dalla rivoluzione digitale, la quale ha modificato non soltanto gli strumenti della comunicazione, ma anche il regime cronotopico entro il quale essa si svolge. Viviamo immersi in un flusso incessante di messaggi che devono essere recepiti nell’istante stesso in cui vengono prodotti, consumati con rapidità e altrettanto rapidamente sostituiti da altri contenuti. In una simile condizione, il tempo necessario affinché il pensiero possa maturare, distinguere, ritornare criticamente su se stesso e trovare la parola più appropriata viene sistematicamente sacrificato al moloch della velocità. Sarebbe tuttavia un errore considerare questa trasformazione come una semplice conseguenza tecnica dell’innovazione digitale[3]. La velocità costituisce certamente un veicolo del fenomeno, ma non ne esaurisce il significato. La progressiva rarefazione del linguaggio rivela infatti una mutazione antropologica più profonda, segnata dalla perdita dell’abitudine a sostare sulle differenze tra le cose, a tollerare l’ambiguità feconda del reale, a esercitare quella pazienza interpretativa senza la quale nessuna autentica comprensione è possibile. Ogni parola precisa implica infatti un lavoro di dis-criminazione; essa separa, definisce, delimita, istituisce relazioni. Quando il lessico si impoverisce, non vengono meno soltanto i vocaboli: si restringe il numero delle distinzioni che siamo capaci di operare e, con esse, l’orizzonte stesso – oltre che del pensato in quanto pensato – del pensabile. A differenza di quanto potrebbe sembrare, è sul terreno politico che – “a casa nostra”, per lo meno – questa dinamica manifesta le sue conseguenze più rilevanti e, forse, più catastrofiche. La qualità di una comunità politica dipende infatti, prima ancora che dalla tenuta delle sue istituzioni, dalla qualità del linguaggio attraverso cui essa interpreta se stessa. La deliberazione democratica presuppone cittadini capaci di distinguere, argomentare, confutare, graduare i giudizi, riconoscere la legittimità della complessità. Quando tali capacità linguistiche si atrofizzano, anche la discussione pubblica si impoverisce inevitabilmente, trasformandosi in una successione di reazioni istintive piuttosto che in un confronto razionale.

Il problema – se si vuol essere più puntuali – consiste nel fatto che parlar male equivale a diventare progressivamente meno liberi. Chi dispone di un lessico ridotto dispone anche di un numero minore di categorie con cui interpretare gli eventi; chi fatica ad articolare un ragionamento complesso sarà inevitabilmente più incline ad affidarsi a formule precostituite, a narrazioni semplificate, a contrapposizioni binarie[4]. La povertà linguistica produce così una particolare vulnerabilità nei confronti di ogni forma di manipolazione simbolica. Vista sotto questo profilo, la “peste del linguaggio” evocata da Calvino viene costituendosi a tutti gli effetti come una questione eminentemente civile: difendere la ricchezza della lingua e i diritti della grammatica[5] – giacché anch’essa ha una sua profonda dignità – significa difendere la possibilità stessa del pensiero critico e, con essa, la capacità dei cittadini di sottrarsi alle forme sempre nuove di dominazione e assoggettamento. Là dove la parola conserva la propria precisione, rimane aperto lo spazio della discussione; dove invece essa si dissolve nell’indistinto, anche la libertà (o la sua parvenza) rischia di ridursi a una formula ripetuta meccanicamente, incapace di esprimere l’esperienza concreta di uomini realmente autonomi. Ogni volta che nominiamo una realtà, interpretiamo un fatto, formuliamo un giudizio o ci rivolgiamo a un altro essere umano, compiamo un atto che non è soltanto comunicativo, ma anche morale. Le parole possono chiarire oppure confondere, illuminare oppure occultare, costruire relazioni di reciproco riconoscimento oppure alimentare incomprensioni e ostilità. Esse non si limitano a descrivere il mondo, contribuiscono incessantemente a configurarlo.

Per questo motivo, prendersi cura del linguaggio e delle parole che scegliamo per significare il mondo e per rivolgerci agli altri costituisce un imperativo categorico. A pretenderlo è, anzitutto, l’esattezza che il reale reclama da chiunque voglia comprenderlo senza tradirne la complessità; la medesima esigenza proviene ad ogni soggetto anche dal prossimo. Rivolgersi a un altro essere umano con parole adeguate significa riconoscerne l’irriducibile dignità, sottraendolo all’indifferenza delle etichette, delle generalizzazioni e delle astrazioni. L’esattezza linguistica non è, dunque, un esercizio di stile fine a se stesso: è una forma di rispetto. Essa testimonia la volontà di non usare l’altro come semplice destinatario di messaggi precostituiti, ma di incontrarlo nella singolarità della sua esperienza, attraverso parole che abbiano ancora il coraggio della precisione e il peso della responsabilità.


[1] Cfr. L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1989, p. 75.

[2] Cfr. M. Recalcati, La luce e l’onda. Cosa significa insegnare?, Einaudi, Torino 2025, p. 21.

[3] Cfr. N. Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina, Milano 2011, pp. 1-2. Cfr. M. Benasayag, Funzionare o esistere?, Vita e Pensiero, Milano 2019, pp. 25-30.  

[4] Cfr. B. C. Han, Infocrazia. Le digitalizzazioni e la crisi della democrazia, Einaudi, Torino 2022, p. 2.

[5] Cfr. G. Barzaghi, Filosofia della grammatica. Dai nomi alle cose, dalle cose ai nomi, Esd, Bologna 2025. https://www.avvenire.it/agora/cultura/padre-barzaghi-dio-si-nasconde-nella-grammatica_110612

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