Dopo di lei, madame

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Aurora Martinelli
Aurora Martinelli
Aurora Martinelli, nata nel 1998, dopo gli studi classici ha conseguito una Laurea Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “La lunga liberazione. La questione della specificità femminile nelle esperienze post Olocausto” con la professoressa Enrica Asquer. Contenta, ma non abbastanza, ha conseguito un'altra laurea in Graphic Design presso la LABA di Rovereto con una tesi di progetto dal titolo "Sfumature. Interazione tra podcast e comunicazione visiva in un progetto di divulgazione storica" col prof. Matteo Carboni. Mossa dal desiderio di unire l'anima storica e quella grafica e lavorare nel campo della comunicazione culturale, attualmente si muove tra Trento, dove collabora con la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e con lo Studio di Davide Dorigatti, e Bologna, dove lavora per Un Altro Studio.

«Vanità delle vanità: tutto è vanità.
Quale guadagno viene all’uomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?
Una generazione se ne va e un’altra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né l’orecchio è mai sazio di udire.
[…]
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito».

Qoèlet 1,2-11

Teneva ancora il calice in mano, il vetro freddo al contatto con le dita, ma era già ora di spostarsi nell’altra sala per i discorsi istituzionali. Con un gesto un po’ vezzoso sollevò leggermente un lembo della gonna e mosse i primi passi cercando di non inciamparsi, tra i tacchi e il goccio d’alcool che cominciava già a diramarsi a partire dallo stomaco vuoto. 

Si avvicinò all’ingresso, dove un uomo tutto grigio dall’aria gentile aprì l’inferriata e poi subito si scostò per lasciar passare lei.

— Dopo di lei, madame.

Quei pochi secondi di formalità furono sufficienti per attivarle una piccola vertigine allo stomaco. Si voltò di scatto per guardare alle sue spalle, per vedere che cosa c’era dopo di lei, oltre all’uomo color fumo. Lasciava la luce e il cielo azzurrissimo del cortile del castello per scendere, scalino dopo scalino, nell’imbarcadero, una lunga e suggestiva sala sotterranea. Una catacomba, avrebbe osato esagerare, dall’alto della sua claustrofobia.

Un bel respiro e raggiunse la poltroncina con il cartello che riservava il posto per lei. Si sedette e passarono solo pochi minuti prima che una qualche alta carica istituzionale attaccasse il suo discorso inaugurale e benaugurante.

— Soffermarsi sulla maestosità di questo edificio, e sulla sua resistenza in più di sei secoli, è da capogiro.

Eccolo lì, di nuovo, quel tema che si affacciava senza citofonare: la supposta eternità di qualcosa a schiaffare in faccia l’insignificanza di qualcos’altro. 

Non era tanto, o non era solamente, la morte in sé, il problema. Lo pensava mentre la voce ormai in sottofondo annunciava insostenibili promesse dal microfono, e lei fissava i mattoni e l’impasto grigiastro che li teneva insieme in quella lunga sala col soffitto a botte. Loro, quei mattoni, erano lì dal 29 settembre 1385: mentre lei, quel giorno, compiva 28 anni, loro ne compivano 641. Tutto un altro campionato. Si chiese come doveva essere rimanere fermi immobili per così tanti anni, a fare la veglia sugli ospiti della sala sul lato interno e sul fossato melmoso sul lato esterno. Vedere passare barche e prigionieri, duchesse e clandestini, sacerdoti e assessori, tecnici e addetti alle pulizie, in una sovrapposizione schizofrenica di epoche e modi umani di gestire gli spazi. 

Sapeva che lei non avrebbe mai potuto diventare un mattone, eterna e stabile nei secoli, e la morte andava accettata come elemento fondamentale della vita, punto e basta. Il vero problema era il passaggio, in due sensi: da un lato, credere profondamente, e non pro forma, che la morte sia un transito verso qualcos’altro e non la fine di tutto. Aveva sempre invidiato le persone e le culture per cui questa era una verità, e non poteva sapere se anche lei avrebbe mai conquistato questa consapevolezza con fede e con fatica. 

Dall’altro lato, accettare che tutto ciò che lei avrebbe detto, fatto, pensato, costruito nella vita sarebbe passato, rimasto alle spalle (sue, di defunta), ma soprattutto passato nelle mani di altri, senza che lei avesse mai più la possibilità di dire, fare, pensare, costruire ulteriormente. Una delega totale, il termine definitivo di un contratto alla chiusura del quale non ci sarebbe più stato alcun margine per consigliare come maneggiare tutto il patrimonio umano, materiale e immateriale, generato in una vita – ma nemmeno per gioire ed essere orgogliosi dei modi eventualmente trovati dagli altri per portarlo avanti oltre alla vita stessa che l’aveva generato.

Che poi, si domandava se fosse davvero così importante sapere che fine faranno le cose su cui si è cercato di lavorare, più o meno consapevolmente, nel corso della vita.

Chissà se G., prima di scegliere in scienza e coscienza di spegnere il macchinario che la stava tenendo in non-vita, si sarà preoccupata di cosa ne sarebbe stato di tutte quelle domande che faceva per conoscere le persone a fondo, della propria genuinità e del proprio sguardo ancora meravigliosamente bambino. E chissà se M., prima di scivolare dal ghiacciaio, avrà pensato alla propria ironia, al proprio costante ottimismo, alla capacità spontanea di essere di compagnia per tutti, al proprio amore. Chissà se aveva sperato che tutto questo venisse raccolto dalle mani di coloro che lo avevano incontrato e accompagnato fino a quel giorno, e che essi continuassero a costruirvi sopra con la stessa gratitudine degli operai di questi 641 anni nei confronti del primo mattone – o chissà se invece M. aveva semplicemente temuto che tutto sarebbe scivolato nel vuoto insieme a lui. 

Il problema, dunque, non era la morte. Il problema era l’impossibilità di assistere, di guardare questo passaggio, dal prima a quel maledetto e formalissimo “dopo di lei”. 

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